Chiesa dalle porte aperte

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Foto dal sito della Parrocchia S.Pio X - Roma
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Il quartiere della Balduina, a Roma, nato attorno agli anni ’60, è conosciuto come una zona della capitale dove sono vissuti personaggi che hanno fatto la storia d’Italia. Ancora oggi la popolazione appartiene alla media-alta borghesia: professionisti, magistrati, professori universitari, persone di cultura. Da circa due anni e mezzo vi è parroco don Andrea Celli, presso la chiesa di San Pio X, con una comunità che conta circa 14 mila fedeli.

Abbiamo trovato don Andrea in mezzo a tanti impegni. Egli non usa WhatsApp, predilige il rapporto diretto con la gente: sentire la voce, vedere le persone… Chi lo vuole incontrare viene in canonica anche perché, secondo lui, aspettare un po’ – se necessario –, fa bene!

Avevamo preparato delle domande da rivolgergli, ma la sua simpatia e il suo entusiasmo ci hanno trascinati come un fiume in piena. L’avevamo conosciuto per il suo impegno nella parrocchia di San Tommaso Moro, non lontano dall’Università La Sapienza, un quartiere piuttosto difficile dove era riuscito a creare una vivacissima comunità giovanile. […]

Come ti sei mosso in concreto?

Da subito ho diviso gli adolescenti in giovanissimi e giovani, proponendo loro rispettivamente un percorso di cresima e di post cresima. Poi ho lanciato il tema degli universitari e post universitari. Oggi se uno fa un master, se inizia il lavoro, ancora si sente giovane, quindi ho preso in rilievo anche questa fascia, dai venti ai trent’anni.

E poi la formazione permanente degli adulti, quindi la catechesi ogni 15 giorni. Vedevo che la fascia più difficile da raggiungere era quella delle giovani coppie, perché mi scaricavano magari i bambini delle elementari per il catechismo o per la messa e poi se ne andavano. Mi sono inventato – e questo è un lavoro in nuce – le cosiddette cellule del Vangelo. Cioè, vedersi in parrocchia per la catechesi e poi dividersi in gruppetti nelle case per un percorso di preghiera o di approfondimento di come l’amore di coppia può diventare fecondo.

Siamo partiti con una quindicina di coppie che si incontrano ogni quindici giorni e approfondiamo temi della fede rilevanti per la vita. Purtroppo, al momento ci incontriamo solo in parrocchia, perché adesso, con il rischio Covid, nelle case è un po’ complesso.

Quest’anno ha preso forma anche il gruppo anziani. Qui in zona abitano anziani squisiti, che non si lamentano dell’età né delle loro situazioni di salute e che hanno fatto un po’ la storia d’Italia. Il gruppo di anziani si incontra regolarmente il giovedì pomeriggio che diventa un grande contenitore e laboratorio di idee: confronto tra di loro, Parola di Dio, preghiera, film, giochi, “il medico risponde”.

Devo dire che per me questo appuntamento è estremamente prezioso, perché ho riscoperto la ricchezza della terza età che spesso viene messa un po’ da parte e scartata come ha fatto ripetutamente notare papa Francesco.

Anche qui hai messo insieme fede e cultura…

Secondo me oggi la fede la veicoliamo, più che mai, attraverso la cultura. E questo è un quartiere da questo punto di vista molto stimolante. Si tratta di veicolare l’annuncio della fede attraverso le arti: la prosa, il teatro, la musica, la danza, la presentazione di libri, le conferenze… […]

Secondo te, quale è il modo migliore per essere generativi?

Per essere generativi, forse non bisogna fare chissà che cosa, secondo me basta non cadere nella sterilità. Faccio un esempio: è possibile che molte delle nostre chiese chiudano alle ore 13? Il professionista, che esce dallo studio durante la pausa pranzo, mangia un panino e poi vuole andare un attimo in chiesa per pregare e forse andrebbe anche a messa… non lo può fare perché trova chiuso!

Io direi: niente chiusure, vale a dire andare incontro agli altri, entrare nei negozi, cam- minare sulle strade. Andare incontro alle persone, vuol dire non legarsi a strutture: questa è la grande intuizione di papa Francesco. La struttura, la parrocchia è a servizio delle persone, deve essere trasparente e abitabile.

Vi racconto un fatterello. A Natale ho noleggiato un asino vero, una ragazza universitaria si è vestita da Maria, un ragazzo vestito da Giuseppe, e siamo andati in giro per tutto il quartiere. I negozi erano diventati gli ostelli che non accoglievano Maria e Giuseppe. I bambini vestiti da angioletti. Più di mille persone in piazza. Alla fine, siamo saliti in chiesa, abbiamo chiesto perdono per la nostra non accoglienza. Il segno è stato forte. Simili cose piacciono, sono segnali che ci interpellano su come viviamo la fraternità e l’accoglienza.

Don Andrea, un’ultima domanda: come è la Chiesa che vorresti?

Papa Francesco per me è un riferimento forte, sta traghettando la Chiesa attraverso una rivoluzione, per cui non si può tornare indietro e non si deve tornare indietro: la Chiesa della verità, dell’autenticità, la Chiesa della strada, la Chiesa del rapporto con il prossimo nel quale si incarna Cristo, la Chiesa dell’incontro, la Chiesa della misericordia. Una Chiesa più sollecita e più Madre. Chissà se una parrocchia come questa gli piacerebbe?

Leggi l’articolo completo sul nuovo numero di Ekklesia sulla generatività.

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Si parla spesso di “fine della Christianitas” in Europa, a significare il tramonto di un tipo di cristianesimo che, venendo meno, sembra portare via con sé anche i contenuti del cristianesimo stesso. Invece no, in tempi di crisi si cercano sempre nuove vie e la Chiesa si auto-genera nella vita della Parola.

Una delle vie che la pastorale attuale  sta riscoprendo è quella della generatività, concetto ripreso dalle scienze umane ma che si può applicare anche all’ambito ecclesiale. La parola già esprime molto: che genera vita, che produce frutti…. Ma come arrivarci?

Il presente numero di Ekklesía parte, appunto, dalle scienze umane per scoprire cosa c’è sotto questo nuovo approccio socio-antropologico della realtà; attraverso riflessioni e esperimenti concreti, si arriva poi ad enunciare alcune caratteristiche di una pastorale generativa.

  • Silvia Cataldi, professore associato di sociologia all’Università La Sapienza (Roma), evidenzia come generativitàstia diventando una parola chiave in tutte le sfere dell’agire umano, e ne illustra alcune sue applicazioni in ambito sociale.
  • Carlos Gomes Esteves, argentino, psicologo, psicoterapeuta e docente, parla dello “stadio” dello sviluppo psicosociale che si può considerare “generativo” e che in genere corrisponde soprattutto all’età adulta, mettendo in evidenza le condizioni che aiutano a viverlo in pienezza.
  • Nella pastorale, secondo Jesus Moran, filosofo e co presidente del Movimento dei Focolari, la generatività comporta il passaggio da una mentalità “quantitativa” ad un approccio di vicinanza e di rapporti che portano ad una trasformazione; mentre Christian Hennecke, ormai conosciuto dai nostri lettori per i suoi approcci innovativi, ci parla di una “pastoral d’engendrement”, nata in Francia una ventina di anni fa ed ora già applicata in diverse diocesi.
  • Seguono poi alcune testimonianze di agire pastorale: l’approccio di Chiara Amirante, fondatrice di nuovi Orizzonti, nella ricerca del “popolo della notte”; le testimonianze di don Andrea Celli, parroco a Roma . .

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