Come mi hanno cambiato la vita i disabili

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Non sempre siamo noi a dar vita a “buone pratiche”. A volte sono piuttosto le circostanze e le persone con cui ci troviamo a vivere e a lavorare ad avere su di noi l’effetto di una “buona pratica”. È l’esperienza di una medica spagnola: dopo anni di intenso lavoro e grandi responsabilità è andata a lavorare in un Centro tenuto dai padri Orionini per persone con gravi disabilità e vi ha imparato molto.

Ho 57 anni. Sono medica e sono entrata in focolare (i focolari sono piccole comunità di persone donate tutte a Dio, al cuore del più vasto Movimento dei Focolari) a 26.

Ho lavorato e vissuto sempre nella regione di Madrid. Ero ormai da qualche anno responsabile del Movimento dei Focolari per una parte della Spagna, quando ho incominciato ad avvertire disagio e disinteresse per tutto quanto facevo nel Movimento. Non me ne rendevo conto, ma mi ero molto “burocratizzata”: avevo un’agenda piena di “cose da fare”, persino il ritiro o qualsiasi incontro era un “dovere”, una cosa da fare, non persone da amare.

Avevo accettato quel compito perché era un mio modo di dire sì a Dio, ma percepivo anche che era un impegno superiore alle mie forze. Piena di buona volontà, mi sono buttata nella vita di comunione, nel lavoro per il Movimento, per gli incontri, per strutture come i Centri Mariapoli e il Centro editoriale, e continuavo il mio lavoro come medico.

Avevo quindici giorni di vacanza all’anno e due o tre giorni di riposo ogni due mesi. Mi alzavo alle 6 del mattino e andavo a dormire alle 23. Tutto il giorno, in un modo o nell’altro, “lavoravo”. Oltre a questo, mia mamma si era ammalata di tumore e abitava da sola (siamo un fratello e io).

Ero molto contenta e grata delle esperienze vissute, della gente meravigliosa conosciuta. Ma dentro di me intuivo sempre più che qualcosa non andava, anche se non riuscivo a fermarmi per ascoltare il mio intimo: troppi erano i bisogni che vedevo attorno (o così mi sembrava). E quindi continuavo la mia corsa.

Un giorno, nelle vacanze, mi sono ridonata a Maria e le ho chiesto di fare lei nella mia vita quello che occorreva. Le ho affidato quella situazione perché non sapevo come aggiustarla… e in cosa.

Siccome il mio ritmo di vita era fisicamente estenuante – tra l’altro dovevo fare tutti i giorni 180 km in macchina per le trasferte di lavoro – ho colto con gratitudine l’opportunità di andare a lavorare più vicino al focolare, in un Centro dei religiosi di don Orione per persone con grave disabilità intellettiva.

Io provenivo dal mondo della medicina del lavoro, da ambienti molto competitivi come la Tv, l’amministrazione pubblica, ecc. Durante il colloquio per l’assunzione siamo entrati in un reparto e uno dei ragazzi, con sindrome di Down, molto alto, quando ha saputo che io ero la nuova medica, mi è venuto incontro di corsa con le braccia allargate.

In un primo momento mi sono spaventata e ho cercato di fermarlo prendendo la sua faccia tra le mie mani, un gesto amichevole ma che aveva anche la seconda intenzione di bloccarlo qualora mi avesse fatto del male. Lui è rimasto molto sorpreso. Poi, con dolcezza, ha preso le mie mani e se le è messe dietro il collo come per dargli un abbraccio. A sua volta mi ha abbracciato per un bel po’ e mi ha sorriso come per dire: «Guarda che gli abbracci si danno così».

Io non lo sapevo, ma Gesù mi aspettava in queste persone per trasformare profondamente la mia vita. Con loro ho incominciato a guardare il mondo in un altro modo. Una mattina, alle 7, mentre davo le medicine e loro erano ancora a letto, l’idraulico che doveva fare un lavoro ai termosifoni ha incominciato a dare forti colpi di martello: ton, ton, ton… Stavo per andare a rimproverarlo – «Come fa a fare tanto rumore a quest’ora, quando i ragazzi sono ancora a letto?» – quando mi sono fermata perché uno di loro stava muovendo le braccia al suono dei colpi, che egli viveva come … “musica”.

Vedendo la loro spontaneità, la loro libertà nell’agire, il loro affetto sincero, ho cominciato, senza accorgermi, a mettere anch’io in gioco queste risorse. Da tempo provavo a vivere il Vangelo, ma lì… ricevevo grosse lezioni.

Ad esempio, c’era un ragazzo – Jesús – che ogni mattina, quando gli dicevo “Buongiorno”, mi rispondeva con un sorriso da un orecchio all’altro. Io qualche giorno arrivavo contenta ma altre volte ero triste oppure stanca. Lui invece, immancabilmente, mi accoglieva con il suo sorriso, tutto per me!

Un giorno ero un po’ nervosa e mi sono cadute per terra le pastiglie che dovevo dare a loro: prima una, poi un’altra e un’altra ancora. Mi veniva da spazientirmi, quando uno dei ragazzi – erano tutti zitti perché mi vedevano tesa – ha cominciato a ridere e tutti sono scoppiati a ridere. Impossibile non mettermi a ridere anch’io con loro!

Un altro ragazzo – Luis – ogni venerdì, quando veniva a prenderlo la famiglia che lo accoglieva per il weekend, mi salutava dicendo: «Dottoressa! Io vado ma non piangere perché ritornerò!». Era uno scherzo innocente che si ripeteva tutti i venerdì. Qualche mese dopo è morto per un arresto cardiaco ed io ho pianto tutte le mie lacrime. Ma poi, di colpo, mi sono tornate alla mente quelle parole: «Dottoressa, non piangere perché ritornerò».

La convivenza con queste persone con gravi disabilità ha smontato progressivamente la mia struttura così sicura e la mia intelligenza poco aperta, lasciando emergere un’altra intelligenza: quella del cuore che sa riconoscere in ognuno qualcosa di unico e irripetibile.

Con loro ho ritrovato il fascino della vita del Vangelo e dell’ideale dell’unità, quella vera. La loro autenticità mi ha portato a confrontarmi con la mia inconscia ipocrisia: quel cercare di mostrarmi sempre brava e ineccepibile, scoperto come un atteggiamento profondamente dannoso. Perché, in realtà, abbiamo bisogno continuamente di perdono e di misericordia da parte di Dio, degli altri, di noi stessi…  Per sentire quel bisogno dobbiamo, però, vederci e accettarci così come siamo. È questa una delle tante cose che mi ha insegnato l’autenticità di queste persone.

Margarita Gómez del Valle

Esperienza tratta dalla rivista Ekklesía n. 19 aprile/giugno 2023

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