Progetto “Apriamoci” – “More” Associazione culturale

2430

screenshot-2016-12-01-15-24-38

 Progetto Apriamoci 

attività di informazione e accompagnamento
per una reciproca accoglienza fra i giudicariesi e i richiedenti asilo

Domanda: Questi nostri fratelli immigrati quando lasciano Lampedusa spesso risalgono l’Italia … Infatti un anno fa giungevano a Roncone, in provincia di Trento, un gruppo di richiedenti asilo, non senza un iniziale duro impatto su una comunità di appena 1500 persone. In che modo la vostra associazione More è riuscita a innestare un cambiamento in questa situazione? Quali sono i punti di forza di questa vostra esperienza?

(Stefano)
I punti di forza sono sostanzialmente tre:

  • Non chiedere alla comunità di guardare i “poveri” profughi da aiutare, ma fare della presenza di queste persone una “occasione” provvidenziale per lavorare con loro ai bisogni di tutta la comunità.
  • In questo senso, ed è il secondo punto di forza, è stato importante creare una rete integrata non solo tra operatori e il gruppo di volontari della nostra singola associazione, ma anche tra tutte le associazioni e le reti di comunità che stanno loro attorno.
  • Il terzo punto di forza è la parola connettere, nel senso di rimettere insieme in modo generativo le attività concrete che tanti di noi fanno ma che sono anch’esse frantumate nella società frantumata … sprigionare la Ferrari dalle nostre tante lambrette in connessione.Domanda: Un lavoro, quindi, dentro la vostra comunità che ha portato ad accogliere, superando i tanti steccati e muri che invece vediamo erigere in altre parti d’Europa … ma come avete fatto concretamente a favorire l’integrazione sociale dei vostri profughi?(Ilaria)Quando il 27 agosto del 2015, la Provincia Autonoma di Trento (nel nostro sistema non sono le prefetture ma l’assessorato alle attività sociali ad avere la responsabilità di questa emergenza) inviò alla casa “don Santo Amistadi” di Roncone i nostri primi richiedenti asilo (10 e poi 12), non potevamo contare su una precedente esperienza né su molte conoscenze.L’associazione More fino a quel momento si era occupata sì di stranieri, soprattutto per l’insegnamento dell’italiano, ma ora, di fronte a persone in fuga dai loro paesi, spesso traumatizzate, occorreva fare un salto di qualità e dedicarsi a servirle in compiti più vasti e complessi.È nato così il progetto “Apriamoci” che prevede un’accoglienza gestita da 5 operatori stipendiati e da un gruppo di una trentina di volontari che si occupano della struttura, situata nel centro storico del paese, delle spese per vitto o trasporti o medicinali, dei contatti con i servizi del territorio, delle procedure per la richiesta del riconoscimento dello status di rifugiato.

    Inizialmente, è vero, ci si è trovati a fronteggiare una forte contrarietà all’accoglienza di molte persone del paese. Abbiamo quindi sentito su di noi, insieme al dolore di chi era sopravvissuto ai naufragi e aveva perso tutto, anche il dolore dell’ostilità nei loro confronti, delle paure che questa emergenza genera a torto o a ragione, sforzandoci sempre di rispondere con la consapevolezza di dover agire anche “per” loro, per tutti, per l’unità. 

    Dopo un anno e più possiamo dire con i fatti che la strada imboccata ci conduce proprio lì, all’unità, con sviluppi maggiori – senza le immancabili difficoltà – di quanto potevamo ottimisticamente sperare. Oggi la presenza di questi ospiti è pacifica e, ci sembra negli effetti che constatiamo, anche benefica.

    Da subito abbiamo puntato molto al lavoro, ossia a rendere possibile ai nostri ospiti un’attività di volontariato o retribuita, affinché le loro giornate fossero riempite di dignità, di crescita e di rapporti. È stato necessario a questo scopo affiancarci ad altre associazioni, come Mato Grosso o Croce Rossa, e altre associazioni locali entrando nelle loro iniziative ma portando anche loro nelle nostre attività, in una vicinanza e condivisione che prima non avevamo mai sperimentato.

    (Stefano)

    Un fatto inaspettato ci ha però spinti ancor più su questa strada: un’azienda del paese ci     ha offerto in comodato gratuito un capannone inutilizzato. Lì un nostro operatore, Hector, si è messo ad insegnare a saldare (nel suo paese di origine, l’Equador, lui era saldatore) utilizzando il ferro delle discariche e poi ad aggiustare biciclette rotte. Era un altro modo di “fare per la comunità”.

dsc04963Da questa attività è nato un “corso per saldatore” di 150 ore che interessa i nostri ospiti e i profughi di altre strutture della provincia. A lui si sono affiancati altri artigiani del paese che, gratuitamente, si sono avvicinati al laboratorio con le loro competenze: elettricità, idraulica, falegnameria. Non solo: si è creata una sinergia con altre realtà che lavorano nel campo del riuso (un negozietto di vestiti usati e una distribuzione di cibo in scadenza).

E’ arrivata così l’idea di costituire una impresa di EdC, un “centro eco-formativo” aperto a tutti (non solo ai rifugiati), inserito nel tessuto produttivo locale, grazie alla rete fra le imprese artigiane e le scuole di formazione professionale.
Ci stiamo accorgendo che, lavorando al futuro dei nostri fratelli in fuga dalla loro terra, ci si è aperto un mondo di possibilità e di futuro per le nostre comunità.

“Reciproca integrazione” l’abbiamo denominata nel progetto Apriamoci: per essa non esiste asimmetria fra chi aiuta e chi è aiutato, ma mette concretamente le persone a fare per gli altri, e le porta a scoprire nell’esperienza che la diversità è risorsa, è opportunità.

Progetto: Apriamoci

Sito:Associazione More

Esperienza raccontata al congresso “Condividere”

da Ilaria Pedrini e Stefano Sarzi

image_pdfimage_print

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO