Giugno 2019

“Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni” (At 1, 8).

Il libro degli Atti degli Apostoli, scritto dall’evangelista Luca, inizia con la promessa che Gesù Risorto fa agli apostoli poco prima di lasciarli per tornare definitivamente al Padre: riceveranno da Dio stesso la forza necessaria per continuare nella storia umana l’annuncio e la costruzione del Suo Regno.

Non si tratta di ispirare un “colpo di stato”, di mettere un potere politico o sociale contro un altro, ma piuttosto dell’agire profondo dello Spirito di Dio accolto nei cuori, che fa “uomini nuovi”. Da lì a poco, sui discepoli raccolti con Maria, scenderà lo Spirito Santo ed essi, partendo dalla città santa di Gerusalemme, diffonderanno il messaggio di Gesù fino ai “confini della terra”.

“Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”.

Gli apostoli, e con loro tutti i discepoli di Gesù, sono inviati come “testimoni”. Ogni cristiano infatti, quando scopre attraverso Gesù cosa vuol dire essere figlio di Dio, scopre anche di essere inviato. La nostra vocazione e la nostra identità di figli si realizzano nella missione, nell’andare verso gli altri come fratelli. Tutti siamo chiamati a essere apostoli che testimoniano con la vita e poi, se occorre, con le parole.

Siamo testimoni quando facciamo nostro lo stile di vita di Gesù. Quando cioè ogni giorno, nel nostro ambiente di famiglia, di lavoro, di studio e di svago, ci accostiamo con spirito di accoglienza e condivisione alle persone che incontriamo, avendo però in cuore il grande progetto del Padre: la fraternità universale.

Raccontano Marilena e Silvano: «Quando ci siamo sposati, volevamo essere una famiglia accogliente verso tutti. Una delle prime esperienze l’abbiamo fatta nel periodo prima di Natale. Non volendo che i saluti fossero un augurio frettoloso all’uscita di chiesa, ci è venuta l’idea di andare noi a casa dei nostri vicini, portando un piccolo dono. Erano tutti sorpresi e contenti, specialmente una famiglia che tanti cercavano di evitare: ci hanno aperto il cuore, parlandoci delle loro difficoltà e del fatto che da tanti anni nessuno era più venuto a casa loro. La visita è durata più di due ore e ci siamo commossi nel vedere la gioia di quelle persone. Cosi pian piano, con l’unico sforzo di essere aperti verso tutti, abbiamo intrecciato rapporti con molte persone. Non sempre è stato facile, perché magari una visita imprevista ci cambiava i programmi, però sempre avevamo presente che non potevamo perdere queste occasioni di rapporti fraterni. Una volta ci hanno regalato una torta e abbiamo pensato di condividerla con una signora che ci aveva aiutato a trovare giocattoli per il Brasile. Era felice di questa idea, e per noi un’occasione di conoscere la sua famiglia. Quando stavamo per uscire ci ha detto: magari avessi anch’io questo coraggio di andare a trovare gli altri!»

“Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”.

Tutti noi cristiani abbiamo ricevuto in dono lo Spirito Santo con il battesimo, ma Egli parla anche nella coscienza di tutte le persone che cercano sinceramente il bene e la verità. Per questo, tutti possiamo fare spazio allo Spirito di Dio e lasciarci guidare.

Come riconoscerlo ed ascoltarlo?

Può aiutarci questo pensiero di Chiara Lubich: «[…] Lo Spirito Santo abita in noi come nel suo tempio e ci illumina e ci guida. È lo Spirito di verità che fa comprendere le parole di Gesù, le rende vive e attuali, innamora della Sapienza, suggerisce le cose che dobbiamo dire e come dobbiamo dirle. È lo Spirito d’Amore che infiamma del suo stesso amore, rende capace di amare Dio con tutto il cuore, l’anima, le forze, e di amare quanti incontriamo sul nostro cammino. È lo Spirito di fortezza che dà il coraggio e la forza per essere coerenti con il Vangelo e testimoniare sempre la verità. […] Con e per quest’amore di Dio in cuore si può arrivare lontano, e partecipare a moltissime altre persone la propria scoperta: […] i “confini della Terra” non sono soltanto quelli geografici. Essi indicano anche, ad esempio, persone vicine a noi che non hanno avuto ancora la gioia di conoscere veramente il Vangelo. Fin lì deve spingersi la nostra testimonianza. […] Per amore di Gesù ci è domandato di “farci uno” con ognuno, nel completo oblio di sé, finché l’altro, dolcemente ferito dall’amore di Dio in noi, vorrà “farsi uno” con noi, in un reciproco scambio di aiuti, di ideali, di progetti, di affetti. Solo allora potremo dare la parola, e sarà un dono, nella reciprocità dell’amore»(1).

 Letizia Magri

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1 C. Lubich, Parola di Vita giugno 2003, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma 2017), pp. 691-692.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

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Maggio 2019

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21).

L’evangelista Giovanni, dopo il racconto tragico della morte di Gesù in croce, che ha gettato i discepoli nella paura e nello smarrimento, annuncia una novità sorprendente: Egli è risorto ed è tornato dai suoi! Il Risorto, infatti, la mattina del giorno di Pasqua si è fatto vedere e riconoscere da Maria di Magdala. La sera stessa si mostra ad altri discepoli, chiusi in casa per quel profondo senso di smarrimento e sconfitta che li ha invasi.

Egli va a cercarli, vuole di nuovo incontrarli. Non ha importanza che lo abbiano tradito o siano fuggiti davanti al pericolo; piuttosto si mostra con i segni della passione: mani e petto feriti, trapassati, lacerati dal supplizio della croce. La Sua prima parola è un augurio di pace, un vero dono che scende nell’anima e trasforma la vita. 

Ed ecco che i discepoli finalmente lo riconoscono e ritrovano la gioia; si sentono anche loro sanati, consolati, illuminati, di nuovo con il loro Maestro e Signore.

Poi il Risorto affida a questo gruppetto di uomini fragili un compito impegnativo: andare sulle strade a portare nel mondo la novità del Vangelo, come ha fatto Egli stesso. Che coraggio! Come il Padre si è fidato di Lui, così Gesù dà loro tutta la sua fiducia.

Infine, aggiunge Giovanni, Gesù “soffia su di loro”, cioè condivide con loro la sua stessa forza interiore, lo stesso Spirito d’amore che rinnova cuori e menti.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Gesù ha attraversato l’intera esistenza umana: ha sperimentato la gioia dell’amicizia e il dolore del tradimento, l’impegno del lavoro e la stanchezza del cammino; sa di cosa siamo fatti, conosce i limiti, le sofferenze e i fallimenti che ci accompagnano giorno per giorno. Come con i discepoli nella stanza buia, continua a cercare ognuno di noi nelle nostre oscurità, nelle nostre chiusure, a credere in noi.

Gesù Risorto ci propone di fare insieme a Lui un’esperienza di vita nuova e di pace, perché possiamo poi condividerla con gli altri. Egli ci manda a testimoniare il nostro incontro con Lui, ad “uscire” da noi stessi, dalle nostre sicurezze fragili e dai nostri confini, ad estendere nel tempo e nello spazio la stessa missione ricevuta dal Padre: annunciare che Dio è Amore.

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Così Chiara Lubich commenta questa stessa Parola di Vita, nel maggio del 2005: «Oggi non bastano più le parole. […] L’annuncio del Vangelo sarà efficace se poggia sulla testimonianza di vita, come quella dei primi cristiani che potevano dire: “Vi annunciamo quello che abbiamo veduto e udito…”(1); sarà efficace se, come di loro, si potrà dire anche di noi: “Guarda come si amano, e l’un per l’altro è pronto a morire”(2); sarà efficace se concretizzeremo l’amore dando, rispondendo a chi si trova nel bisogno, e sapremo dare cibo, vestiti, case a chi non ne ha, amicizia a chi si trova solo o disperato, sostegno a chi è nella prova. Vivendo così sarà testimoniato nel mondo il fascino di Gesù e, divenendo altri Cristo, la sua opera, anche per questo contributo, continuerà»(3).

“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

Possiamo anche noi andare a cercare Gesù negli uomini e nelle donne prigionieri del dolore e della solitudine. Possiamo offrirci, con rispetto, di essere loro compagni nel cammino della vita, verso la pace che Gesù dona, come fa M. Pia con i suoi amici che, in un piccolo centro del Sud Italia, si impegnano al servizio dei migranti. Da quei volti traspaiono storie di dolore, di guerra, di violenze subite.

«Io cosa cerco?» confida M. Pia. «È Gesù che dà senso alla mia vita e so che posso riconoscerlo ed incontrarlo soprattutto nei fratelli più feriti e, attraverso la nostra associazione, – racconta – abbiamo offerto corsi di lingua italiana e aiuto nella ricerca di casa e lavoro, venendo incontro ai bisogni materiali. Abbiamo chiesto se avessero necessità anche di sostegno spirituale e questa proposta è stata accolta con gioia dalle donne ortodosse della scuola di italiano. In un centro di accoglienza per immigrati sono arrivati anche cristiani della Chiesa Evangelica Battista. D’accordo con il pastore battista, ci siamo organizzati per accompagnarli la domenica nel loro luogo di culto, che distava parecchi chilometri. Da questo amore concreto fra cristiani, è nata un’amicizia che si è consolidata anche attraverso incontri culturali, tavole rotonde e concerti. Ci siamo scoperti un “popolo” che cerca e trova nuovi percorsi di unità nella diversità, per testimoniare a tutti il Regno di Dio».

Letizia Magri
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1 Cf. 1 Gv 1,1.
2 Tertulliano, Apologetico, 39,7.
3 C. Lubich, Parola di Vita maggio 2005, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma 2017), pp.750-751.

 

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

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Aprile 2019

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Con questa immagine tanto significativa, Giovanni ci svela l’intera missione di Gesù: Egli, il Maestro e il Signore, è entrato nella storia umana per incontrare ogni uomo e ogni donna, per servirci e riportarci all’incontro con il Padre.

Giorno dopo giorno, durante tutta la sua vita terrena, Gesù si è spogliato di ogni segno della sua grandezza ed ora si prepara a dare la vita sulla croce. E proprio adesso consegna ai suoi discepoli, come sua eredità, la parola che Gli sta più a cuore:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

È un invito chiaro e semplice; tutti possiamo comprenderlo e metterlo in pratica subito, in ogni situazione, in ogni contesto sociale e culturale.

I cristiani, che ricevono la rivelazione dell’Amore di Dio attraverso la vita e le parole di Gesù, hanno un “debito” verso gli altri: imitare Gesù accogliendo e servendo i fratelli, per essere a loro volta annunciatori dell’Amore. Come Gesù: prima amare concretamente e poi accompagnare il gesto con parole di speranza e di amicizia.

E la testimonianza è tanto più efficace, quanto più rivolgiamo la nostra attenzione ai poveri, con spirito di gratuità, rifiutando invece atteggiamenti di servilismo verso chi ha potere e prestigio.

Anche di fronte a situazioni complesse, tragiche, che ci sfuggono dalle mani, c’è qualcosa che possiamo e dobbiamo fare per contribuire al “bene”: sporcarci le mani, senza aspettare ricompense, con generosità e responsabilità.

Inoltre, Gesù ci chiede di testimoniare l’Amore non solo personalmente, nei nostri ambienti di vita, ma anche come comunità, come popolo di Dio, che ha come legge fondamentale l’amore reciproco.

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Dopo queste parole, Gesù continua: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi… Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (1).

Commentando questa frase del Vangelo, Chiara Lubich ha scritto: “[…] «Sarete beati…». Il reciproco servizio, l’amore vicendevole che Gesù insegna con questo gesto sconcertante, è dunque una delle beatitudini insegnate da Gesù. […] Come vivremo allora, durante questo mese, questa parola? L’imitazione che Gesù ci chiede non consiste nel ripetere pedestremente il suo gesto, anche se dobbiamo averlo sempre dinanzi a noi come luminosissimo e impareggiabile esempio. Imitare Gesù significa comprendere che noi cristiani abbiamo senso se viviamo «per» gli altri, se concepiamo la nostra esistenza come un servizio ai fratelli, se impostiamo tutta la nostra vita su questa base. Allora avremo realizzato ciò che a Gesù sta più a cuore. Avremo centrato il Vangelo. Saremo veramente beati» (2).

