Le voci della foresta

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Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di un sacerdote durante una delle sue numerose visite missionarie in Sierra Leone.

Il sole a picco vicino all’equatore non permette di orientarsi nella foresta. La situazione in cui mi sono trovato era molto brutta. Avrei dovuto raggiungere Tambiama nel nord della Sierra Leone per celebrare la messa domenicale. I tre ragazzi che erano con me in macchina mi avevano avvisato sulle bande di ribelli nella zona, ma volevano affrontare questo rischio insieme. La strada era un viottolo pieno di sassi e rocce che spuntavano ora a destra ora a sinistra come una gimkana inventata dalla natura. Dopo un’ora finalmente un tratto in pianura, ma un acquitrino mi aspettava come una trappola e la macchina affondò nella melma. Non era una strada per tutte le stagioni evidentemente. Infatti in oltre mezz’ora non era passato nessuno. Mai ho sperimentato tanta impotenza, tanto silenzio, tanto disorientamento. Dio mi aveva mandato, ma non sapevo più cosa avesse in mente per noi. Ogni volta che ingranavo la marcia l’auto affondava di più e così le speranze di uscire dal pantano. Non avevo coraggio di guardare negli occhi i miei accompagnatori.

La nostra era una amicizia forte, per cui tra noi non è mancata mai la speranza. Passava il tempo, ma di lontano finalmente si sentiva il rumore di una macchina in arrivo. Ho cercato di fermarla per avvisare del pericolo, ma c’era un capo borioso che intimava al suo autista di tentare la traversata in velocità. Abbiamo capito che era un comandante dei ribelli che tornava al suo campo. Anche lui doveva fare i conti con la volontà di Dio. Rimasero impantanati accanto a noi. La loro auto schizzava fango su noi e affondava. Così anche quando facevamo timidi tentativi, che peggioravano la situazione, gli schizzi arrivavano sulla loro, che ci guardavano minacciosi.

Potevamo aspettare la stagione secca! Invece trovo la via d’uscita con il “salto della rana”. Con la marcia ingranata, mettendo in moto il motore, si producevano piccoli scatti che pian piano ci hanno fatto fare la breve traversata. I ragazzi erano esultanti, ma li ha freddati subito la mia proposta di tirare fuori la loro auto. Come? Abbiamo fatto il piano. A dieci miglia abbiamo trovato chi ci prestasse una corda e in breve hanno traversato anche loro. Le facce erano sbiancate, diremmo noi, perché non avevano messo in conto questo aiuto. Ci hanno sinceramente ringraziato con una benedizione. Il bello dell’Africa è anche questo: con due ore di ritardo trovi la chiesa ancora piena. La messa poteva iniziare, ma Chernor, il mio aiutante fedele e amico per sempre, interrompe il canto appena iniziato e vuole dare la sua spiegazione del ritardo. “Fratelli, dice nella loro lingua timni, sappiate che questa è una vera messa cattolica. Nell’inconveniente che abbiamo avuto lungo la strada abbiamo saputo amare i nostri nemici e loro hanno prima abbassato gli occhi davanti a noi e poi li hanno alzati al cielo per lodare Dio del nostro comportamento. Possiamo iniziare la nostra preghiera ora”. Mai ho sentito nella foresta dei canti più gioiosi.

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