Quando il lavoro diventa una “mission”

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Lavoro da 7 anni come operatore socio sanitario presso una cooperativa e mi occupo di assistenza a domicilio. Rispetto al lavoro in struttura il lavoro a domicilio richiede maggior attenzione in tutte le necessità dell’assistito. Fondamentale è il rapporto con la famiglia, la sinergia col medico di base e con il distretto sanitario.

Ho conosciuto Bepi (lo chiamo così per rispetto della privacy) circa 6 anni fa. Ci ha lasciati alcuni giorni fa. Era affetto dal morbo di Alzheimer da diversi anni. Per desiderio della famiglia l’ho seguito costantemente fino alla fine, per cui gran parte del mio lavoro era dedicato a lui.

In questi anni abbiamo fatto molte cose con Bepi, anche se lui non riusciva ad esprimersi chiaramente. Lunghe passeggiate, vacanze al mare, momenti ricreativi.

Non sono mancate le occasioni per stimolarlo e far affiorare le sue residue capacità motorie, espressive, emozionali con canzoni, letture, giochi.  Con la moglie è nato un rapporto molto amichevole, ci siamo confrontati sulle terapie e i passi da compiere mentre avanzava la malattia.

La famiglia (benestante) non ha una particolare sensibilità “religiosa”, vive in una sorta di indifferenza e non frequenta la Chiesa. Tuttavia in questi anni ho avuto modo di esprimermi apertamente, stimolato dalla curiosità della moglie che mi chiedeva cosa c’era “dietro” le mie scelte.

Così le ho parlato del Movimento, dei miei impegni e delle iniziative che facevamo col focolare e la comunità. La cosa interessante era che ad ogni inizio settimana mi chiedeva cosa avessi fatto nel weekend e non le ho mai nascosto nulla. Presto è nata una stima reciproca e il dialogo tra noi si è aperto sui più vari argomenti.

Qualche settimana fa Bepi si è aggravato e non si alzava più dal letto, non mangiava e faceva fatica a respirare. Insieme alla moglie abbiamo deciso di tenerlo in casa. Gli ultimi giorni sono stati “intensi” e vissuti serenamente. Quando Bepi ormai si stava “spegnendo” la moglie mi chiede improvvisamente: “come funziona con i riti religiosi”?

Chissà perché anziché starle a spiegare teoricamente come funzionava, le ho risposto: “vuoi che vada a chiamare un sacerdote”? Lei mi ha risposto di sì. Così mi sono precipitato dal parroco della chiesa lì vicino, che conoscevo poco, ma non lo trovo. Procuratomi il numero di cellulare da una volontaria riesco a raggiungerlo. Con mia sorpresa mi risponde, cosa strana mi dirà più tardi, poiché di solito non risponde immediatamente ai numeri sconosciuti. Arriva a casa del mio assistito nel giro di pochi minuti.

Bepi stava quasi “partendo”. La preghiera dell’unzione degli infermi è stata bellissima. Non l’avevo mai sentita, mi sono anche commosso. La moglie e i figli erano presenti.

Dopo pochi minuti, Bepi è “partito” serenamente. Al suo funerale (che in forma privata abbiamo fatto in chiesa) ho letto un pensiero che riassumeva la mia esperienza con lui. La famiglia ne ha voluto una copia.

Ora il rapporto con la famiglia si è consolidato. E’ stata una esperienza forte di “misericordia” di Dio proprio come dice la Parola di Vita del mese di febbraio.

Franco Vasta – Udine

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