Letizia Magri
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1 Cf. Gv 13, 15-17.
2 C. Lubich, Parola di Vita aprile 1982, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma 2017), pp. 233, 235.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

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Marzo 2019

“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).

Secondo il racconto di Luca, Gesù, dopo aver annunciato ai suoi discepoli le beatitudini, lancia il suo rivoluzionario invito ad amare ogni uomo come un fratello, persino se si dimostra nemico.

Gesù lo sa bene e ce lo spiega: siamo fratelli perché abbiamo un unico Padre, che è sempre alla ricerca dei suoi figli. Egli vuole entrare in rapporto con noi, ci chiama alle nostre responsabilità, ma allo stesso tempo il suo è un amore che si prende cura, che risana, che nutre. Un atteggiamento materno di compassione e tenerezza.

Questa è la misericordia di Dio, che si rivolge personalmente ad ogni creatura umana, con tutte le sue fragilità; anzi, Egli predilige chi rimane al margine della strada, escluso e rifiutato.

La misericordia è un amore che riempie il cuore e poi si riversa sugli altri, sui vicini di casa come sugli estranei, sulla società intorno. Perché figli di questo Dio, possiamo somigliargli in quello che lo caratterizza: l’amore, l’accoglienza, il saper aspettare i tempi dell’altro.

“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”.

Purtroppo nella nostra vita personale e sociale respiriamo un’atmosfera di crescente ostilità e competizione, di sospetto reciproco, di giudizio senza appello, di paura dell’altro; i rancori si accumulano e portano ai conflitti e alle guerre.

Come cristiani possiamo dare una decisa testimonianza controcorrente: facciamo un atto di libertà da noi stessi e dai condizionamenti, e cominciamo a ricostruire i legami incrinati o spezzati in famiglia, sul luogo di lavoro, nella comunità parrocchiale, nel partito politico.

Se abbiamo fatto del male a qualcuno, chiediamo coraggiosamente perdono e riprendiamo la strada. È un atto di grande dignità. E se qualcuno avesse veramente offeso noi, proviamo a perdonarlo, a fargli nuovo spazio nel cuore, così da permettergli di risanare la ferita.

Ma cosa è il perdono?

«Il perdono non è dimenticanza […] non è debolezza, […] non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male, […] non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà che consiste nell’accogliere il fratello così come è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”1»2.

Questa apertura del cuore non s’improvvisa. È una conquista quotidiana, una crescita costante nella nostra identità di figli di Dio. È soprattutto un dono del Padre, che possiamo e dobbiamo chiedere a Lui stesso.

“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”.

Racconta M., giovane filippina: «Avevo solo undici anni quando mio padre è stato ucciso, ma non è stata fatta giustizia perché eravamo poveri. Quando sono cresciuta, ho studiato giurisprudenza nel desiderio di ottenere giustizia per la morte di mio padre. Dio però aveva un altro piano per me: una collega mi ha invitato ad un incontro di persone impegnate seriamente a vivere il Vangelo. Così ho iniziato anch’io. Un giorno ho chiesto a Gesù di insegnarmi a vivere concretamente la Sua parola: “Amate i vostri nemici”(3) perché sentivo che l’odio per le persone che avevano ucciso mio padre mi avvolgeva ancora. Il giorno dopo, al lavoro, ho incontrato il capo del gruppo. L’ho salutato con un sorriso e gli ho chiesto come stava la sua famiglia. Questo saluto l’ha lasciato sconcertato, ed io lo ero ancora di più per quello che avevo fatto. L’odio dentro di me si stava sciogliendo, trasformandosi in amore. Quello però era soltanto il primo passo: l’amore è creativo! Ho pensato che ogni membro del gruppo doveva ricevere il nostro perdono. Con mio fratello siamo andati a trovarli, per ristabilire il nostro rapporto e testimoniare loro che Dio li ama! Uno di loro ci ha chiesto perdono per quello che aveva fatto e preghiere per sé e la sua famiglia».

Letizia Magri
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1 Cf. Rm 12,21.
2 Cf. C. Lubich, Costruire sulla roccia, Città Nuova, Roma 19934, p.56.
3 Cf. Mt 5,44; Lc 6,27.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

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Febbraio 2019

“Cerca e persegui la pace” (Sal 34,15).

In questo salmo, Davide esprime la sua gioia e la sua riconoscenza davanti all’assemblea: ha conosciuto il pericolo e l’angoscia, ma ha invocato con fiducia il Dio di Israele ed ha ritrovato pace.

Il protagonista di questo inno è Dio con la sua misericordia, la sua presenza forte e decisiva accanto al povero e all’oppresso che Lo invoca.
Perché altri raggiungano la stessa salvezza, Davide suggerisce alcuni atteggiamenti del cuore: evitare di compiere il male, ma piuttosto operare sempre il bene.

E sottolinea la necessità di non diffamare il prossimo. La parola infatti può portare alla guerra.

“Cerca e persegui la pace”.

Nel linguaggio biblico, la pace ha numerosi significati, come ad esempio il benessere fisico e spirituale o l’accordo tra singoli e tra popoli. Essa però è prima di tutto un dono di Dio, attraverso il quale scopriamo il suo volto di Padre.
È dunque indispensabile cercare intensamente ed appassionatamente Dio nella nostra vita, per sperimentare la pace vera.

È una ricerca coinvolgente che ci chiede di fare la nostra parte, seguendo la voce della coscienza, che sempre ci spinge a scegliere la via del bene e non la via del male. Spesso basterebbe lasciarci trovare da Dio, che già da tempo si è messo alla ricerca di ognuno di noi.

Come cristiani, per il battesimo, siamo già in rapporto intimo con Gesù: è Lui il Dio vicino, che ci ha promesso la pace; è Lui la pace. Ed abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo, il Consolatore, che ci aiuta anche a condividere con gli altri i frutti della pace di Dio che abbiamo sperimentato. Egli ci indicherà la strada per amare le persone che abbiamo intorno e così superare i conflitti, evitando accuse infondate, giudizi superficiali e maldicenze, per aprire il cuore all’accoglienza dell’altro.

Forse non potremo far tacere tutte le armi che insanguinano tante regioni della terra, ma possiamo agire in prima persona e ridare vita a rapporti feriti in famiglia, nella nostra comunità cristiana, sul luogo di lavoro, nel tessuto della nostra città.

Dall’impegno di una piccola o grande comunità, decisa a testimoniare la forza dell’amore, possono essere ricostruiti ponti tra gruppi sociali, tra chiese, tra partiti politici.

“Cerca e persegui la pace”.

La ricerca convinta della pace ci suggerirà anche comportamenti adeguati a proteggere il creato, anch’esso dono di Dio per i suoi figli, affidato alla nostra responsabilità verso le nuove generazioni.

Così scriveva Chiara Lubich nel 1990 a Nikkio Niwano, fondatore del movimento buddista giapponese Rissho Kosei Kai: «[…] Se l’uomo non è in pace con Dio, la terra stessa non è in pace. Le persone religiose avvertono la “sofferenza” della terra quando l’uomo non l’ha usata secondo il piano di Dio, ma solo per egoismo, per un desiderio insaziabile di possesso. È questo egoismo e questo desiderio che contaminano l’ambiente ancor più e prima di qualsiasi altro inquinamento, che ne è solo la conseguenza. […] Se si scopre che tutto il creato è dono di un Padre che ci vuol bene, sarà molto più facile trovare un rapporto armonioso con la natura. E se si scopre anche che questo dono è per tutti i membri della famiglia umana, e non solo per alcuni, si porrà più attenzione e rispetto per qualcosa che appartiene all’umanità intera presente e futura».

Letizia Magri
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ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

Audio Parola di Vita di Febbraio 2019

 

Video in diverse lingue

Parola di vita per bambini

Parola di vita ragazzi

“Idea del mese”: il commento ad una frase del Vangelo proposta in maniera tale da valorizzare la ricerca di dialogo e di comprensione tra persone di diverse convinzioni – pensata per proporre anche a chi si dice non credente un cammino di impegno per la fraternità universale. Ecco il testo della riflessione di febbraio 2019:

www.flest.it/2019/02/cerca-la-pace-e-poi-seguila.html




Gennaio 2019

“La giustizia e solo la giustizia seguirai”(Dt 16,20).

Il Libro del Deuteronomio si presenta come una serie di discorsi pronunciati da Mosè al termine della sua vita. Egli ricorda alle nuove generazioni le leggi del Signore, mentre contempla da lontano la Terra Promessa verso la quale ha coraggiosamente guidato il popolo di Israele.

In questo Libro, la “legge” di Dio è presentata prima di tutto come la “parola” di un Padre che si prende cura di tutti i suoi figli. È un cammino di vita, che Egli dona al suo popolo per realizzare un progetto di Alleanza. Se il popolo la osserverà fedelmente, per amore e gratitudine più che per paura dei castighi, continuerà a gustare la vicinanza e la protezione di Dio.

Uno dei modi per realizzare concretamente questa Alleanza ricevuta in dono da Dio consiste nel perseguire con decisione la giustizia. Il fedele la attua quando ricorda con gratitudine la scelta che Dio ha fatto del suo popolo ed evita di adorare chiunque se non il Signore, ma anche quando rifiuta benefici personali che gli oscurano la coscienza davanti alle necessità del povero.

“La giustizia e solo la giustizia seguirai”.

L’esperienza quotidiana ci mette davanti a tante situazioni di ingiustizia, anche gravi, soprattutto a danno dei più deboli, di coloro che sopravvivono ai margini delle nostre società. Quanti Caino usano violenza sul fratello o la sorella!

Lo sradicamento di disuguaglianze ed abusi è una fondamentale esigenza di giustizia, a cominciare dal nostro cuore e dai luoghi della nostra vita sociale. Eppure Dio non compie la sua giustizia distruggendo Caino, ma piuttosto si preoccupa di proteggerlo perché riprenda il cammino. (1)

La giustizia di Dio è dare vita nuova. Come cristiani abbiamo incontrato Gesù. Con le sue parole e i suoi gesti, ma soprattutto con il dono della vita e la luce della Risurrezione, Egli ci ha svelato che la giustizia di Dio è il suo amore infinito per tutti i suoi figli. Attraverso Gesù si apre anche per noi la strada per mettere in pratica e diffondere la misericordia e il perdono, fondamento anche della giustizia sociale.

“La giustizia e solo la giustizia seguirai”.

Questo versetto della Scrittura è stato scelto per celebrare la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019 che, nell’emisfero nord, ricorre dal 18 al 25 gennaio. Se anche noi accoglieremo questa Parola, potremo impegnarci a cercare le vie della riconciliazione, prima di tutto tra cristiani. Mettendoci poi al servizio di tutti, risaneremo efficacemente le ferite dell’ingiustizia.

È quanto da alcuni anni sperimentano cristiani di varie chiese, che insieme si dedicano ai detenuti nella città di Palermo (Italia). L’iniziativa è nata da Salvatore, membro di un’associazione evangelica: “Mi sono reso conto dei bisogni spirituali ed umani di questi nostri fratelli. Molti di essi non avevano familiari in grado di aiutarli. Confidai in Dio e parlai di ciò a tanti fratelli della mia chiesa e di altre chiese». Aggiunge Christine, della chiesa anglicana: «Poter aiutare questi fratelli bisognosi ci rende contenti perché rende concreta la provvidenza di Dio che vuole far arrivare il Suo Amore a tutti, tramite noi». E Nunzia, cattolica: «Ci è sembrata un’occasione sia per aiutare i fratelli nel bisogno sia per contribuire ad annunciare Gesù anche con le piccole cose materiali».

