Imparare serve, servire insegna

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A Selargius, nel cagliaritano, un docente propone un’iniziativa di solidarietà che coinvolge professori e studenti. Pian piano se ne scopre l’alto valore formativo.

Avvertivo da qualche mese, dopo la partenza per il Cielo di mia madre, non più impegnato nelle necessarie incombenze di assistenza che avevano occupato il mio tempo libero negli ultimi anni, l’esigenza di dedicarmi a qualche forma di volontariato. Al tempo stesso era mio desiderio non svolgere questa esperienza da solo, ma condividerla con altri.

Questo moto personale dell’animo si è incontrato con l’approccio educativo, sempre improntato alla formazione integrale della persona, che caratterizza la mia attività di docente in un liceo scientifico del cagliaritano. Da tempo ritenevo importante poter fornire ai miei studenti la possibilità di conoscere i valori della gratuità e della solidarietà non solo attraverso parole, ma con esperienze concrete di volontariato. Pensavo inoltre che condividere con gli allievi un’attività di servizio esterna alla scuola avrebbe avuto ricadute positive nella relazioni interpersonali.

Ho dunque presentato alla Caritas diocesana di Cagliari un progetto di inserimento settimanale dei miei studenti, da me accompagnati in piccoli gruppi, nella cucina e nella mensa, al fine di svolgere i servizi necessari sotto il coordinamento dei rispettivi responsabili dei servizi.

A questo punto ho pensato di non restringere la proposta alle sole mie classi ma di estenderla, d’accordo con la collega di religione e col consenso del Dirigente, a tutte le quarte e le quinte dell’istituto. Con mia grande sorpresa ho raccolto oltre cinquanta adesioni. A questo punto, però, non sarebbe bastata la mia disponibilità di una sera settimanale per accontentare tutti.

Ho allora proposto al collegio docenti l’approvazione del progetto denominato “Imparare serve, servire insegna”, subordinandolo alla disponibilità di colleghi tutor anche solo per quattro o cinque sere nell’arco dell’anno, a titolo gratuito per non inficiare la motivazione fondamentale dell’attività. Con mia grande sorpresa si sono dichiarati disponibili una decina di colleghi (alcuni per un quattro sere, qualcuno per sei o anche otto) e successivamente altri due hanno offerto la loro disponibilità per eventuali sostituzioni. A questo punto è iniziato il complicato lavoro di redigere il calendario incrociando i giorni in cui la Caritas era disponibile ad accoglierci con le esigenze dei colleghi e dei giovani. Più volte ho dovuto rivedere i turni già predisposti per venire incontro a nuove richieste.

Il servizio, avviato nel mese di novembre 2015, è andato avanti per l’intero anno scolastico con cadenza bisettimanale: con la presenza di un docente tutor per ciascun gruppo che lavorava alla pari con i ragazzi, quattro minorenni si rendevano disponibili per l’aiuto in cucina mentre altrettanti maggiorenni servivano in mensa. L’esperienza è stata percepita subito dai docenti impegnati nei turni per il suo grande valore formativo. Una di loro, dopo la prima sera, ha così commentato: «La sensazione per me e i ragazzi è stata quella di stare in famiglia. I ragazzi si sono superati nel pelare patate, affettare pane e altro, in uno stato di “benessere affettivo” e col sorriso sulle labbra, con una naturalezza assoluta». Tutti i colleghi coinvolti ringraziavano sentitamente per l’opportunità loro data di vivere questa esperienza. L’aver condiviso inoltre questa attività offriva nuovi argomenti di discussione nella sala professori e nei corridoi, contribuendo così a elevare la qualità delle relazioni tra noi.

