La 50° edizione si è conclusa a Trieste, ma il processo è stato appena avviato. Intervista a Lucio Torelli dell’Università di Trieste
A cura di Aurelio Molè
Nella splendida cornice di Trieste, città di frontiera, crocevia di scambi, culture, religioni e mercati si è svolta la 50° Settimana sociale dei cattolici in Italia dal titolo: “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Si è aperta il 3 luglio con la visita e il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricordato come la democrazia sia camminare insieme e si è chiusa con il discorso di papa Francesco il 7 luglio al Centro Congressi davanti ai 900 delegati di tutte le diocesi d’Italia. «Dobbiamo riprendere la passione civile – ha spiegato – (…). Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere

come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non abbia il fiuto del popolo è un teorico».
Lucio Torelli, professore in Statistica medica dell’Università degli Studi di Trieste e delegato del rettore per l’orientamento in entrata, in uscita e il job placement è stato uno dei protagonisti della preparazione dell’evento.
Qual è stato il tuo ruolo e che esperienza è stata per te?
Più di un anno fa il nostro rettore si era incontrato con il vescovo Trevisi, da poco arrivato a Trieste, e aveva dato la disponibilità del nostro ateneo a collaborare per la Settimana Sociale: era un modo per celebrare la cinquantesima Settimana Sociale insieme al centenario dell’Università di Trieste. Il rettore mi ha quindi chiesto di poter essere da tramite per i mesi di preparazione, coinvolgendo, in alcune attività, anche nostri colleghi e studenti. Ho potuto così partecipare direttamente anche ai lavori della Settimana Sociale, insieme ad un migliaio di altri delegati provenienti da tutta Italia. Sono stati giorni molto belli, un’esperienza interessante e, per molti versi, nuova. Si voleva che la Settimana Sociale non fosse un evento, ma un processo, e così mi sembra sia stato; non solo un convegno con conferenze tenute da dotti relatori. Nel programma, infatti, erano previsti pochi interventi, cui seguivano lavori di gruppo. I 44 gruppi erano composti in maniera originale: nel mio c’erano giovani, sacerdoti, due vescovi, persone impegnate in vari ambiti e in diverse associazioni e si è cercato di fare prima di tutto un’esperienza di conoscenza e di dialogo. È stata una modalità nuova, costruita e cresciuta nelle tre giornate, modalità che penso possa diventare di riferimento e di aiuto per una Chiesa che vuole essere sinodale e che vuole essere aperta a tutta la società.
Hai avuto la possibilità di partecipare alla Settimana Sociale anche con Rita, tua moglie?
Sì, ed è stato proprio bello: io come universitario, lei come delegata della diocesi di Trieste per rappresentare il mondo della giustizia, in quanto Rita lavora come assistente sociale presso l’ufficio di Esecuzione penale esterna. Rita con il suo ufficio ha anche allestito uno degli stand delle buone pratiche dove hanno fatto ogni giorno alcune iniziative sul mondo del carcere e sulla giustizia, iniziative che hanno coinvolto molti passanti.

Come hai appena anticipato, questa volta la Settimana Sociale ha coinvolto anche la città, proprio perché nel titolo una delle parole chiave era la partecipazione?
Sì, ed è stata una novità veramente geniale: non solo parlare di partecipazione, ma cercare di viverla da subito. Per questo motivo erano stati allestiti i cosiddetti stand delle buone pratiche, più di cento in cinque piazze centrali della città dove si presentano associazioni, realtà di volontariato, ecc…, operanti in tutta Italia. Come ama ripetere Elena Granata, vicepresidente del Comitato organizzatore: «Non guardiamo solo l’Italia dei “senza”, ma guardiamo alle tante splendide realtà positive e generative presenti nel nostro Paese, anche se, poi, le Buone pratiche non si traducono in politiche sono destinate a non lasciare il segno». Cinque giorni in lavori congressuali, laboratori, gruppi di lavoro tematici e iniziative pubbliche dove associazioni, gruppi, famiglie e singoli cittadini hanno potuto partecipare a svariati eventi, tavole rotonde, giochi di partecipazione, spettacoli che si sono tenuti nelle vie di Trieste. L’obiettivo era quello di condividere il presente ed immaginare insieme il futuro, ricercando nuove vie per costruire il bene comune.
Cosa resta di utile da questa Settimana Sociale, come possiamo essere presenti come Movimento dei Focolari?
La Settimana Sociale non si è chiusa con un documento finale, ma con la consegna da parte dei gruppi di un certo numero di proposte concrete, proposte che in questi mesi verranno lette ed elaborate dal Comitato organizzatore, in modo da poter poi continuare in concreto questa esperienza, questo processo: la Settimana Sociale continua! Penso che sia un’occasione importante per tutti noi e anche per il nostro Movimento dei Focolari: un’occasione che sarebbe molto grave non considerare, o pensare che sia stata una realtà limitata alla città di Trieste. È essenziale quindi sapere quanto è accaduto in questi giorni a Trieste (in tal senso può essere utile anche le pagine web dedicata) e chiederci come Focolari in Italia vivere insieme a tutta la Chiesa questa esperienza e che priorità concrete possiamo e dobbiamo darci.

Per concludere il commento del giornalista Roberto Morelli de “Il Piccolo” di Trieste restituisce il senso dell’esperienza fatta a Triste. «Diciamolo chiaro e forte, sfidando la retorica: è stato un evento eccezionale. E non solo – questo è ovvio – per l’eccezionalità dei partecipanti, il Papa e il Capo dello Stato nel giro di quattro giorni. Ma perché la Settimana sociale ha realmente coinvolto, contagiato e travolto la città, ben al di là delle aspettative e della spruzzata di adrenalina collettiva che presenze di questo livello sempre generano. E questo non era affatto ovvio: non nella laica e disincantata Trieste, non in un’era in cui il cattolicesimo soffre la contemporaneità e l’aggettivo sociale suona vacuo e polveroso, e stride con lo spirito del tempo e la quotidianità di ogni dove. È proprio quel che la Settimana dei cattolici in Italia si propone di sviscerare: l’impegno concreto dei credenti nella società e nell’attualità di ogni giorno; la dottrina concretamente applicata al lavoro, all’impresa, al fare di una comunità…»