È una realizzazione di quanto espresso da Chiara Lubich nel 1998, nella chiesa evangelica di Sant’Anna ad Augsburg, durante un incontro ecumenico:

«[…] Se noi cristiani diamo uno sguardo alla nostra storia […] non possiamo non rimanere addolorati nel costatare come essa è stata spesso un susseguirsi di incomprensioni, di liti, di lotte. Colpa certamente di circostanze storiche, culturali, politiche, geografiche, sociali …; ma anche del venir meno fra i cristiani di quell’elemento unificatore loro tipico: l’amore. Un lavoro ecumenico sarà veramente fecondo in proporzione di quanto chi vi si dedica vedrà in Cristo crocifisso e abbandonato che si riabbandona al Padre, la chiave per capire ogni disunità e per ricomporre l’unità […]. E l’unità vissuta ha un effetto […]. Si tratta della presenza di Gesù fra più persone, nella comunità. “Dove due o tre – ha detto Gesù – sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Gesù fra un cattolico ed un evangelico che si amano, fra anglicani e ortodossi, fra un’armena e una riformata che si amano. Quanta pace sin d’ora, quanta luce per un retto cammino ecumenico!»(2)

Letizia Magri
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1 Cf. Gen 4, 8-16.
2 C. Lubich, “Preghiera ecumenica per l’Avvento”, Augsburg (Germania), 29 novembre 1998.

 

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

Audio Parola di Vita di gennaio 2019




Dicembre 2018

“Siate sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4)

L’apostolo Paolo scrive alla comunità della città di Filippi, mentre egli stesso è oggetto di una persecuzione che lo mette in grave difficoltà. Eppure, a questi suoi cari amici egli consiglia, anzi quasi comanda di “essere sempre lieti”.
Ma si può rivolgere un simile comando?
Guardandoci intorno, non troviamo spesso motivi di serenità, figuriamoci di gioia!
Di fronte alle preoccupazioni della vita, alle ingiustizie della società, alle tensioni tra i popoli è già un grande impegno non lasciarci scoraggiare, sopraffare, chiuderci in noi stessi.
Eppure Paolo invita anche noi:

“Siate sempre lieti nel Signore”.

Qual è il suo segreto?
«[…] c’è una ragione perché, nonostante tutte le difficoltà, noi dobbiamo essere sempre nella gioia. È la vita cristiana presa sul serio che porta a questo. Per essa Gesù vive con pienezza dentro di noi e con lui non possiamo non essere nella gioia. È lui la sorgente della vera gioia, perché dà senso alla nostra vita, ci guida con la sua luce, ci libera da ogni timore sia per quanto riguarda il passato come per quanto ancora ci attende, ci dà la forza per superare tutte le difficoltà, tentazioni e prove che possiamo incontrare» (1)
La gioia del cristiano non è il semplice ottimismo, o la sicurezza del benessere materiale, o l’allegria di chi è giovane e in buona salute. È piuttosto frutto dell’incontro personale con Dio nel profondo del cuore.

“Siate sempre lieti nel Signore”.

Da questa gioia, dice ancora Paolo, nasce la capacità di accogliere gli altri con cordialità, la disponibilità ad avere tempo da dedicare a chi abbiamo intorno (2)
Anzi, Paolo in un’altra occasione riporta con forza il detto di Gesù: «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (3)

Dalla compagnia di Gesù scaturisce anche la pace del cuore, l’unica che può contagiare le persone che abbiamo intorno, con la sua forza disarmata.
Recentemente in Siria, nonostante i gravi pericoli e disagi della guerra, un gruppo numeroso di giovani si sono riuniti per scambiarsi le esperienze di Vangelo vissuto e sperimentare la gioia dell’amore reciproco; da qui sono poi ripartiti, decisi a testimoniare che la fraternità è possibile.

Così scrive chi ha partecipato: «Si susseguono racconti di storie di dolore cocente e di speranza, di fede eroica nell’amore di Dio. C’è chi ha perso tutto e chi ha visto morire le persone più care[…]. Forte l’impegno di questi giovani a generare vita attorno a loro: organizzano opere di beneficenza, coinvolgendo migliaia di persone, ricostruiscono una scuola e un giardino nel centro di un paesino, mai portato a termine a causa della guerra. Offrono sostegno a decine di famiglie di profughi[…]. Riaffiorano nel cuore le parole di Chiara Lubich: “La gioia del cristiano è come un raggio di sole che brilla da una lacrima, una rosa fiorita su una macchia di sangue, essenza d’amore distillata dal dolore […] per questo ha la forza apostolica di uno squarcio di Paradiso” (4) Nei nostri fratelli e sorelle della Siria troviamo la fortezza dei primi cristiani, che in questa tremenda guerra testimoniano la fiducia e la speranza in Dio Amore, trasmettendola ai loro compagni nel viaggio della vita. Grazie, Siria, per questa lezione di cristianesimo vissuto!».

Letizia Magri

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1 C. Lubich, Invito alla gioia, in «Città Nuova», 31 (1987/22), p. 11.
2 Cf. Fil 4, 5.
3 Atti 20,35.
4 C. Lubich, La gioia, al Giubileo dei giovani, Roma 12 aprile 1984.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

Audio Parola di Vita di dicembre




Novembre 2018

“Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Quante volte sentiamo bussare alla nostra porta? Può essere il portalettere, il vicino di casa, l’amico del figlio, ma anche lo sconosciuto… Cosa vorrà? Sarà prudente aprire, lasciare entrare in casa chi non conosciamo bene?
Eppure questa Parola di Dio, tratta dal Libro dell’Apocalisse, ci invita all’accoglienza di un ospite inatteso.
L’autore di questo Libro molto istruttivo per i cristiani, parla qui all’antica chiesa di Laodicea in nome del Signore Gesù, morto e risorto per amore di ogni creatura umana.
Parla con l’autorità che deriva da questo amore; loda, corregge, invita ad accogliere l’aiuto potente che il Signore stesso si prepara ad offrire a questa comunità di credenti, purché essi siano disponibili a riconoscere la Sua voce e ad “aprirgli la porta”.

“Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”

Oggi come allora, l’intera comunità cristiana è invitata a superare paure, divisioni, false sicurezze, per accogliere la venuta di Gesù. Egli infatti si presenta ogni giorno con diversi “vestiti”: le sofferenze quotidiane, le difficoltà della propria coerenza, le sfide per le scelte importanti della vita, ma soprattutto nel volto del fratello e della sorella che incrociamo lungo la strada.
È anche un invito personale a “fermarci” con Gesù in un momento di intimità, come si fa con un amico, nel silenzio della sera, seduti alla stessa mensa; il momento più propizio per un dialogo che richiede ascolto e apertura.
Far tacere i rumori è la condizione per riconoscere ed ascoltare la Sua voce, il Suo Spirito, l’unico capace di sbloccare le nostre paure e farci aprire la porta del cuore.

Così Chiara Lubich racconta una sua esperienza: «Bisogna far tacere tutto in noi per scoprire in noi la Voce dello Spirito. E bisogna estrarre questa Voce come si toglie un diamante dal fango: ripulirla, metterla in mostra e donarla a tempo opportuno, perché è Amore e l’Amore va dato: è come il Fuoco che, comunicato con paglia o altro, arde, altrimenti si spegne. L’Amore deve crescere in noi e straripare» (1).

Dice papa Francesco: «Lo Spirito Santo è un dono. […] entra in noi e fa fruttificare, perché noi poi possiamo darlo agli altri. […] È proprio dello Spirito Santo, dunque, decentrarci dal nostro io per aprirci al “noi” della comunità: ricevere per dare. Non siamo noi al centro: noi siamo uno strumento di quel dono per gli altri» (2).

“Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”

Nell’amore reciproco tipico del Vangelo, anche i cristiani possono essere, come Lui e con Lui, testimoni di questa presenza di Dio nelle vicende della storia, anche nei nostri giorni.
Nell’affluire di migranti in un luogo di frontiera, c’è chi sente bussare alla propria porta. Così racconta Delia: «Una calda domenica pomeriggio, vidi sedute sul marciapiede di fronte al mio bar tante mamme con i loro bambini che piangevano per la fame. Li ho invitati a entrare, spiegando che avrei dato gratuitamente da mangiare ai bambini. Le madri si vergognavano perché erano senza soldi, ma ho insistito e hanno accettato. Da lì è partito un tam tam e oggi è diventato il bar dei migranti, la maggior parte musulmani. Molti mi chiamano “Mamma Africa”. La mia precedente clientela, pian piano, si è persa. Così, la stanza dedicata al gioco degli anziani è diventata la saletta dei bambini, dove possono scrivere e giocare, con un piccolo fasciatoio per cambiare i neonati e dare un po’ di sollievo alle mamme, oppure si trasforma in aula per l’insegnamento della lingua italiana. La mia non è stata una scelta, bensì la necessità di non voltarmi dall’altra parte. Grazie ai migranti ho conosciuto tante persone e associazioni che mi sostengono e mi aiutano ad andare avanti. Se dovessi ricominciare, farei tutto daccapo. La cosa importante per me è DONARE!» (3).
Tutti siamo invitati ad accogliere il Signore che bussa per uscire, insieme a Lui, verso chi ci sta vicino. Sarà il Signore stesso a farsi spazio nella nostra vita, con la sua presenza.

Letizia Magri

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1 C. Lubich, Lo Spirito Santo è l’Amore, 12 settembre 1949, in «Collegamento CH», giugno 2006.
2 FRANCESCO, Udienza Generale, Roma 6 giugno 2018.
3 In «Città Nuova online», 7 marzo 2018 e in «Collegamento CH», 16 giugno 2018.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

Audio Parola di Vita di novembre




Ottobre 2018

«Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge» (Gal 5,18).

L’apostolo Paolo scrive una lettera ai cristiani della Galazia (una regione che si trova al centro dell’odierna Turchia), che egli stesso ha evangelizzato ed ha molto a cuore. In questa comunità, alcuni sostenevano la necessità per i cristiani di osservare tutte le prescrizioni della legge mosaica per essere graditi a Dio e raggiungere la salvezza.

Paolo invece afferma che non siamo più “sotto la Legge” perché Gesù stesso, Figlio di Dio e Salvatore dell’umanità, con la sua morte e risurrezione si è fatto per tutti Via verso il Padre. La fede in Lui apre il nostro cuore all’azione dello Spirito di Dio stesso, che ci guida e ci accompagna nelle strade della vita.

Secondo Paolo, quindi, non si tratta di “non osservare la Legge”, quanto piuttosto di riportarla alla sua radice ultima e più impegnativa, lasciandosi guidare dallo Spirito. Paolo scrive infatti poche righe prima: «Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14).

Nell’amore cristiano verso Dio e verso il prossimo troviamo infatti la libertà e responsabilità dei figli: sull’esempio di Gesù siamo chiamati ad amare tutti, amare per primi, amare l’altro come noi stessi, perfino chi sentiamo nemico.

«Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge».

L’amore che viene da Dio ci spinge ad essere persone responsabili in famiglia, sul lavoro e in tutti i nostri ambienti. Siamo chiamati a costruire relazioni nella pace, nella giustizia e nella legalità.

La legge dell’amore è il fondamento più solido della nostra socialità, come racconta Maria: «Insegno nella periferia di Parigi, in una zona svantaggiata e con una popolazione scolastica multiculturale. Svolgo progetti interdisciplinari per lavorare in équipe, vivere la fraternità tra colleghi ed essere credibili nel proporre questo modello ai ragazzi. Ho imparato a non aspettarmi subito i risultati, anche quando un ragazzo non cambia. L’importante è continuare a credere in lui e ad accompagnarlo, valorizzandolo e gratificandolo. A volte mi sembra di non riuscire a cambiare nulla, altre volte invece ho la prova tangibile che le relazioni costruite portano frutti, come è accaduto con una mia alunna che durante una lezione non partecipava in modo costruttivo. Le ho spiegato con calma e fermezza che per vivere in armonia ognuno deve fare la sua parte. Mi ha scritto in seguito: “Mi dispiace per il mio comportamento, non accadrà più. So che lei aspetta da noi azioni concrete e non parole, e voglio impegnarmi in questo senso. Lei è una persona che trasmette a noi alunni i valori giusti e la voglia di riuscire”»(1).

«Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge».

Vivere nell’amore non è semplice frutto dei nostri sforzi. È lo Spirito che ci è stato donato, e che possiamo continuamente chiedere, a darci la forza per arrivare ad essere sempre più liberi dalla schiavitù dell’egoismo e a vivere nell’amore.