Anche i ragazzi erano molto contenti per aver provato la gioia del dono di sé, che la quasi totalità di essi non aveva mai sperimentato prima. Quelli poi che hanno servito i pasti alla mensa hanno preso coscienza del dramma della povertà, diffusa non solo tra extracomunitari ma anche nel nostro territorio. Una giovane, inizialmente turbata per aver riconosciuto tra gli utenti un vicino di casa del quale non sospettava la situazione di indigenza, ha subito capito che avrebbe dovuto avere su di lui, nel rincontrarlo per strada, uno sguardo discreto e amorevole. Ha scritto una ragazza sulla sua pagina Facebook: «Non avevo mai partecipato a qualche attività che riguardasse la nostra società né mai mi sono interessata all’attualità. L’esperienza di volontariato svolta alla mensa Caritas mi ha aperto gli occhi. Ho servito cibo a persone con cui viaggiavo in pullman ogni giorno, persone a pochi centimetri dal mio naso e ragazzi come me che vanno all’università e non possono permettersi un pasto, genitori e anziani che non arrivano a fine mese, malati, extracomunitari gentilissimi. In realtà non avrei mai immaginato che a Cagliari ci fossero cosi tante persone bisognose di aiuto, persone normali che vediamo in strada tutti i giorni. Ho imparato che bisogna avere rispetto, che bisogna essere pazienti con chi ti da le colpe dei suoi problemi perché non ha nessuno con cui sfogarsi, ho imparato che se uno ha una mozzarella, tutti devono averne una, perché siamo tutti uguali, al diavolo questo essere prevenuti nei confronti delle persone di altri Paesi: facile parlare da dietro uno schermo, ma basta guardare queste persone negli occhi per capire come tutto ciò non abbia senso. Mi è capitato di servire italiani e non ricevere neanche un grazie di risposta e servire invece uomini “di colore” e ricevere in cambio un sorriso pieno di gratitudine, di speranza, ma anche di tristezza. Il volontariato che ho svolto alla mensa della Caritas ha sollevato quel velo dai miei occhi che copriva la realtà che avevo di fronte».

Una classe quarta, coinvolta per due terzi nel servizio in cucina, ha pensato di organizzare un’iniziativa di sensibilizzazione all’interno del liceo intitolata “Testimoni di solidarietà”: è stato realizzato un breve video su questa attività di volontariato e, dopo aver pubblicizzato l’idea con una locandina sulla pagina Facebook della scuola, i giovani sono passati in tutte le classi promuovendo una raccolta alimentare a favore della Caritas di Cagliari. La risposta dei compagni è stata generosa.

Un ultimo frutto di questa esperienza è stato il rapporto di collaborazione vissuto con l’insegnante di religione che ha appoggiato il progetto: da tempo sentivo l’esigenza di confrontarmi con qualche collega sulle diverse questioni della vita scolastica, senza però riuscire a vivere in profondità e continuità con nessuno la passione per incidere positivamente nell’ambiente scolastico. È stata proprio l’esperienza condivisa nel condurre l’attività di volontariato a far germogliare un prezioso seme di unità.

Daniele Siddi

 

 

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1 commento

  1. ” Da tempo ritenevo importante poter fornire ai miei studenti la possibilità di conoscere i valori della gratuità e della solidarietà non solo attraverso parole, ma con esperienze concrete di volontariato. Pensavo inoltre che condividere con gli allievi un’attività di servizio esterna alla scuola avrebbe avuto ricadute positive nella relazioni interpersonali.” . Grazie per queste parole.Penso le stesse cose ma con i miei scolari di 7 anni non posso mettere in pratica granchè. Ci vediamo due, tre volte l’anno, di sabato, a scuola chiusa, per fare visite guidate nel territorio (fattorie, caseifici, frantoio oleario, parco fuoricittà). Vengono con un genitore (i più fortunati, con entrambi) e si fa unità, si chiacchiera, si ascolta la guida, si fanno domande. Dopo un paio d’ore, tutti a casa, ma con il sorriso dentro. Potrei provare con una visita agli anziani di una casa di riposo ma , come? Cantare un paio di canzoncine, domande-intervista a qualche nonna…temo di trovare un muro da parte dei genitori…
    La ringrazio di questa sua esperienza con alunni, mi dà gioia. Carla M.

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