Le Aggregazioni Laicali nel cambiamento d’epoca indicato da Papa Francesco: Convegno a Ragusa

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I movimenti ecclesiali, spesso definiti la “primavera della Chiesa”, la novità del post Concilio, si ritrovano attorno ad un tema comune. Nel terzo millennio, in un’epoca di transizioni, in un periodo in cui aleggia la crisi e non solo quella economica, c’è la necessità di interrogarsi sul ruolo dei movimenti nella chiesa di oggi. Sguardo puntato soprattutto sulla peculiarità del proprio impegno ecclesiale, che si muove all’interno della parrocchia, ma privilegia soprattutto i luoghi “laici” del lavoro, dell’impegno politico e sociale.

Tre esperti, provenienti da vari movimenti ecclesiali, hanno offerto il loro contributo, portando l’esperienza di chi, da anni, vive questa nuova realtà nella Chiesa e ne ha assaporato il gusto antico di una vita che ha radici nell’esperienza della prima comunità cristiana di Gerusalemme e, insieme, la gioia di una prospettiva che vede la Chiesa proiettata sempre di più verso una “fraternità universale”: Federico Luzietti, di Rinnovamento nello Spirito, Patrizia Bertoncello, del Movimento dei Focolari e Paul Fenech, delle Cellule di Evangelizzazione, hanno presentato, a brevi linee, il cammino percorso finora, ma soprattutto le prospettive. Elisabetta Migliore, membro del servizio diocesano di Pastorale Giovanile, ha moderato la serata.

“I carismi sono tutti importanti nella Chiesa” ha esordito Federico Luzietti . Nelle sue parole, un esempio non nuovo e fortemente illuminante: il corpo e le sue membra, tutte indispensabili. La mano e il cuore hanno compiti diversi, ma ciascuno non potrebbe esistere se non legato al corpo. “Tra i movimenti ci sono differenze, diversità, non divisioni” ha detto Luzietti. Un richiamo forte ad una comunione ecclesiale che è già in atto ma che deve essere rafforzata. E soprattutto ad uno “stile sinodale” di cui si parla tanto oggi nella chiesa di Papa Francesco. “I movimenti – ha detto Luzietti – vivono in questa dimensione di comunione e di corresponsabilità. Essi incarnano la Chiesa del dopo Concilio”. Ma questa vita deve essere sostenuta da una profonda convinzione interiore, deve crescere e sostanziarsi di contenuti, di esperienze concrete. Che sono già in atto, ma che devono diventare prassi consolidata. “Nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde in noi il fuoco dello Spirito” ha detto Luzietti. Tutto questo, dove sostenere una Chiesa che non guardi più e non solo al proprio interno, ma che sia sempre più “in uscita”, aperta e proeittata verso gli uomini, tutti gli uomini della società contemporanea.

Una società contemporanea dove i cattolici oggi sono “minoranza”, come ha sottolineato subito dopo Patrizia Bertoncello. Bertoncello ha sottolineato la “crisi di credibilità” della Chiesa di oggi, e la “crisi di rilevanza”, mutuando dalla Bibbia il paragone con il “resto d’Israele” chiamato oggi a  nuove sfide: quelle della “visibilità” e della coerenza. “La Chiesa deve trovare vie e linguaggi nuovi, deve presentarsi e farsi conoscere per ciò che è” ha aggiunto . Poi un richiamo alla “nuova evangelizzazione”: “Non si tratta di portare le persone in Chiesa, ma portare la Chiesa, la vita della Chiesa, fuori. Dobbiamo camminare insieme alla storia”. Anche nelle sue parole il richiamo allo “stile sinodale” di Papa Francesco: uno stile che si sostanzia come “servizio”: “Nella chiesa è necessario che qualcuno si abbassi. Spesso i movimenti ritengono di avere qualcosa in più. Hanno avuto in dono un “carisma” ma il carisma “funziona” solo ci si mette “al servizio”. Anche i vari organismi ecclesiali devono essere “connessi verso il basso” e soprattutto proiettarsi all’esterno, andare nelle periferie della società. Dove la chiesa struttura non arriva, i movimenti arrivano. “Lo stile sinodale per noi significa: camminare insieme per stare al servizio degli altri”. È la Chiesa in uscita che raggiunge tutti gli ambienti del sociale…

Don Paul Fenech, delle Cellule di Evangelizzazione, ha descritto lo stile delle cellule: “Non un movimento – ha spiegato – ma un metodo di organizzazione e di vita parrocchiale. Paul Fenech ha richiamato la necessità di risvegliare le comunità cristiane, grande “gigante addormentato”. “Le parrocchie devono essere centro costante di invio missionario. Le cellule sono un invito costante al rinnovamento delle parrocchie”. Anche nelle sue parole il richiamo alla necessità di una “missionarietà in uscita” che però ha radici profonde nella comunione profonda tra i membri di una parrocchia, che si sostanzia davanti all’Eucaristia. “Le cellule – ha detto don Paul Fenech – sono un nuovo modo di essere parrocchia. Un nuovo modo, ma in realtà antichissimo: è la vita delle prime comunità cristiane, degli Atti degli Apostoli. Sono piccoli gruppi che si riuniscono nelle case, attorno alla Parola di Dio ed all’insegnamento del parroco (anche attraverso mezzi audiovisivi). Lo scopo è evangelizzare, andare verso le persone nella vita quotidiana e fare incontrare Cristo”. La guida delle cellule è il parroco. Le cellule sono organismo vivo di servizio nella Chiesa, con la passione per il rinnovamento delle parrocchie. Di recente, il 15 aprile 2015, esse hanno avuto il riconoscimento ufficiale della Chiesa.

A Ragusa, il cammino dei movimenti ecclesiali ha alle spalle un’esperienza consolidata. Fin dal 2004, quando il vescovo del tempo, Paolo Urso, istituì la Consulta delle Aggregazioni laicali: più di 30 gruppi e associazioni iniziarono un percorso che aveva già radici in alcune esperienze vissute dopo la convocazione di Pentecoste ’98, da parte di Giovanni Paolo II. Il primo presidente fu Alfio Di Pietro, gli succedettero Enrico Massari e poi Sebastiano Distefano, che la guida anche oggi. Un’esperienza sostanziata di esperienze concrete, di piccoli tasselli di comunione che, nell’arco di almeno vent’anni, hanno costruito una realtà solida e vera. Che dura tuttora. “Con questa iniziativa – spiega Sebastiano Distefano – abbiamo voluto offrire un’occasione per rinsaldare la realtà dei vari movimenti, permettere a tutti di conoscerli profondamente, in uno spirito di condivisione”.

La sintesi di una serata di vera comunione nelle parole di Elisabetta Migliore (Azione Cattolica Italiana):  “Nella varietà dei carismi, la capacità di amare diventa la prima strada maestra, la lingua conosciuta da tutti; per questo motivo occorre, prima di tutto, curare le relazioni e la loro qualità: le persone forse potranno dimenticare cosa abbiamo detto loro, ma non dimenticheranno mai come si sono sentite quando le abbiamo amate”.

Francesca Cabibbo

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