Scrive Chiara Lubich: «È l’amore che ci muove, che ci suggerisce come rispondere alle situazioni e alle scelte che siamo chiamati a compiere. È l’amore che ci insegna a distinguere: questo è bene, lo faccio; questo è male, non lo faccio. È l’amore che ci spinge ad agire cercando il bene dell’altro. Non siamo guidati dal di fuori, ma da quel principio di vita nuova che lo Spirito ha posto dentro di noi. Forze, cuore, mente, tutte le nostre capacità possono “camminare secondo lo Spirito” perché unificate dall’amore e poste a completa disposizione del progetto di Dio su di noi e sulla società. Siamo liberi d’amare»(2).

Letizia Magri

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1 “Un’insegnate nei sobborghi di Parigi” – testimonianza di Maria A. (Parigi) – “La grande attrattiva del tempo presente”, Castel Gandolfo 3 marzo 2018 (vedi su www.focolare.org).
2 C. Lubich, Quella voce ‘dentro’, in «Città Nuova» 50 (2006/10), p. 9.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 




Settembre 2018

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza» (Gc 1,21).

La Parola di questo mese proviene da un testo attribuito a Giacomo, figura di rilievo nella Chiesa di Gerusalemme. Egli raccomanda al cristiano la coerenza tra il credere e l’agire.

Nel brano iniziale della lettera viene sottolineata una condizione essenziale: liberarsi da ogni malizia per accogliere la Parola di Dio e lasciarsi guidare da essa per camminare verso la piena realizzazione della vocazione cristiana.

La Parola di Dio ha una forza tutta sua: è creatrice, produce frutti di bene nella singola persona e nella comunità, costruisce rapporti di amore tra ognuno di noi con Dio e tra gli uomini. Essa, dice Giacomo, è stata già “piantata” in noi.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Come? Certamente perché Dio, fin dalla creazione, ha pronunciato una Parola definitiva: l’uomo è Sua “immagine”. Ogni creatura umana infatti è il “tu” di Dio, chiamato all’esistenza per condividere la Sua vita di amore e comunione.

Ma, per i cristiani, è il sacramento del battesimo che ci inserisce in Cristo, Parola di Dio entrata nella storia umana. In ogni persona dunque Egli ha deposto il seme della sua Parola, che lo chiama al bene, alla giustizia, al dono di sé e alla comunione. Accolto e coltivato con amore nella propria “terra”, è capace di produrre vita e frutti.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Luogo chiaro dove Dio ci parla è la Bibbia, che per i cristiani ha il suo vertice nei Vangeli. Occorre accogliere la Sua Parola nella lettura amorosa della Scrittura e, vivendola, possiamo vederne i frutti.

Possiamo ascoltare Dio anche nel profondo del nostro cuore, dove avvertiamo spesso l’invadenza di tante “voci”, di tante “parole”: slogan e proposte di scelte, modelli di vita, come anche preoccupazioni e paure … Ma come riconoscere la Parola di Dio e darle spazio perché viva in noi?

Occorre disarmare il cuore ed “arrenderci” all’invito di Dio, per metterci in un libero e coraggioso ascolto della Sua voce, spesso la più sottile e discreta. Essa ci chiede di uscire da noi stessi e di avventurarci per le strade del dialogo e dell’incontro, con Lui e con gli altri, e ci invita a collaborare per rendere l’umanità più bella, in cui tutti ci riconosciamo sempre più fratelli.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

La Parola di Dio infatti ha la possibilità di trasformare il nostro quotidiano in una storia di liberazione dall’oscurità del male personale e sociale, ma attende la nostra adesione personale e consapevole, anche se imperfetta, fragile e sempre in cammino.

I nostri sentimenti e i nostri pensieri assomiglieranno sempre più a quelli di Gesù stesso, si rafforzeranno in noi la fede e la speranza nell’Amore di Dio, mentre i nostri occhi e le nostre braccia si apriranno alle necessità dei fratelli.

Così suggeriva Chiara Lubich nel 1992: «In Gesù si vedeva una profonda unità tra l’amore che Egli aveva per il Padre celeste e l’amore verso gli uomini suoi fratelli. C’era un’estrema coerenza tra le sue parole e la sua vita. E questo affascinava e attirava tutti. Così dobbiamo essere anche noi. Dobbiamo accogliere con la semplicità dei bambini le parole di Gesù e metterle in pratica nella loro purezza e luminosità, nella loro forza e radicalità, per essere dei discepoli come li vuole Lui, cioè dei discepoli uguali al maestro: altrettanti Gesù diffusi nel mondo. E ci potrebbe essere per noi una avventura più grande e più bella?» (1)

Letizia Magri

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1 C. Lubich, Come il Maestro, in «Città Nuova» 36 (1992/4), p. 33.

ESPERIENZE SULLA PAROLA DI VITA 

Audio Parola di Vita di settembre con esperienza




Agosto 2018

“Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele” (Ger 31, 3).

Il profeta Geremia è inviato da Dio al popolo di Israele che sta vivendo la dolorosa esperienza di esilio in terra babilonese ed ha perso tutto quello che aveva rappresentato la sua identità e la sua elezione: la terra, il tempio, la legge …

La parola del profeta però squarcia questo velo di dolore e di smarrimento. È vero: Israele si è dimostrato infedele al patto d’amore con Dio, consegnandosi alla distruzione, ma ecco l’annuncio di una nuova promessa di libertà, di salvezza, di rinnovata alleanza che Dio, nel suo amore eterno e mai revocato, prepara per il Suo popolo.

“Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele”.

La dimensione eterna e irrevocabile della fedeltà di Dio è una qualità del Suo amore: Egli è il Padre di ogni creatura umana, un Padre che ama per primo e impegna se stesso per sempre. La Sua fedeltà tocca ciascuno di noi e ci permette di gettare in Lui ogni preoccupazione che può frenarci. È per questo Amore eterno e paziente che anche noi possiamo crescere e migliorare nel rapporto con Lui e con gli altri.

Siamo ben coscienti di non essere già così stabili nel nostro impegno, pur sincero, di amare Dio e i fratelli, ma la Sua fedeltà per noi è gratuita, ci previene sempre, a prescindere dalle nostre “prestazioni”. Con questa gioiosa certezza possiamo sollevarci dal nostro orizzonte limitato, rimetterci ogni giorno in cammino e diventare anche noi testimoni di questa tenerezza “materna”.

“Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele”.

Questo sguardo di Dio sull’umanità fa emergere anche un grandioso disegno di fraternità, che troverà in Gesù il suo pieno compimento. Egli, infatti, ha testimoniato la Sua fiducia nell’amore di Dio con la parola e soprattutto con l’esempio di tutta la sua vita.

Ci ha aperto la strada per imitare il Padre nell’amore verso tutti (Mt 5,43 ss.) e ci ha svelato che la vocazione di ogni uomo e donna è contribuire all’edificazione di rapporti di accoglienza e di dialogo intorno a sé.

Come vivremo la Parola di vita di questo mese?

Chiara Lubich invita ad avere un cuore di madre: «[…] Una madre accoglie sempre, aiuta sempre, spera sempre, copre tutto. […] L’amore di una madre infatti è molto simile alla carità di Cristo di cui parla l’apostolo Paolo. Se noi avremo il cuore di una madre o, più precisamente, se ci proporremo di avere il cuore della Madre per eccellenza: Maria, saremo sempre pronti ad amare gli altri in tutte le circostanze e a tener vivo perciò il Risorto in noi. […] Se avremo il cuore di questa Madre, ameremo tutti e non solo i membri della nostra Chiesa, ma anche quelli delle altre. Non solo i cristiani, ma anche i musulmani, i buddisti, gli induisti, ecc. Anche gli uomini di buona volontà. Anche ogni uomo che abita sulla terra […]»

“Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele”.

Una giovane sposa che ha iniziato a vivere il Vangelo in famiglia racconta: «Ho sperimentato una gioia mai prima provata e il desiderio di fa traboccare questo amore al di fuori delle quattro mura di casa. Ricordo ad esempio come sono corsa all’ospedale dalla moglie di un collega che aveva tentato il suicidio. Da tempo ero a conoscenza delle loro difficoltà, ma tutta presa dai miei problemi, non mi ero preoccupata di aiutarla. Ora però sentivo mio il suo dolore e non mi sono data pace finché non si è risolta la situazione che l’aveva spinta a quel gesto. Questo episodio ha segnato per me l’inizio di un cambiamento di mentalità. Mi ha fatto comprendere che, se amo, posso essere per ognuno che mi passa accanto un riflesso, anche se piccolissimo, dell’amore stesso di Dio».

E se anche noi, sostenuti dall’amore fedele di Dio, ci mettessimo liberamente in questo atteggiamento interiore, di fronte a tutti quelli che incontriamo durante la giornata?

Letizia Magri

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1 Cfr. C. LUBICH, Cercando le cose di lassù, Roma 19925, p. 41-42.

Audio Parola di Vita di luglio con esperienza




Luglio 2018

“Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9).

Nella sua seconda lettera alla comunità di Corinto, l’apostolo Paolo si confronta con alcuni che mettono in discussione la legittimità della sua attività apostolica, ma non si difende elencando i propri meriti e successi. Al contrario, mette in evidenza l’opera che Dio ha compiuto, in lui e tramite lui.

Paolo accenna ad una sua esperienza mistica, di profondo rapporto con Dio (1), ma per condividere subito dopo la sua sofferenza per una “spina” che lo tormenta. Non spiega di cosa si tratti esattamente, ma si capisce che è una difficoltà grande, che potrebbe limitarlo nel suo impegno di evangelizzatore. Per questo, confida di aver chiesto a Dio di liberarlo da questo impedimento, ma la risposta che riceve da Dio stesso è sconvolgente:

“Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Tutti facciamo continuamente esperienza delle nostre e altrui fragilità fisiche, psicologiche e spirituali, e vediamo intorno un’umanità spesso sofferente e smarrita. Ci sentiamo deboli e incapaci di risolvere tali difficoltà, persino di affrontarle, limitandoci al massimo a non fare male a nessuno.

Questa esperienza di Paolo, invece, ci apre un orizzonte nuovo: riconoscendo ed accettando la nostra debolezza, possiamo abbandonarci pienamente nelle braccia del Padre, che ci ama come siamo e vuole soste – nerci nel nostro cammino. Proseguendo questa lettera, infatti afferma ancora: “È quando sono debole che sono forte” (2).

A questo proposito, Chiara Lubich ha scritto: “[…] La nostra ragione si ribella ad una simile affermazione, perché vi vede una lampante contraddizione o semplicemente un ardito paradosso. Invece essa esprime una delle più alte verità della fede cristiana. Gesù ce la spiega con la sua vita e soprattutto con la sua morte. Quando ha compiuto l’Opera che il Padre gli ha affidato? Quando ha redento l’umanità? Quando ha vinto sul peccato? Quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’.Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Gesù avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più o qualche gesto straordinario. Invece no. No, perché la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio. Dunque nella nostra debolezza, nell’esperienza della nostra fragilità si cela un’occasione unica: quella di sperimentare la forza del Cristo morto e risorto […]” (3)

“Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

È il paradosso del Vangelo: ai miti è promessa in eredità la terra (4); Maria, nel Magnificat (5), esalta la potenza del Signore, che può esprimersi totalmente e definitivamente, nella storia personale e nella storia dell’umanità, proprio nello spazio della piccolezza e della totale fiducia nell’azione di Dio.

Commentando questa esperienza di Paolo, Chiara così suggeriva ancora: “[…] la scelta che noi cristiani dobbiamo fare è assolutamente in senso contrario a quella che si fa ordinariamente. Qui si va, veramente, controcorrente. L’ideale di vita del mondo in genere consiste nel successo, nel potere, nel prestigio… Paolo al contrario ci dice che occorre gloriarsi delle debolezze […] Fidiamoci di Dio. Egli opererà sulla nostra debolezza, sul nostro nulla. E quando è Lui che agisce, possiamo star certi che compie opere che valgo- no, irradiano un bene durevole e vanno incontro alle vere necessità dei singoli e della collettività”. (6)

Letizia Magri

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1 Cfr. 2 Cor 11, 1-7a
2 Cfr. 2 Cor 12, 10
3 Cfr. C. Lubich, La forza del dolore, Città Nuova, 44, [2000], 12, p.7

4 Cfr. Mt 5,5
5 Cfr. Lc 1, 46-55
6 Cfr. C. Lubich, Dio opera sulla nostra debolezza, Città Nuova, 26, [1982], 11/12, p.59.
 
