Un concerto sui generis

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Come trasformare un luogo di dolore in un ambiente dove socializzare e ritrovare serenità

«Le viti». « Le ho in mano». «Hai con te il cacciavite? ». «Ce l’ho in tasca». Mentre montiamo il pianoforte guardiamo l’accettazione pediatrica di fronte a noi: barelle e sedie a rotelle che vanno e vengono, famiglie sedute ad attendere col bigliettino in mano, che chiamino il loro numero, la voce atona che annuncia: «A, zero, settantadue». Non ci sembra possibile che questo sia il luogo dove Enrico terrà il concerto.
Si avvicinano premurose due addette alle pulizie, ci chiedono cosa possono fare per noi. Così inizia il dialogo con loro; saputo che Enrico non è un maestro di musica, ma un pianista, una di loro prende coraggio e va a parlargli. Da sempre le piace la musica classica. Non troviamo la presa per la corrente; la più vicina è all’incirca a sette metri di distanza; guardiamo verso la TV ed in alto, ma proprio in alto, troviamo la soluzione dei nostri problemi. Il pianista mi dice: «Tu ci sai arrivare, vero? Arrampichi». «Certo – rispondo – ma ci vuole una scala». La gente ci guarda, noi sosteniamo la parte…. Al “maestro” viene in mente di suonare un pezzo; chiede alle ormai nostre amiche di ascoltare per dare un giudizio. Attacca.
L’accettazione si trasforma. Il rumore diventa brusio, poi soffio. Le famiglie – col numero in mano – non puntano più gli occhi sul display dei numeri, qualche bimbo si siede a fianco del pianoforte. Sì. La musica porta un’aria magica, trasformante.
Intanto arrivano i e le protagoniste del concerto: un bel gruppetto proveniente da neuropsichiatria, altri da otorino e chirurgia. Bach rompe il ghiaccio, seguito dalla “Marcia turca” di Mozart. Il silenzio è lieve, la trasformazione dell’ambulatorio in sala da concerto è avvenuta. Solo lo schianto rumoroso delle lattine che precipitano lungo la macchinetta delle bibite ricorda dove siamo.
L’idea del concerto è nata dal rapporto con questi degenti, alcuni da mesi ricoverati in ospedale, e dalla scoperta che a diversi di loro piace la musica classica; alcuni addirittura suonano il piano. Una degente chiede la “Sonata al chiaro di luna”. Viene accontentata dal magistrale pianista che … suona il piano senza utilizzare lo spartito … «Me ne sono accorta, sa, che è bravo, anche perché certi pezzi li suonava a memoria», mi confidava il giorno dopo la stessa degente. Seguono pezzi di musica moderna, inframezzati dagli applausi degli astanti e dai dialogo fra loro ed il pianista.
Intanto diversi ragazzini fanno capolino; erano al pronto soccorso (pediatrico) e… la curiosità ha battuto il dolore. E’ proprio vero che l’anima ha sete d’infinito e che questo passa dalla musica.
Una nutrita schiera di dottoresse, infermiere, ausiliarie entra a far parte del pubblico presente e batte a ritmo i piedi sul pavimento mentre ascoltano un rag-time travolgente. Sì, queste periferie dimenticate, questi bambini e bambine a volte soli col loro dolore, fisico e spirituale, che lottano insieme coi genitori battaglie che sembrano più grandi di loro, desiderano in fondo un momento di amore, semplice, profondo.
«Volete che vi suoni qualcosa che vi piace? ». La richiesta è accolta con un «Sì, un adagio di Mozart». Seguono brani di Einaudi ed Allevi, per giungere all’ultimo pezzo: “La campanella” di Liszt. Non è un pezzo facile, ed infatti una signora tenta di rompere l’incanto, prendendo dalle macchinette nell’ordine: una brioche, un caffè, una lattina. Tutto inutile; nonostante i suoi tentativi, il pubblico è ormai passato su un altro piano: quello dell’arte. C’è chi chiede un pezzo di Debussy, chi di Shostakovich o Chopin. E’ passata un’ora e venti , molto più di “quell’ora di serenità” che il pianista aveva dedicato ai presenti. Si forma un crocchio attorno ad Enrico , poi il personale raccoglie i degenti e in pochi minuti ci ritroviamo nell’accettazione pediatrica, insieme alle due signore addette alle pulizie che ci aiutano a rimettere tutto a posto. Tutto finito? No, crediamo proprio di no.

 

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