Consigliera regionale per passione

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La più giovane consigliera nella storia della regione Veneto. Con un impegno preciso: fare della politica la casa della fraternità.

Cristina Guarda, 25 anni, lavoratrice dipendente dall’età di 20 anni, imprenditrice agricola, interessata al mondo della piccola impresa, attenta al progetto dell’Economia di Comunione. Com’è nata la tua passione politica?

«L’anno scorso a un workshop sull’etica nell’impresa organizzato a Palermo dai giovani dell’Economia di Comunione, una citazione del prof. Becchetti: “Politica non è occupare uno spazio di potere, ma creare progetti nel tempo” mi ha aperto un nuovo orizzonte.

Qualche giorno dopo, tornando dal lavoro, ho ricevuto la chiamata di un parlamentare veneto: mi proponeva di candidarmi in una lista civica al Consiglio regionale.

I miei amici mi hanno sempre definita un’ottimista sognatrice, determinata, capace di disquisire anche per ore sulle realtà sociali e politiche, ma mai mi ero occupata della sua parte pratica. Della politica vera, non quella della dialettica e della retorica di buon senso, ma quella pragmatica fatta di leggi, programmi e concretezze, non sapevo proprio nulla.

Il mio curriculum stracolmo poteva giustificare una candidatura, ma con quali prospettive di vittoria per un ruolo cui approdano solitamente ultra 40enni con una ventennale esperienza di partito?».

Cosa ha determinato la tua decisione? Chi ti ha dato la spinta definitiva?

«Ti confesso che il mio sì è stato convinto ed entusiasta (maturato assieme alle persone a me vicine), anche se consapevole di quanto fosse complessa la situazione che avrei dovuto affrontare. Ci credevo e ci credo. Come avrei potuto tenere per me, chiuse in un cassetto, le esperienze di vita, le convinzioni maturate nell’ambito della mia comunità? Sapevo di non essere sola. Quanto avevo imparato e vissuto nell’ambito del Movimento dei Focolari andava messo alla prova dei fatti, al servizio dei tanti bisogni che attraversano la mia Regione.

Il mio obiettivo non era certo vincere: sapevo che sarebbe stato improbabile entrare in Consiglio, ma comprendevo altrettanto chiaramente che era un’occasione per testimoniare che il fine ultimo della politica è la fraternità, è il “servizio umile al prossimo”.

La campagna elettorale è stata un percorso fatto di scelte importanti come non investire denaro nell’autopromozione su radio e giornali, non assumere uno stile aggressivo che discredita l’avversario. Sono scelte che determinano un apparente isolamento, ma ben presto suscitano solidarietà e condivisione.

Ho trovato sostegno in Valter, anche lui candidato alle elezioni regionali, in Francesco, impegnato in un volantinaggio che non ha conosciuto soste, e persino in Marco di Torino e Noemi di Enna che da 300 e 1300 chilometri di distanza mi hanno supportata nella progettazione della faticosa campagna elettorale.

Non si è trattato di un sostegno determinato dall’appartenenza allo stesso partito, quanto della convergenza su un punto fondamentale per tutti noi: fare della politica la casa della fraternità».

Poi l’inaspettata elezione. Cosa ha significato per te e a cosa ti stai dedicando oggi?

«Entrando in Palazzo Ferro Fini a Venezia dopo l’elezione ho avvertito di poter continuare ad aver fiducia in chi mi aveva portato fino a lì. Per la più giovane consigliera nella storia del Veneto acquisire autorevolezza di fronte ai colleghi non è semplice, ma sono accompagnata da ottimi compagni di viaggio, fuori e dentro al Palazzo.

La mia famiglia, il mio fidanzato, gli amici con cui condivido gli ideali alti e concreti del Vangelo vissuto, esponenti delle comunità cristiane e islamiche, associazioni operanti nel territorio, tanti cittadini attivi.

Il rischio di cadere nel vortice della ricerca di consenso, di dare priorità alle apparizioni sui giornali è sempre molto alto, ogni giorno. E ogni giorno si ripresenta l’opportunità di scegliere come intervenire sui banchi del Consiglio, dando e cercando rispetto.

Attualmente partecipo a 3 commissioni su 5, ognuna molto articolata e impegnativa.

Gli ambiti che voglio approfondire sono quelli legati alla mia formazione: agricoltura e ambiente, piccole e medie imprese, attenzione alle fasce più a rischio di emarginazione: disoccupati, bambini, malati.