 

Audio Parola di Vita di luglio con esperienza




Giugno 2018

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9).

Il Vangelo di Matteo apre il racconto della predicazione di Gesù con il sorprendente annuncio delle Beatitudini. In esse, Gesù proclama “beati”, cioè pienamente felici e realizzati, tutti quelli che agli occhi del mondo sono considerati perdenti o sfortunati: gli umili, gli afflitti, i miti, chi ha fame e sete della giustizia, i puri di cuore, chi si adopera per la pace.

Ad essi Dio fa grandi promesse: saranno da Lui stesso saziati e consolati, saranno eredi della terra e del Suo regno. E’ dunque una vera rivoluzione culturale, che stravolge la nostra visione spesso chiusa e miope, per la quale queste categorie di persone sono una parte marginale ed insignificante nella lotta per il potere ed il successo.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace, nella visione biblica, è il frutto della salvezza che Dio opera, è quindi prima di tutto un Suo dono. E’ una caratteristica di Dio stesso, che ama l’umanità e tutta la creazione con cuore di Padre ed ha su tutti un progetto di concordia e armonia. Per questo, chi si prodiga per la pace dimostra una certa “somiglianza” con Lui, come un figlio.

Scrive Chiara Lubich: “Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e la sua volontà. […] «… saranno chiamati figli di Dio». Ricevere un nome significa diventare ciò che il nome esprime. Paolo chiamava Dio «il Dio della pace» e salutando i cristiani diceva loro: «Il Dio della pace sia con tutti voi». Gli operatori di pace manifestano la loro parentela con Dio, agiscono da figli di Dio, testimoniano Dio che […] ha impresso nella società umana l’ordine, che ha come frutto la pace” (1).

Vivere in pace non è semplicemente assenza di conflitto; non è neanche il quieto vivere, con un certo compromesso sui valori per essere sempre e comunque accettati, anzi è uno stile di vita squisitamente evangelico, che richiede il coraggio di scelte controcorrente.

Essere “operatori di pace” è soprattutto creare occasioni di riconciliazione nella propria vita e in quella degli altri, a tutti i livelli: anzitutto con Dio e poi con chi ci sta vicino in famiglia, sul lavoro, a scuola, in parrocchia e nelle associazioni, nelle relazioni sociali ed internazionali. E’ quindi una forma di amore per il prossimo decisiva, una grande opera di misericordia che risana tutti i rapporti.

E’ quello che Jorge, un adolescente del Venezuela, ha deciso di fare nella sua scuola: “Un giorno, alla fine delle lezioni, mi sono accorto che i miei compagni stavano organizzandosi per una manifestazione di protesta, durante la quale erano intenzionati ad usare la violenza, incendiando macchine e gettando pietre. Ho subito pensato che quel comportamento non era in sintonia con il mio stile di vita. Ho proposto allora ai compagni di scrivere una lettera alla direzione della scuola: avremmo così potuto chiedere, in un’altra forma, le stesse cose che loro pensavano di ottenere con la violenza. Con alcuni di loro l’abbiamo stesa e consegnata al direttore”.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

In questo tempo appare particolarmente urgente promuovere il dialogo e l’incontro tra persone e gruppi, diversi di per sé per storia, tradizioni culturali, punti di vista, mostrando apprezzamento ed accoglienza per questa varietà e ricchezza.

Come ha detto recentemente papa Francesco: “La pace si costruisce nel coro delle differenze … E a partire da queste differenze s’impara dall’altro, come fratelli…. Uno è il nostro Padre, noi siamo fratelli. Amiamoci come fratelli. E se discutiamo tra noi, che sia come fratelli, che si riconciliano subito, che tornano sempre a essere fratelli” (2).

Potremo anche impegnarci a conoscere i germogli di pace e fraternità che già rendono le nostre città più aperte ed umane. Prendiamoci cura di essi e facciamoli crescere; contribuiremo così alla guarigione delle fratture e dei conflitti che le attraversano.

Letizia Magri

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1 Cfr. C. Lubich, Diffondere pace, Città Nuova, 25, [1981], 2, pp. 42-43.

2 Cfr. Saluto del S. Padre, Incontro con i leader religiosi del Myanmar, 28 novembre 2017.
 
 

Audio Parola di Vita di giugno con esperienza




Maggio 2018

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22).

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani della regione della Galazia, che avevano accolto da lui l’annuncio del Vangelo, ma ai quali ora rimprovera di non aver compreso il significato della libertà cristiana. 

Per il popolo di Israele la libertà è stata un dono di Dio: Egli lo ha strappato alla schiavitù in Egitto, lo ha condotto verso una nuova terra ed ha stipulato con lui un patto di reciproca fedeltà. Allo stesso modo, Paolo afferma con forza che la libertà cristiana è un dono di Gesù.

Egli, infatti, ci dona la possibilità di diventare in Lui e come Lui figli di Dio, che è Amore. Anche noi, imitando il Padre come Gesù ci ha insegnato1 e mostrato (2) con la sua vita, possiamo imparare lo stesso atteggiamento di misericordia verso tutti, mettendoci al servizio degli altri.

Per Paolo, questo apparente non-senso della “libertà di servire” è possibile per il dono dello Spirito, che Gesù ha fatto all’umanità con la sua morte in croce. È lo Spirito infatti che ci dà la forza di uscire dalla prigione del nostro egoismo – con il suo carico di divisioni, ingiustizie, tradimenti, violenza – e ci guida verso la vera libertà.

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. 

La libertà cristiana, oltre ad essere un dono, è anche un impegno. L’impegno prima di tutto ad accogliere lo Spirito nel nostro cuore, facendogli spazio e riconoscendo la sua voce in noi.

Scriveva Chiara Lubich: […] “Dobbiamo anzitutto renderci sempre più coscienti della presenza dello Spirito Santo in noi: portiamo nel nostro intimo un tesoro immenso; ma non ce ne rendiamo abbastanza conto. […] Poi, affinché la sua voce sia da noi sentita e seguita, dobbiamo dire di no […] alle tentazioni, tagliando corto con le relative suggestioni; sì ai compiti che Dio ci ha affidato; sì all’amore verso tutti i prossimi; sì alle prove e alle difficoltà che incontriamo… Se così faremo lo Spirito Santo ci guiderà dando alla nostra vita cristiana quel sapore, quel vigore, quel mordente, quella luminosità, che non può non avere se è autentica. Allora anche chi è vicino a noi s’accorgerà che non siamo solo figli della nostra famiglia umana, ma figli di Dio”. (3)

Lo Spirito, infatti, ci richiama a spostare noi stessi dal centro delle nostre preoccupazioni per accogliere, ascoltare, condividere i beni materiali e spirituali, perdonare o prenderci cura delle più varie persone nelle diverse situazioni che viviamo quotidianamente.

E questo atteggiamento ci permette di sperimentare il tipico frutto dello Spirito: la crescita della nostra stessa umanità verso la vera libertà. Infatti fa emergere e fiorire in noi capacità e risorse che, vivendo ripiegati su noi stessi, rimarrebbero per sempre sepolte e sconosciute. Ogni nostra azione è dunque un’occasione da non perdere per dire no alla schiavitù dell’egoismo e sì alla libertà dell’amore.

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.

Chi accoglie nel cuore l’azione dello Spirito, contribuisce anche alla costruzione di relazioni umane positive, attraverso tutte le sue attività quotidiane, familiari e sociali. Imprenditore, marito e padre, Carlo Colombino ha un’azienda nel nord Italia (4).

Su sessanta dipendenti, circa un quarto non sono italiani ed alcuni di loro hanno esperienze drammatiche alle spalle. Al giornalista che lo ha intervistato, ha raccontato: “Anche il posto di lavoro può e deve favorire l’integrazione. Mi occupo di attività estrattiva, di riciclo dei materiali edili, ho delle responsabilità verso l’ambiente, il territorio in cui vivo. Qualche anno fa, la crisi ha colpito duramente: salvare l’impresa o le persone? Abbiamo messo in mobilità alcune persone, abbiamo parlato con loro, cercato le soluzioni meno dolorose, ma è stato drammatico, da non dormire di notte. Questo lavoro posso farlo bene o meno bene; provo a farlo al meglio. Credo nel contagio positivo delle idee. L’impresa che pensa solo al fatturato, ai numeri, ha un futuro con il fiato corto: al centro di ogni attività c’è l’uomo. Sono credente e convinto che la sintesi tra impresa e solidarietà non sia un’utopia” (5).

Mettiamo dunque in moto con coraggio la nostra personale chiamata alla libertà, nell’ambiente in cui viviamo e lavoriamo. Permetteremo così allo Spirito di raggiungere e rinnovare anche la vita di tante altre persone intorno a noi, spingendo la storia verso orizzonti di “gioia, pace, magnanimità, benevolenza …”.

Letizia Magri

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1 Mt 5,43-48; Lc 6,36
2 Mc 10,45
3 Cfr. C. Lubich, Possediamo un Tesoro, Città Nuova, 44, [2000], 10, p. 7.
4 L’azienda fa parte di Aipec, associazione italiana di imprenditori che aderiscono all’Economia di Comunione, un modello economico fondato sui valori della condivisione e della reciprocità. Vedi anche http://www.edc-online.org
5 Cfr. C. Colombino, Nella mia azienda economia ed etica vanno a braccetto, in Credere, periodici san Paolo, 26 novembre 2017, n° 48, pp.24-28.

Audio Parola di Vita di maggio con esperienza




Aprile 2018

“In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv 6, 47).

Questa frase di Gesù fa parte di un lungo dialogo con la folla che ha visto il segno della moltiplicazione dei pani e lo segue, forse soltanto per ricevere da lui ancora qualche aiuto materiale. Gesù, partendo dal loro bisogno immediato, porta piano piano il discorso sulla sua missione: è stato inviato dal Padre per dare agli uomini la vera vita, quella eterna, e cioè la stessa vita di Dio, che è Amore.

Egli, camminando sulle strade della Palestina, si fa vicino a quanti incontra, non si sottrae alle richieste di cibo, di acqua, di risanamento, di perdono; anzi condivide ogni necessità e ridà speranza a ognuno. Per questo può chiedere poi un passo ulteriore, può invitare chi lo ascolta ad accogliere la vita che ci offre, ad entrare in relazione con Lui, a dargli fiducia, ad avere fede in Lui.

Commentando proprio questa frase del Vangelo, Chiara Lubich ha scritto: “Gesù qui risponde all’aspirazione più profonda dell’uomo. L’uomo è stato creato per la vita; la cerca con tutte le sue forze. Ma il suo grande errore è di cercarla nelle creature, nelle cose create, le quali, essendo limitate e passeggere, non possono dare una vera risposta all’aspirazione dell’uomo. … Gesù solo può saziare la fame dell’uomo. Soltanto Lui può darci la vita che non muore, perché Lui è la Vita” (1).

“In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna”.

La fede cristiana è prima di tutto il frutto di un incontro personale con Dio, con Gesù, che non desidera altro che farci partecipare alla sua stessa vita.

La fede in Gesù è aderire al suo esempio di non vivere ripiegati su noi stessi, sulle nostre paure, sui nostri programmi limitati, ma piuttosto di riversare la nostra attenzione sulle necessità degli altri: necessità concrete come la povertà, la malattia, l’emarginazione, ma soprattutto il bisogno di ascolto, di condivisione, di accoglienza.

In questo modo potremo comunicare agli altri, con la nostra vita, lo stesso amore ricevuto come dono di Dio. E per fortificare il nostro cammino, Egli ci ha lasciato anche il grande dono dell’Eucaristia, segno di un amore che dona se stesso per far vivere l’altro.

“In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna”.

Quante volte, durante la nostra giornata, diamo fiducia alle persone intorno a noi: all’insegnante che istruisce i nostri figli, al tassista che deve portarci a destinazione, al medico che deve curarci … Non si può vivere senza fiducia, ed essa si consolida con la conoscenza, l’amicizia, il rapporto approfondito nel tempo.

Come vivremo allora la Parola di vita di questo mese?

