Conducevo una vita borghese, da ministro burocrate ma poi . . .

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Anch’io vissi sulla mia pelle tutta la problematica dei primi anni ’70: ricerca di identità, crisi di solitudine, disunità tra clero e vescovo, mal posta apertura al sociale, fino al punto da perdere di vista la mia scelta originaria: Dio. Conducevo una vita borghese, da ministro burocrate.

Mi dedicai a degli hobby che non avevano nulla a che spartire con i miei compiti di prete. Spesso trascorrevo qualche ora andando a caccia con degli amici; mi piaceva pure la pesca fino al punto da procurarmi una grossa imbarcazione da diporto, completa, s’intende, di reti e di ogni marchingegno da pescatore professionista. Ma soprattutto mi affascinava la radiofrequenza, tanto da potermi collegare con radioamatori non solo dell’Europa ma perfino di oltre-oceano.

Con una vita così, il mio rapporto con Dio si era di molto affievolito e l’attività pastorale languiva. Fu a questo punto che un sacerdote mi rivolse un invito inaspettato: “Perché non vieni con me domani sera a Roma ad un convegno di sacerdoti? Vedrai che non avrai a pentirtene”. Capirai, pensai tra me, trovarmi solo tra preti… deve essere una barba tale… no, non ne parliamo neppure. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Rividi tutta la mia vita passata e mi sentii un fallito, ma davanti al volto sereno di chi mi aveva invitato, decisi di partire.

Fu per me una folgorazione! 720 tra sacerdoti e religiosi (durante un incontro internazionale del Movimento dei Focolari) di tutte le nazionalità, congregazioni, razze, culture  in un clima di armonia e di sincera fraternità. Credetti di essere sbarcato su un altro pianeta. Si parlava della nuova spiritualità dell’Unità, dell’amore scambievole fino a dare la vita. Mi pareva un’utopia una vita così. Io mi conoscevo bene. Sarebbe venuto fuori qualcosa di buono da me?

Durante l’incontro però vedevo che si viveva nei miei confronti quello che si diceva: letto rifatto, servizio a tavola . . . sembrava che gli altri vivessero soltanto per servirmi. “Eh no, qui son tutti matti, pensai, sarà tutta una montatura!”. Man mano, però, incominciavo a sentirmi sciogliere dentro: come mai mi sentivo accettato per quello che ero?

Le parole: Dio al primo posto, perdere tutto, inabissarmi nel presente per amare il fratello, capovolsero la mia vita. Perdere tutto, lasciare tutto! Queste parole mi risuonavano potenti nell’anima; da dove cominciare? Rientrato in paese trovai la forza di sbarazzarmi del fucile, dell’imbarcazione con tutta l’attrezzatura; mi sembrò un po’ duro staccarmi dalla radio frequenza, ma vinsi anche questa, smantellai tutto e non se ne parlò più.

Chiesi al mio vescovo di lasciare la parrocchia e fui “promosso” da parroco a viceparroco in una parrocchia con un confratello che condivideva lo stesso ideale. Trascorsi appena due mesi, il mio vescovo mi fece la proposta di celebrare la messa nel carcere. Le gambe mi tremavano. Ho pensato a Gesù abbandonato, tagliato fuori da tutti…. L’amore verso ogni carcerato per me doveva essere una scelta rinnovata a Lui. Mi buttai e dissi di sì.

All’ora stabilita fece il suo ingresso nella disadorna cappella un gruppo di detenuti; mi scrutavano studiandomi, mentre accendevo le candele e preparavo le ampolline.
“Il Signore sia con voi… e con il tuo spirito” dovetti aggiungere da me . . . nessuno, infatti, conosceva la risposta. Ma l’esame più difficile fu il commento al Vangelo che parlava di Zaccheo.

Non riuscii a dire niente di quanto con cura mi ero appuntato ma sentii che potevo amare concretamente. Dicevo a ciascuno di loro: “Non mi interessa che cosa hai fatto o che cosa farai, voglio solo sapere se vuoi essere aiutato e se ti posso aiutare”. Così mi trovai a fare con gioia il fattorino per sbrigare una pratica di pensione, il detective per rintracciare una moglie che da sei anni non dava più notizie, l’intermediario per ottenere la disponibilità di bravi avvocati a difendere gratuitamente qualche detenuto in difficoltà economiche.

Fu così che la mia vita cambio!

Don Pietro

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