Cerco di dedicare tempo alle visite nel territorio: aziende, scuole, ospedali, centri turistici. Incontro persone che amano l’innovazione e chiedono a gran voce un cambio di rotta anche nella vita politica, apprezzano la trasparenza e la sincerità. Praticamente sto scoprendo le potenzialità della mia gente e della società in cui vivo. Ciò che noto con sorpresa è che la gente apprezza la distanza dai soliti metodi di fare politica, questo mi incoraggia e nello stesso tempo mi impegna. Mi ritrovo spesso ad ammettere la mia ignoranza e a chiedere aiuto».

Sappiamo del tuo impegno per importanti progetti di legge in una Regione che presenta grandi potenzialità e altrettante sfide. Cosa ritieni essenziale affrontare e risolvere?

«Sto studiando con precisione opportunità sulla partecipazione attiva della cittadinanza, sulle politiche giovanili e per la famiglia, sulla ricerca agricola e sul microcredito. La realizzazione di questi i progetti, i più ambiziosi, è lenta poiché desidero sia partecipata sempre da altri consiglieri, tecnici, studiosi, professori, amministratori, giovani e associazioni del territorio.

Ho condiviso con altri consiglieri, di minoranza o maggioranza, una serie di interrogazioni e mozioni, e costretto ad affrontare alcuni gravi problemi relativi al territorio. Questo mi aiuta a non alimentare polemiche, a denunciare le ingiustizie senza cadere nella strumentalizzazione politica».

Tutto ciò è stato possibile anche per la cosiddetta “legge anti-moschee” che ha tanto fatto parlare i giornali nei mesi scorsi.

«Era un progetto di legge proposto da alcuni consiglieri di maggioranza e minoranza nell’ottobre del 2015 e discusso subito dopo i drammatici fatti di Parigi. In Consiglio e sui giornali veniva denominata tristemente “legge anti-moschee”, io preferisco chiamarla “legge sui luoghi di culto”. L’obiettivo era delegare ai Comuni l’opportunità di autorizzare a livello edilizio e urbanistico l’apertura di luoghi di culto, di formazione o di sostegno sociale legato al culto. A mio avviso era una legge rischiosa perché poteva bloccare non solo la vitalità della comunità islamica veneta, ma anche quella di ogni chiesa, cattolica, ortodossa o evangelica, di ogni comunità, movimento o associazionismo legato al culto.

Pur sapendo che la legge sarebbe passata così com’era, non accettavo che venisse approvata senza l’utilizzo del prezioso strumento delle “audizioni”, unico metodo di partecipazione e consultazione della cittadinanza di cui disponiamo in Consiglio regionale. Mi sono letteralmente impuntata affinché venissero chiamate tutte le espressioni religiose rappresentate in Veneto, cogliendo l’occasione per un confronto mai visto prima d’ora in Regione.
Ho iniziato una lunga e faticosa opera di confronto con la mia diocesi e i vescovi, gli imam conosciuti grazie al Movimento dei Focolari, la diocesi ortodossa, la Caritas e altre associazioni che potevano essere messe in difficoltà nel seguire la propria vocazione di assistenza.
Il giorno dell’audizione in Regione, segnalata con poco preavviso, ero stremata dal rincorrere i responsabili delle molte chiese e un po’ preoccupata perché cosciente che forse gli unici a presentarsi sarebbero stati i rappresentanti del mondo islamico del Veneto. Arrivata in commissione, non credevo ai miei occhi: non solo vi erano 6 amici della comunità islamica, ma anche i Sikh, la Chiesa luterana, ortodossa, riformata, protestante, i Testimoni di Geova. Nonostante ciò, la legge è stata approvata, molti consiglieri sono rimasti sordi. Ma la buona notizia è che il governo l’ha impugnata proprio perché la si considera non rispettosa dei principi di libertà di culto. È stato un grande successo per me attivare un confronto tra Regione e cittadini che ora potrebbe diventare permanente con l’istituzione di un tavolo interreligioso.

Le dinamiche in cui lavoro restano dure, a volte chiuse alle sfide dell’inarrestabile connotazione multietnica del nostro Paese. Con la difficoltà aumenta in me la passione con obiettivi chiari e condivisi: non aver paura delle conflittualità, continuare a far emergere i bisogni e le domande dei cittadini, catalizzare il positivo, le tante soluzioni concrete già attivate nel territorio, come antidoto alla disgregazione sociale».

a cura di Maria Rita Topini

Blog di Cristina Guarda http://www.cristinaguarda.it/blog

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1 commento

  1. L’esperienza della giovane Cristina, molto coraggiosa e decisa, fa bene sperare nel futuro. Va’ avanti, Cristina, con la nostra unità!

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