Continuando il suo commento, Chiara ci invita a ravvivare la nostra scelta ed adesione totale a Gesù:
“ … E sappiamo ormai quale è la via per arrivarvi: … metter in pratica, con particolare impegno, quelle sue parole che ci ricordano le varie circostanze della vita. Per esempio: incontriamo un prossimo? “Ama il prossimo tuo come te stesso” (cf Mt 22,39). Abbiamo un dolore? “Chi vuol venire dietro a me… porti la sua croce” (cf Mt 16,24), ecc. Allora le parole di Gesù si illumineranno e Gesù entrerà in noi con la sua verità, la sua forza ed il suo amore. La nostra vita sarà sempre più un vivere con Lui, un fare tutto assieme a Lui. Ed anche la morte fisica, che ci attende, non potrà più spaventarci, perché con Gesù ha già avuto inizio in noi la vera vita, la vita che non muore”. (2)

Letizia Magri

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1 – C. Lubich, La vera vita, Città Nuova, 35, [1991], 14, p. 32.
2 – Ibid., p. 33.
 

Audio Parola di Vita di aprile con esperienza




Marzo 2018

“Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”(Sal 25, 4).

Il re e profeta Davide, autore di questo salmo, è oppresso dall’angoscia e dalla povertà e si sente in pericolo di fronte ai suoi nemici. Vorrebbe trovare una strada per uscire da questa situazione dolorosa, ma sperimenta la sua impotenza.

Allora alza gli occhi verso il Dio di Israele, che da sempre custodisce il suo popolo e lo invoca con speranza perché venga in suo aiuto.

La Parola di vita di questo mese sottolinea, in particolare, la sua richiesta di conoscere le vie e i sentieri del Signore, come luce per le proprie scelte, soprattutto nei momenti difficili.

“Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”.

Anche a noi capita di dover fare scelte decisive per la nostra vita, che impegnano la coscienza e tutta la nostra persona; a volte abbiamo tante possibili strade davanti a noi e siamo incerti su quale sia la migliore, altre volte ci sembra di non averne nessuna ….

Cercare una via per andare avanti è profondamente umano, e a volte abbiamo bisogno di chiedere aiuto a chi consideriamo amico.

La fede cristiana ci fa entrare nell’amicizia con Dio: Egli è il Padre che ci conosce intimamente e ama accompagnarci nel nostro cammino. 

Egli ogni giorno invita ciascuno di noi ad entrare liberamente in un’avventura, avendo come bussola l’amore disinteressato verso Lui e tutti i suoi figli.

Le strade, i sentieri sono anche occasioni di incontro con altri viaggiatori, di scoperta di nuove mete da condividere. Il cristiano non è mai una persona isolata, ma fa parte di un popolo in cammino verso il disegno di Dio Padre sull’umanità, che Gesù ci ha rivelato, con le sue parole e tutta la sua vita: la fraternità universale, la civiltà dell’amore.

“Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”.

E le vie del Signore sono audaci, a volte sembrano al limite delle nostre possibilità, come i ponti di corda gettati tra le pareti delle rocce.

Esse sfidano abitudini egoistiche, pregiudizi, falsa umiltà e ci aprono orizzonti di dialogo, incontro, impegno per il bene comune. Soprattutto ci richiedono un amore sempre nuovo, stabilito sulla roccia dell’amore e della fedeltà di Dio per noi, capace di arrivare fino al perdono.

Esso è la condizione irrinunciabile per costruire relazioni di giustizia e di pace tra le persone e tra i popoli. Anche la testimonianza di un gesto d’amore semplice, ma autentico, può illuminare la strada nel cuore degli altri.

In Nigeria, durante un incontro in cui giovani e adulti potevano condividere le esperienze personali di amore evangelico, Maya, una bambina, ha raccontato: “Ieri, mentre stavamo giocando, un bambino mi ha spinta e sono caduta. Mi ha detto “scusa” e l’ho perdonato”.

Queste parole hanno aperto il cuore di un uomo il cui padre era stato ucciso da Boko Haram: “Ho guardato Maya. Se lei, che è una bambina, può perdonare significa che anche io posso fare altrettanto”.

“Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”.

Se vogliamo affidarci ad una guida sicura nel nostro cammino, ricordiamo che proprio Gesù ha detto di sé: “Io sono la Via …”(Gv 14,6). Rivolgendosi ai giovani riuniti a Santiago di Compostela, per la Giornata mondiale della gioventù del 1989, Chiara Lubich li ha incoraggiati con queste parole:

“[…] Definendo se stesso come “la Via”, ha voluto dire che dobbiamo camminare come ha camminato lui […]. Si può dire che la via percorsa da Gesù ha un nome: amore […] L’amore che Gesù ha vissuto ed ha portato è un amore speciale ed unico. […] E’ l’amore stesso che arde in Dio. […] Ma amare chi? Amare Dio certamente è il primo nostro dovere. Poi: amare ogni prossimo. […]

Dal mattino alla sera, ogni rapporto con gli altri va vissuto con quest’amore. In casa, all’università, al lavoro, nei campi sportivi, in vacanza, in chiesa, per strada, dobbiamo cogliere le varie occasioni per amare gli altri come noi stessi, vedendo Gesù in loro, non trascurando nessuno, anzi amando tutti per primi. […] Entrare più profondamente possibile nell’animo dell’altro; capire veramente i suoi problemi, le sue esigenze, i suoi guai e anche le sue gioie, per poter condividere con lui ogni cosa. […] Farsi, in certo modo, l’altro. Come Gesù che, Dio, si è fatto, per amore, uomo come noi. Così il prossimo si sente compreso e sollevato, perché c’è chi porta con lui i suoi pesi, le sue pene e condivide le sue piccole felicità.

“Vivere l’altro”, “vivere gli altri”: questo è un grande ideale, questo è superlativo […]”.

Letizia Magri

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Audio Parola di Vita di marzo con esperienza




Febbraio 2018

“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” (Ap 21,6)1

L’apostolo Giovanni scrive il Libro dell’Apocalisse per consolare ed incoraggiare i cristiani del suo tempo, di fronte alle persecuzioni che in quel momento si erano diffuse. Questo libro, ricco di immagini simboliche, rivela infatti la visione di Dio sulla storia e il compimento finale: la Sua vittoria definitiva su ogni potenza del male. Questo Libro è la celebrazione di una meta, di un fine pieno e glorioso che Dio destina all’umanità.

E’ la promessa della liberazione da ogni sofferenza: Dio stesso «asciugherà ogni lacrima (…) e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno» (Ap 21,4).

“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”.

Questa prospettiva ha i suoi germogli nel presente, per chiunque ha già cominciato a vivere nella ricerca sincera di Dio e della sua Parola che ci manifesta i Suoi progetti; per chi sente ardere in sé la sete di verità, di giustizia, di fraternità. Provare sete, essere alla ricerca, è per Dio una caratteristica positiva, un buon inizio ed Egli ci promette addirittura la fonte della vita.

L’acqua che Dio promette è offerta gratuitamente. Dunque è offerta non solo a chi spera di essere gradito ai Suoi occhi per i propri sforzi, ma a chiunque sente il peso della propria fragilità e si abbandona al Suo amore, sicuro di essere risanato e di trovare così la vita piena, la felicità.

Chiediamoci dunque: di che cosa abbiamo sete? E a quali sorgenti andiamo a dissetarci?

“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”.

Forse abbiamo sete di essere accettati, di avere un posto nella società, di realizzare i nostri progetti… Aspirazioni legittime, che possono spingerci però ai pozzi inquinati dell’egoismo, della chiusura sugli interessi personali, fino alla sopraffazione sui più deboli. Le popolazioni che soffrono per la scarsità di pozzi con acqua pura conoscono bene le conseguenze disastrose della mancanza di questa risorsa, indispensabile per garantire vita e salute.

Eppure, scavando più a fondo nel nostro cuore, troveremo un’altra sete, che Dio stesso vi ha messo: vivere la vita come un dono ricevuto e da donare. Attingiamo dunque alla fonte pura del Vangelo, liberandoci da quei detriti che forse la ricoprono, e lasciamoci trasformare a nostra volta in sorgenti di amore generoso, accogliente e gratuito per gli altri, senza fermarci di fronte alle inevitabili difficoltà del cammino.

“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”

Quando poi tra cristiani realizziamo il comandamento dell’amore reciproco, permettiamo a Dio di intervenire in maniera tutta particolare, come scrive Chiara Lubich:

“Ogni attimo in cui cerchiamo di vivere il Vangelo è una goccia di quell’acqua viva che beviamo. Ogni gesto d’amore per il nostro prossimo è un sorso di quell’acqua. Sì, perché quell’acqua così viva e preziosa ha questo di speciale, che zampilla nel nostro cuore ogniqualvolta l’apriamo all’amore verso tutti. E’ una sorgente – quella di Dio – che dona acqua nella misura in cui la sua vena profonda serve a dissetare gli altri, con piccoli o grandi atti di amore. E se continuiamo a dare, questa fontana di pace e di vita darà acqua sempre più abbondante, senza mai prosciugarsi. E c’è anche un altro segreto che Gesù ci ha rivelato, una specie di pozzo senza fondo a cui attingere. Quando due o tre si uniscono nel suo nome, amandosi dello stesso suo amore, Lui è in mezzo a loro. Ed è allora che ci sentiamo liberi, pieni di luce, e torrenti di acqua viva sgorgano dal nostro seno. E’ la promessa di Gesù che si avvera perché è da lui stesso, presente in mezzo a noi, che zampilla acqua che disseta per l’eternità”. (2)

Letizia Magri

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1 Nel mese di febbraio proponiamo questa Parola di Dio, che un gruppo di fratelli e sorelle di varie Chiese ha scelto in Germania, da vivere lungo tutto l’anno.

2 Cfr. C. Lubich, La fonte della vita, Città Nuova, 46, [2002], 4, p. 7.
 
 

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Gennaio 2018

“Potente è la tua mano, Signore” (Es 15,6)

La Parola di vita di questo mese richiama un versetto dell’Inno di Mosè, un brano dell’Antico Testamento in cui Israele esalta l’intervento di Dio nella propria storia. È un canto che proclama la Sua azione decisiva per la salvezza del popolo, nel lungo percorso dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto fino all’arrivo nella Terra promessa.

È un cammino che conosce difficoltà e sofferenza, ma che si realizza sotto la guida sicura di Dio anche attraverso la collaborazione di alcuni uomini, Mosé e Giosué, che si mettono al servizio del Suo disegno di salvezza.

“Potente è la tua mano, Signore”.

Quando noi pensiamo alla potenza, facilmente la associamo alla forza del potere, spesso causa di sopraffazione e conflitti tra persone e tra popoli. Invece, la parola di Dio ci rivela che la vera potenza è l’amore, così come si è manifestata in Gesù. Egli ha attraversato tutta l’esperienza umana, fino alla morte, per aprirci la strada della liberazione e dell’incontro con il Padre. Grazie a Lui si è manifestato il potente amore di Dio per gli uomini.

“Potente è la tua mano, Signore”.

Se guardiamo a noi stessi, dobbiamo riconoscere con franchezza i nostri limiti. La fragilità umana, in tutte le sue espressioni – fisica, morale, psicologica, sociale – è una realtà innegabile. Ma è proprio qui che possiamo sperimentare l’amore di Dio. Egli, infatti, vuole la felicità per tutti gli uomini, suoi figli, e per questo è sempre disponibile ad offrire il suo aiuto potente a quanti si mettono con mitezza nelle sue mani per costruire il bene comune, la pace, la fraternità.

Questa frase è stata sapientemente scelta per celebrare in questo mese la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Quanta sofferenza siamo stati capaci di infliggerci a vicenda in questi secoli, scavando spaccature e sospetti, dividendo comunità e famiglie.

“Potente è la tua mano, Signore”.

Abbiamo bisogno di chiedere con la preghiera la grazia dell’unità, come dono di Dio; allo stesso tempo possiamo anche offrirci ad essere Suoi strumenti d’amore per costruire ponti. In occasione di un convegno presso il Consiglio ecumenico delle chiese, a Ginevra nel 2002, Chiara Lubich, invitata ad offrire il suo pensiero e la sua esperienza, ha detto:

“Il dialogo si svolge in questo modo: anzitutto ci si mette sullo stesso piano del nostro partner chiunque esso sia; poi lo si ascolta, facendo il vuoto completo dentro di noi … In questa maniera si accoglie l’altro in sé e lo si comprende … Perché ascoltato con amore, l’altro è, così, invogliato a sentire anche la nostra parola”. (1)

In questo mese, approfittiamo dei nostri contatti quotidiani, per stringere o recuperare rapporti di stima e amicizia con persone, famiglie o gruppi appartenenti a chiese diverse dalla nostra. 

