Nave saudita in arrivo al porto di Genova, ONG: “Stop ai trasferimenti di armi che alimentano conflitti”

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Sostegno alla mobilitazione dei portuali e appello alle responsabilità del Governo italiano e di tutti i Governi europei 

Roma, 14 febbraio 2020

Nelle prossime ore, secondo i programmi di rotta, il cargo saudita “Bahri Yanbu” transiterà nel porto civile di Genova dove potrebbe anche caricare attrezzature militari dirette in Arabia Saudita. Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Movimento dei Focolari Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Oxfam Italia (da tempo attive in coalizione sulla questione del conflitto in corso in Yemen) si oppongono con forza a tale possibilità e in generale a qualsiasi ipotesi di transito di materiale d’armamento attraverso porti italiani. Situazione che, per il parere delle Organizzazioni necessiterebbe di autorizzazione da parte del Governo secondo le norme vigenti.

Va sottolineato infatti che mentre il Parlamento italiano, in Senato, si sta accingendo a discutere un possibile rafforzamento dei controlli sull’export militare – ora previsti dalla legge 185/90 – si continua a permettere sistematicamente il transito di materiali d’armamento destinati a paesi in guerra in contrasto con le norme vigenti.

Azioni legali, manifestazioni e mobilitazioni per contrastare il ritorno della “Bahri Yanbu” – già in passato protagonista di soste nei porti italiani con motivazione legata al commercio di armamenti – avvenute nei giorni corsi in diversi porti europei. Dal 27 gennaio 2019 questa nave da trasporto di proprietà saudita ha già trasportato e trasferito armi per decine di milioni di dollari. Molti di questi sistemi d’arma hanno poi contribuito ad alimentare il sanguinoso conflitto in corso in Yemen: una terribile catastrofe umanitaria del mondo costellata da episodi di crimini di guerra. Anche in questo caso esiste, quindi, il fondato pericolo che i porti italiani accolgano operatori marittimi che trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto: armi che possono essere usate – com’è già accaduto – per commettere gravi violazioni dei diritti umani e che anche secondo i trattati internazionali firmati dal nostro Paese non dovrebbero essere consegnate.

Essendo tornata da un viaggio transatlantico durante il quale ha effettuato una sosta negli Stati Uniti e in Canada a dicembre, la nave avrebbe dovuto attraccare in cinque porti europei dal 2 febbraio 2020, prima di continuare il suo viaggio in Arabia Saudita: Bremerhaven (Germania), Anversa (Belgio), Tilbury Docks (Regno Unito), Cherbourg (Francia) e Genova (Italia). Grazie alle mobilitazioni della società civile la sosta in Belgio non è avvenuta: le autorità belghe hanno esercitato pressioni sulla nave per non farla attraccare e non farla transitare nelle loro acque. La «Bahri Yanbu» appartiene alla maggiore compagnia di trasporto saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh. Anche la tipologia della nave, una delle 6 moderne con/ro multipurpose della flotta Bahri, ha una chiara vocazione militare, adatta al trasporto sia di carichi ro/ro e heavy-lift speciali (ovvero anche mezzi militari fuori norma), sia di container.

Ricordiamo che durante un precedente viaggio, con rotta simile, effettuato da questa stessa nave a maggio 2019, le proteste dei portuali e del mondo associativo impedirono il caricamento in stiva sulla “Bahri Yanbu” di alcuni sistemi d’arma. Con questo nuovo viaggio della “Bahri Yanbu”, i governi europei sono chiamati nuovamente ad adempiere ai loro obblighi e a fermare ogni nuovo carico di armi. Sappiamo che in passato gli Stati hanno fallito nel loro obbligo internazionale di interrompere i trasferimenti di armi utilizzate per commettere crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Ancora una volta la nostra voce si leva chiara e forte – anche a sostegno dei lavoratori del porto di Genova, che si sono mobilitati fin da subito – per chiedere che non ci sia alcun tipo di collaborazione da parte dell’Italia (export di armi, facilitazione del trasferimento) con governi e attori coinvolti in guerre sanguinose.

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Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Movimento dei Focolari Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Oxfam Italia

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