Nel Buon Samaritano di Van Gogh il nostro dover essere

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Nel quadro del Buon Samaritano dipinto da Van Gogh nel 1890, pochi mesi prima di morire, troviamo l’immagine dell’uomo come è stato pensato, il nostro vero sé. Un uomo aperto alle infinite possibilità di bene.

Due figure giganteggiano al centro della scena. Il Samaritano, che ha il volto di Van Gogh, e il ferito. Hanno entrambi i pantaloni di colore blu, forse un simbolo del mettersi nei panni degli altri. Il Samaritano ama con i muscoli, agisce, prima si è chinato a terra per un primo soccorso come mostra la fascia bianca nella testa del ferito, ora è evidente lo sforzo, fa fatica, il corpo è teso, la schiena si inarca, punta il piede e spinge sul terreno per sollevare il ferito a peso morto.

Sollevare è lo stesso verbo usato nel Vangelo di Marco per indicare la Risurrezione. Chi ama passa dalla morte alla vita, sollevando ci si solleva. Il ferito è più in alto del soccorritore, l’altro è più in alto. A terra rimangono gli oggetti, le cose, che, ora, diventano insignificanti. Il Samaritano è imponente, per dire che chi non ama rimane un eterno bambino, egocentrico nel proprio mondo, nel proprio dolore, non cresce, non diventa un uomo di grande statura, un adulto.

Ora se tracciamo una linea diagonale che va dall’alto da sinistra verso il basso a destra, notiamo che, nella parte in alto, occupata dal ferito, i colori sono freddi, gelidi, cupi. Il tratto ondulato esprime la tempesta interna. La parte occupata dal Samaritano è dipinta con colori caldi, vivi, i tratti sono più dolci. Il male raffredda, congela, inibisce. Il bene, l’amore, riscalda, scioglie, rigenera.

Nella parte sinistra dobbiamo porre attenzione per notare le figure di due uomini, il sacerdote e il levita, due persone religiose. Sono piccole, girate di spalle. Sono passate oltre, non si sono fermate e restano sullo sfondo della tela, della vita, come piccoli uomini. Chi non si prende cura delle ferite dell’altro, fosse anche un uomo di Dio, diventa piccolo.

Particolari che dicono come il valore e la grandezza di una persona non dipendano dal ruolo, dalla ricchezza, ma dalla sua capacità di guardare il volto dell’altro. L’indifferenza ci fa diventare estranei a noi stessi. E se non ho occhi per me, non li ho neanche per l’altro. Il paradosso è che i samaritani, considerati, al tempo di Gesù, persone spregevoli, possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti.

Diceva Dostoevskij: “Ognuno di noi è colpevole davanti a tutti per tutti e per tutto ed io più degli altri”. Nella mia responsabilità è il senso della mia soggettività. E il soffrire per ridurre la sofferenza dell’altro è l’unica giustificazione della sofferenza e la nostra più grande dignità. Nel Buon Samaritano scrive Francesco è “la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale”.

Gabriele Amenta

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1 commento

  1. Meraviglioso ,attento ad ogni particolare artistico,ricco di interpretazioni del Vangelo legate a relative conclusioni dell”agire umano,immensamente condivisibili !!Questo il commento di un autore dal cristianesimo vero ,che dona ……un puro respiro !

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