E perché non estendere la nostra preghiera e la nostra azione anche alle fratture all’interno della nostra stessa comunità ecclesiale, come anche in politica, nella società civile, nelle famiglie? Potremo testimoniare anche noi con gioia: “Potente è la tua mano, Signore”.

Letizia Magri
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1 Cfr. C. Lubich, L’unità e Gesù crocifisso e abbandonato fondamento per una spiritualità di comunione, Ginevra, 28 ottobre 2002.

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Dicembre 2017

“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua Parola” (Lc 1,38)

Una giovane donna, nella sua casa della Palestina, in una anonima periferia del potente impero romano, riceve una visita inaspettata e sconvolgente: un messaggero di Dio le porta un invito e aspetta una sua risposta.

“Rallegrati!” le dice l’Angelo salutandola; poi le rivela l’amore gratuito di Dio per lei e le chiede di collaborare al compimento del Suo disegno sull’umanità.

Maria accoglie, nello stupore e nella gioia, il dono di questo incontro personale con il Signore e si dona totalmente a sua volta a questo progetto ancora sconosciuto, per la piena fiducia che ripone nell’amore di Dio.

Con il suo “Eccomi!” generoso e totale, Maria si mette con decisione al servizio di Lui e degli uomini indicando a tutti, col suo esempio, un modo luminoso di adesione alla volontà di Dio.

“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”

Meditando su questa frase del Vangelo, Chiara Lubich ha scritto: “Per adempiere i suoi disegni Dio ha bisogno solo di persone che si consegnino a Lui con tutta l’umiltà e la disponibilità d’una serva. Maria – vera rappresentante dell’umanità di cui assume il destino – con questo atteggiamento lascia a Dio tutto lo spazio per la sua attività creatrice. Ma, siccome «servo del Signore» oltre che un’espressione d’umiltà, era anche un titolo di nobiltà, che veniva attribuito ai grandi servitori della storia della salvezza, come Abramo, Mosè, Davide e i Profeti, Maria con queste parole afferma tutta la sua grandezza”.[1]

“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”

Anche noi possiamo scoprire la presenza di Dio nella nostra vita ed ascoltare quella “parola” che rivolge a noi, per invitarci a realizzare nella storia, qui e adesso, un tassello del Suo disegno d’amore. La nostra fragilità ed un senso di inadeguatezza potrebbero bloccarci. Facciamo nostra, allora, la parola dell’Angelo: “Nulla è impossibile a Dio”[2] e diamo fiducia alla Sua potenza più che alle nostre forze.

E’ un’esperienza che ci libera dai condizionamenti e dalla presunzione di bastare a noi stessi, fa emergere le nostre migliori energie e le risorse che non pensavamo di avere e ci rende finalmente capaci di amare a nostra volta.

Racconta una coppia di sposi: “Fin dall’inizio del nostro matrimonio, abbiamo aperto la nostra casa ai familiari dei bambini ricoverati negli ospedali della nostra città. Sono passate da casa nostra oltre cento famiglie, ma abbiamo sempre cercato di essere famiglia per loro. Spesso la Provvidenza ci ha aiutato a sostenere anche economicamente questa accoglienza, ma doveva arrivare prima la nostra disponibilità; ultimamente abbiamo ricevuto una somma di denaro ed abbiamo pensato di tenerla da parte, sicuri che sarebbe stata utile per qualcuno. Infatti, poco dopo è arrivata un’altra richiesta. E’ tutto un gioco d’amore con Dio e noi dobbiamo solo essere docili e stare al gioco”.

“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”

Per vivere questa frase del Vangelo, può aiutarci il suggerimento di Chiara di accogliere la Parola di Dio come ha fatto Maria: “ … con totale disponibilità, sapendo che non è parola d’uomo. Essendo Parola di Dio, contiene in sé una presenza di Cristo. Accogli dunque Cristo in te nella sua Parola. E con attivissima prontezza mettila in pratica, momento per momento. Se così farai, il mondo rivedrà Cristo passare per le vie delle nostre moderne città, Cristo in te, vestito come tutti, che lavora negli uffici, nelle scuole, nei più vari ambienti, in mezzo a tutti.”[3]

In questo periodo di preparazione al Natale, cerchiamo anche noi, come ha fatto Maria, un po’ di tempo per stare a “tu per tu” con il Signore, magari leggendo una pagina del Vangelo.

Proviamo a riconoscere la Sua voce nella nostra coscienza, illuminata così dalla Parola e resa sensibile alle necessità dei fratelli che incontriamo.

Chiediamoci: in che modo posso essere una presenza di Gesù oggi, per contribuire, lì dove vivo, a fare della convivenza umana una famiglia?

L’ “eccomi” con cui risponderemo permetterà a Dio di seminare pace intorno a noi e di far crescere la gioia nel nostro cuore.

Letizia Magri

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[1] Cfr. Chiara Lubich , Non perdere l’occasione, Citta Nuova, 25, [1981], 22, p. 40.

[2] Cfr. Lc 1,37

[3] Cfr. Chiara Lubich , Non perdere l’occasione, Citta Nuova, 25, [1981], 22, pp. 40-41.

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Novembre 2017

“Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo” (Mt 23,11).

Gesù, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, annunciava la novità dello stile di vita di quelli che vogliono essere suoi discepoli, uno stile “controcorrente” rispetto alla mentalità più diffusa. (1)
Al suo tempo, come anche oggi, era facile fare discorsi moralistici e poi non vivere coerentemente, ma piuttosto cercare per sé posti di prestigio nel contesto sociale, modi per emergere e servirsi degli altri per ottenere vantaggi personali.
Ai suoi Gesù chiede di avere tutt’altra logica nelle relazioni con gli altri, quella che Egli stesso ha vissuto:

“Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”.

In un incontro con persone desiderose di scoprire come vivere il vangelo, Chiara Lubich ha così condiviso la sua esperienza spirituale:
“Si deve sempre puntare lo sguardo nell’unico Padre di tanti figli. Poi guardare tutte le creature come figlie di un unico Padre … Gesù, modello nostro, ci ha insegnato due sole cose, che sono una: ad essere figli di un solo Padre e ad essere fratelli gli uni degli altri …. Dio dunque ci chiamava alla fratellanza universale”. (2)
Ecco la novità: amare tutti come ha fatto Gesù, perché tutti sono – come me, come te, come ogni persona sulla terra – figli di Dio, amati e attesi da sempre da Lui.
Si scopre così che il fratello da amare concretamente, anche con i muscoli, è ognuna di quelle persone che incontriamo quotidianamente. E’ il papà, la suocera, il figlio piccolo e quello ribelle; il carcerato, il mendicante e il disabile; il capo ufficio e la signora delle pulizie; il compagno di partito e chi ha idee politiche diverse dalle nostre; chi è della nostra fede e cultura come pure lo straniero.
L’atteggiamento tipicamente cristiano per amare il fratello è servirlo:

“Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”.

Ancora Chiara: “Aspirare costantemente al primato evangelico col mettersi, il più possibile, al servizio del prossimo[…] E quale è il modo migliore per servire? Farsi uno con ogni persona che incontriamo, sentendo in noi i suoi sentimenti: risolverli come cosa nostra, fatta nostra dall’amore […] Cioè non vivere più ripiegati su noi stessi, cercar di portare i suoi pesi, di condividere le sue gioie”. (3)
Ogni nostra capacità e qualità positiva, tutto quello per cui possiamo sentirci “grandi” è una imperdibile opportunità di servizio: l’esperienza sul lavoro, la sensibilità artistica, la cultura, ma anche la capacità di sorridere e di far sorridere; il tempo da offrire per ascoltare chi è nel dubbio o nel dolore; le energie della giovinezza, ma anche la forza della preghiera, quando quella fisica viene a mancare.

“Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo”.

E questo amore evangelico, disinteressato, prima o poi accende nel cuore del fratello lo stesso desiderio di condivisione, rinnovando i rapporti in famiglia, in parrocchia, nei luoghi di lavoro o di svago e mettendo le basi per una nuova società.
Hermez, adolescente del Medio Oriente, racconta: “Era domenica, e appena sveglio ho chiesto a Gesù di illuminarmi nell’amare durante tutto il giorno. Mi sono accorto che i miei genitori erano andati a Messa e mi è venuta l’idea di pulire e sistemare la casa. Ho cercato di curare ogni particolare, perfino i fiori sul tavolo! Poi ho preparato la colazione, sistemando ogni cosa. Al rientro, i miei genitori erano sorpresi e felicissimi di quanto avevano trovato. Quella domenica abbiamo fatto colazione nella gioia come mai era successo, dialogando su tante cose, e ho potuto condividere con loro le molte esperienze vissute durante tutta la settimana. Quel piccolo atto di amore aveva dato il “la” ad una bellissima giornata!”

Letizia Magri

1 Cfr. Mt 23, 1-12.
2 C. Lubich, L’unità agli albori del Movimento dei focolari – Payerne (Svizzera), 26 settembre 1982.
3 Ibid.

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Ottobre 2017

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5).
 

L’apostolo Paolo, mentre si trova in carcere a causa della sua predicazione, scrive una lettera alla comunità cristiana della città di Filippi. E’ stato proprio lui il primo a portare lì il Vangelo e tanti hanno creduto e si sono impegnati con generosità nella nuova vita, testimoniando l’amore cristiano anche quando Paolo è dovuto partire. Queste notizie danno a lui una grande gioia e per questo la sua lettera è piena di affetto per i filippesi.

Egli dunque li incoraggia ad andare avanti, a crescere ancora come singoli e come comunità, e per questo ricorda il loro modello, dal quale imparare lo stile di vita evangelico:

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

E quali sono questi “sentimenti”? Come è possibile conoscere i desideri profondi di Gesù, per imitarlo?

Paolo lo ha capito: Cristo Gesù, il Figlio di Dio, ha svuotato se stesso ed è sceso in mezzo a noi; si è fatto uomo, totalmente al servizio del Padre, per permettere a noi di diventare figli di Dio (1).

Ha realizzato la sua missione attraverso il modo di vivere di tutta la sua esistenza: si è continuamente abbassato per raggiungere chi era più piccolo, debole, insicuro, per risollevarlo, per farlo sentire finalmente amato e salvato: il lebbroso, la vedova, lo straniero, il peccatore.

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

Per riconoscere e coltivare in noi i sentimenti di Gesù, riconosciamo prima di tutto in noi stessi la presenza del suo amore e la potenza del suo perdono; poi guardiamo a lui, facendo nostro il suo stile di vita, che ci spinge ad aprire il cuore, la mente e le braccia per accogliere ogni persona così com’è. Evitiamo ogni giudizio verso gli altri, ma invece lasciamoci arricchire dal positivo di chi incontriamo, anche quando è nascosto da un cumulo di miserie e di errori e ci sembra di “perdere tempo” in questa ricerca.

Il sentimento più forte di Gesù che possiamo fare nostro è l’amore gratuito, la volontà di metterci a disposizione degli altri con i nostri piccoli o grandi talenti, per costruire coraggiosamente e concretamente rapporti positivi in tutti i nostri ambienti di vita; è saper affrontare anche le difficoltà, le incomprensioni, le divergenze con spirito di mitezza e con la determinazione di trovare le strade del dialogo e della concordia.

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

Chiara Lubich, che per tutta la vita si è lasciata guidare dal Vangelo e ne ha sperimentato la potenza, ha scritto:

“Imitare Gesù significa comprendere che noi cristiani abbiamo senso se viviamo per gli altri, se concepiamo la nostra esistenza come un servizio ai fratelli, se impostiamo tutta la nostra vita su questa base. Allora avremo realizzato ciò che a Gesù sta più a cuore. Avremo centrato il Vangelo. E saremo veramente beati”. (2)

Letizia Magri
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1 Cfr. Gal 4,6: “E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!» ”. Anche Gv 1,12: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.
2 Cfr. C. Lubich, Beati quelli che si amano a vicenda, Città Nuova, 26, (1982), 6, p.43.

 

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Settembre 2017

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24)

Gesù è nel mezzo della sua vita pubblica, nel pieno del suo annuncio che il Regno di Dio è vicino, e si prepara ad andare a Gerusalemme. I suoi discepoli, che hanno intuito la grandezza della sua missione ed hanno riconosciuto in lui l’Inviato di Dio atteso da tutto il popolo di Israele, si aspettano finalmente la liberazione dalla potenza romana e l’alba di un mondo migliore, portatore di pace e prosperità.

Ma Gesù non vuole alimentare queste illusioni; dice chiaramente che il suo viaggio verso Gerusalemme non lo porterà al trionfo, ma piuttosto al rifiuto, alla sofferenza ed alla morte; rivela anche che il terzo giorno risorgerà. Parole difficili da comprendere ed accettare, tanto che Pietro reagisce e mostra di rifiutare un progetto tanto assurdo; cerca anzi di dissuadere Gesù.

Dopo un secco rimprovero a Pietro, Gesù si rivolge a tutti i discepoli con un invito sconvolgente:

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Ma cosa chiede Gesù ai suoi discepoli di ieri e di oggi, con queste parole? Vuole che disprezziamo noi stessi? Che ci votiamo tutti ad una vita ascetica? Ci chiede di cercare la sofferenza per essere più graditi a Dio?

Questa Parola ci esorta piuttosto ad incamminarci sui passi di Gesù, accogliendo i valori e le esigenze del Vangelo per assomigliare a Lui sempre di più. E questo significa vivere con pienezza la vita tutta intera, come ha fatto Lui, anche quando sul cammino appare l’ombra della croce.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Non possiamo negarlo: ognuno ha la sua croce: il dolore, nelle sue varie forme, fa parte della vita umana, ma ci appare incomprensibile, contrario al nostro desiderio di felicità. Eppure è proprio lì che Gesù ci insegna a scoprire una luce inaspettata. Come avviene quando, entrando talvolta in alcune chiese, scopriamo quanto meravigliose e luminose siano le loro vetrate, che dall’esterno apparivano buie e senza bellezza.

Se vogliamo seguirlo, Gesù ci chiede di fare un completo capovolgimento di valori, spostando noi stessi dal centro del mondo e rifiutando la logica della ricerca dell’interesse personale. Ci propone di fare più attenzione alle esigenze degli altri, che alle nostre; di spendere le nostre energie per far felici gli altri, come lui, che non ha perso un’occasione per confortare e dare speranza a quelli che ha incontrato. E con questo cammino di liberazione dall’egoismo può iniziare per noi una crescita in umanità, una conquista della libertà che realizza pienamente la nostra personalità.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Gesù ci invita ad essere testimoni del vangelo, anche quando questa fedeltà è messa alla prova dalle piccole o grandi incomprensioni dell’ambiente sociale in cui viviamo. Gesù è con noi, e ci vuole con Lui in questo giocarci la vita per l’ideale più ardito: la fraternità universale, la civiltà dell’amore.

Questa radicalità nell’amore è un’esigenza profonda del cuore umano, come testimoniano anche personalità di tradizioni religiose non cristiane, che hanno seguito la voce della coscienza fino in fondo. Scrive Gandhi: “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti”. (1)

Chiara Lubich ha trovato nel mistero di Gesù crocifisso e abbandonato la medicina per sanare ogni ferita personale ed ogni disunità tra persone, gruppi e popoli, ed ha condiviso con tanti questa scoperta. Nel 2007, in occasione di una manifestazione di Movimenti e Comunità di varie Chiese a Stoccarda, ha scritto:

“Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po’ simili ai suoi. ( …) Quando sentiamo (….) questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46), si è riabbandonato al Padre.

Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: “Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto”. E, se nel momento seguente ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia (…). I piccoli gruppi in cui viviamo (…) possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il Suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri. (…) La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato.” (2)

Letizia Magri
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1 M.K. Gandhi, Antiche come le montagne, Ed. di Comunità, Milano 1965, pp. 95-96.
2 C. Lubich, Per una cultura di comunione – Incontro Internazionale “Insieme per l’Europa” – Stoccarda, 12 maggio 2007

 

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Agosto 2017

“Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Sal 145, 9).

Questo Salmo è un canto di gloria per celebrare la regalità del Signore che domina tutta la storia: è eterna e maestosa, ma si esprime nella giustizia e nella bontà e somiglia più alla vicinanza di un padre che alla potenza di un dominatore.

E’ Dio il protagonista di questo inno, che rivela la sua tenerezza, sovrabbondante come quella materna: Egli è misericordioso, pietoso, lento all’ira, grande nell’amore, buono verso tutti …

La bontà di Dio si è manifestata verso il popolo di Israele, ma si espande su quanto è uscito dalle sue mani creatrici, su ogni persona e su tutto il creato.

Al termine del Salmo, l’autore invita tutti i viventi ad associarsi a questo canto, per moltiplicare il suo annuncio, in un armonioso coro a più voci:

“Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”.

Dio stesso ha affidato il creato alle mani operose dell’uomo e della donna, come “libro” aperto in cui è scritta la sua bontà. Essi sono chiamati a collaborare all’opera del Creatore, aggiungendo pagine di giustizia e di pace, camminando secondo il Suo disegno di amore.

Purtroppo, però, ciò che vediamo intorno a noi sono le tante ferite inferte a persone, spesso indifese, ed all’ambiente naturale. Questo a causa dell’indifferenza di molti e per l’egoismo e la voracità di chi sfrutta le grandi ricchezze dell’ambiente, solo per i propri interessi, a scapito del bene comune.

Negli ultimi anni, nella comunità cristiana si è fatta strada una nuova consapevolezza e sensibilità a favore del rispetto del creato; in questa prospettiva possiamo ricordare i tanti appelli autorevoli che incoraggiano la riscoperta della natura come specchio della bontà divina e patrimonio di tutta l’umanità.

Così si è espresso il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, nel suo Messaggio per la Giornata del creato dello scorso anno: “È richiesta una vigilanza continua, formazione e insegnamento in modo che sia chiara la relazione dell’attuale crisi ecologica con le passioni umane […] il cui […] risultato e frutto è la crisi ambientale che viviamo. Costituisce, pertanto, unica via il ritorno alla bellezza antica […] della moderazione e della ascesi, che possono condurre alla saggia gestione dell’ambiente naturale. In modo particolare, l’ingordigia, con la soddisfazione delle necessità materiali, porta con certezza alla povertà spirituale dell’uomo, la quale comporta la distruzione dell’ambiente naturale”. (1)

E papa Francesco, nel documento Laudato si’, ha scritto: “La cura per la natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito […]. Questa stessa gratuità ci porta ad amare e accettare il vento, il sole o le nubi, benché non si sottomettano al nostro controllo. […] Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti ”. (2)

Approfittiamo allora dei momenti liberi dagli impegni di lavoro, o di tutte le occasioni che abbiamo durante la giornata, per rivolgere lo sguardo verso la profondità del cielo, la maestà delle vette e l’immensità del mare, o anche solo sul piccolo filo d’erba spuntato al margine della strada. Questo ci aiuterà a riconoscere la grandezza del Creatore “amante della vita” e a ritrovare la radice della nostra speranza nella sua infinità bontà, che tutto avvolge ed accompagna.

Scegliamo per noi stessi e per la nostra famiglia uno stile di vita sobrio, rispettoso delle esigenze dell’ambiente e commisurato sulle necessità degli altri, per arricchirci di amore. Condividiamo i beni della terra e del lavoro con i fratelli più poveri e testimoniamo questa pienezza di vita e di gioia facendoci portatori di tenerezza, benevolenza, riconciliazione nel nostro ambiente.

Letizia Magri

1 Cf. Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, Messaggio per la Giornata del creato, 1 settembre 2016.

2 Cf. Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’, 24 maggio 2015 (nn.228- 229)

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Luglio 2017

ESPERIENZE PAROLA DI VITA

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”(Mt 11,28).

Stanchi e oppressi: queste parole ci suggeriscono l’immagine di persone – uomini e donne, giovani, bambini e anziani – che in qualsiasi modo portano pesi lungo il cammino della vita e sperano che arrivi il giorno in cui potersene liberare.

In questo brano del vangelo di Matteo, Gesù rivolge un invito: “Venite a me …”.

Egli aveva intorno a sé la folla venuta per vederlo e ascoltarlo; molti di essi erano persone semplici, povere, con poca istruzione, incapaci di conoscere e rispettare tutte le complesse prescrizioni religiose del tempo. Gravavano su di loro, inoltre, le tasse e l’amministrazione romana come un peso spesso impossibile da sostenere. Si trovavano nell’affanno e in cerca di una offerta di una vita migliore.

Gesù, con il suo insegnamento, mostrava un’attenzione particolare verso di loro e verso tutti quelli che erano esclusi dalla società perché ritenuti peccatori. Egli desiderava che tutti potessero comprendere ed accogliere la legge più importante, quella che apre la porta della casa del Padre: la legge dell’amore. Dio infatti rivela le sue meraviglie a quanti hanno il cuore aperto e semplice.

Ma Gesù invita anche noi, oggi, ad avvicinarci a lui. Egli si è manifestato come il volto visibile di Dio che è amore, un Dio che ci ama immensamente, così come siamo, con le nostre capacità e i nostri limiti, le nostre aspirazioni e i nostri fallimenti! E ci invita a fidarci della sua “legge” che non è un peso che ci schiaccia, ma un giogo leggero, capace di riempire il cuore di gioia in quanti la vivono. Essa richiede l’impegno a non ripiegarci su noi stessi, anzi a fare della nostra vita un dono sempre più pieno agli altri, giorno dopo giorno.

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”(Mt 11,28).

Gesù fa anche una promessa: “… vi darò ristoro”.

In che modo? Prima di tutto con la Sua presenza, che si rende più decisa e profonda in noi se lo scegliamo come il punto fermo della nostra esistenza; poi con una luce particolare, che illumina i nostri passi quotidiani e ci fa scoprire il senso della vita, anche quando le circostanze esterne sono difficili. Se, inoltre, cominciamo ad amare come Gesù stesso ha fatto, troveremo nell’amore la forza per andare avanti e la pienezza della libertà, perché è la vita di Dio che si fa strada in noi.

Così ha scritto Chiara Lubich: “… un cristiano, che non è sempre nella tensione di amare, non merita il nome di cristiano. E questo perché tutti i comandamenti di Gesù si riassumono in uno solo: in quello dell’amore per Dio e per il prossimo, nel quale vedere e amare Gesù. L’amore non è mero sentimentalismo ma si traduce in vita concreta, nel servizio ai fratelli, specie quelli che ci stanno accanto, cominciando dalle piccole cose, dai servizi più umili. Dice Charles de Foucauld: “Quando si ama qualcuno, si è molto realmente in lui, si è in lui con l’amore, si vive in lui con l’amore, non si vive più in sé, si è ‘distaccati’ da sé, ‘fuori’ di sé” (1). Ed è per questo amore che si fa strada in noi la sua luce, la luce di Gesù, secondo la sua promessa: “A chi mi ama … mi manifesterò a lui” (2). L’amore è fonte di luce: amando si comprende di più Dio che è Amore” (…)”. (3)

Accogliamo l’invito di Gesù ad andare a Lui e riconosciamolo come sorgente della nostra speranza e della nostra pace.

Accogliamo il suo “comandamento” e sforziamoci di amare, come Lui ha fatto, nelle mille occasioni che ci capitano ogni giorno in famiglia, in parrocchia, sul lavoro: rispondiamo all’offesa con il perdono, costruiamo ponti piuttosto che muri e mettiamoci al servizio di chi è sotto il peso delle difficoltà.

Scopriremo in questa legge non un peso, ma un’ala che ci farà volare alto.

Letizia Magri

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1 C. de Foucauld, Scritti Spirituali, VII, Città Nuova, Roma 1975, p.110.
2 Cf. Gv 14, 21.
3 Cf. C. Lubich, Parola di vita/maggio – La luce s’accende con l’amore, Città Nuova, XLIII, [1999/8], pg. 49.

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