Quando l’accoglienza diventa fraternità

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Un cammino di dialogo e amicizia con afgani, pakistani e cinesi nel cuore di Torino

Di Gabriele Amenta

«Tutto nasce da una telefonata, una sera tardi – racconta Enzo Nesta dei Focolari di Torino –. Un giovane afgano, Sherkhan, aveva appena concluso il suo percorso nello SPRAR e si ritrovava improvvisamente senza alloggio. C’era bisogno di una casa, subito. Da quel momento, quasi senza rendercene conto, è iniziato per noi un cammino che non si è più fermato». Da quell’urgenza, affrontata insieme a una rete di amicizie e di fiducia, prende avvio un’esperienza di accoglienza che nel tempo si è trasformata in un vero cammino di fraternità, capace di coinvolgere persone, famiglie e comunità di diverse culture e religioni.

Una storia che diventa seme

Sherkhan era arrivato in Italia percorrendo la rotta balcanica, fuggendo da una terra di confine tra Afghanistan e Pakistan, con alle spalle un passato da dimenticare e un futuro denso di incognite. Un viaggio della speranza spietato e disumano. Inimmaginabile. Difficile da comprendere. «Attorno a lui – chiosa Enzo Nesta – si è creata pian piano una rete semplice ma concreta: una stanza, un lavoro, l’aiuto per imparare la lingua, l’accompagnamento nelle piccole e grandi difficoltà della vita quotidiana. Con il tempo non era più “uno da aiutare”: era diventato uno di famiglia». La sua storia, segnata anche dalla malattia e dalla morte prematura, a soli 33 anni, ha lasciato un segno profondo, tanto da diventare il cuore del libro La tigre dal passo gentile (Città Nuova). Da quell’amicizia ne sono nate altre: pakistani, afghani, giovani uomini arrivati in Italia con il desiderio di costruirsi una vita. L’accoglienza si è tradotta in aiuto concreto per l’inserimento sociale e lavorativo, nella ricerca di una casa, nel sostegno allo studio della lingua, fino all’avvio di piccole attività commerciali. «A volte – spiega Enzo Nesta – abbiamo messo in comune anche risorse economiche per avviare negozi di frutta e verdura, con la fiducia che ciò che veniva ricevuto potesse poi essere restituito e condiviso con altri. Non assistenza, ma corresponsabilità e fiducia reciproca».

La regola d’oro

«Col tempo – prosegue Enzo Nesta – l’esperienza si è allargata al dialogo con comunità musulmane. Da alcuni anni è nato un rapporto stabile con un’associazione interculturale composta da musulmani turchi. Gli incontri avvengono ogni due mesi: famiglie e giovani si ritrovano per una cena, un momento di dialogo e la condivisione di un tema. Non si tratta di “fare qualcosa per l’altro”, ma di camminare insieme. Non facciamo progetti, non “organizziamo” attività: semplicemente viviamo l’amicizia. E questo basta per sentirci fratelli». Alcuni di questi giovani oggi sono pienamente inseriti nella società; qualcuno lavora come mediatore culturale. «E ogni volta che tornano a raccontarci la loro storia, sentiamo che la fraternità costruita ha generato vita». Il terreno comune è la regola d’oro, presente in molte religioni: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te». Un principio universale, compreso da tutti, che diventa linguaggio condiviso e punto di partenza per raccontarsi esperienze di vita, di riconciliazione e di pace. È un punto di incontro che apre al dialogo profondo.

Fare famiglia con la comunità cinese

Un altro capitolo significativo è quello della comunità cinese presente a Torino. Tutto ha origine con l’arrivo di don Giuseppe Chen, con il suo apostolato di prossimità e l’attenzione particolare agli studenti fuori sede. In seguito, la presenza di un focolarino cinese ha rafforzato i legami e aperto un vero cammino di fede, culminato nel battesimo di alcuni giovani. Anche nei periodi di assenza di un sacerdote cinese stabile, la comunità non si è dispersa. Grazie ai Focolari, ad alcuni sacerdoti amici e alle relazioni personali, si è continuato a “fare famiglia”. Oggi ci sono celebrazioni in lingua, momenti spirituali, visite, giornate condivise. «Colpisce – commenta Enzo Nesta – la serietà con cui molti fratelli e sorelle cinesi vivono la fede: per loro credere è una scelta impegnativa, a volte costosa. Da loro abbiamo imparato cosa significhino fedeltà e disponibilità al sacrificio, una testimonianza che interroga profondamente anche noi cristiani occidentali, spesso tentati di dare per scontato il dono ricevuto».

Un dono che trasforma

«Incontrare popoli, culture e religioni diverse – conclude Enzo Nesta – ci ha resi più aperti e più consapevoli della nostra vocazione: essere per tutti. Sentiamo che questo cammino non arricchisce solo chi arriva, ma trasforma anche le nostre comunità. I focolarini, le famiglie, i giovani coinvolti scoprono un respiro più grande, una Chiesa più vicina al Vangelo vissuto». Ogni piccolo passo conferma che la fraternità non è un’idea astratta: nasce dall’incontro, dall’ascolto, dalla vita condivisa. In un tempo segnato da paure e chiusure, queste storie raccontano che l’integrazione è possibile quando nasce dall’amicizia, dall’ascolto e dalla condivisione della vita. Tutto è cominciato da una telefonata. Oggi è diventato un cammino di amicizia che continua.

3 Commenti

  1. ESPERIENZE CHE RIEMPIONO IL CUORE E DANNO SPERANZA E CORAGGIO PER LOTTARE AFFINCHÉ TUTI SI SENTANO FRATELLI SENZA ALCUNA BARRIERA DI RAZZA LINGUA, RELIGIONE O CREDO

  2. Chiara Lubich ha lasciato semi del suo sogno: la fratellanza universale e quei semi ora stanno germogliando, hanno bisogno di concime: il nostro eccomi, pronti a dare la vita, a dare Vita, a Essere Amore,sempre, per tutti, con tutti,.

  3. Davvero una speranza per i giorni di oggi, conoscere queste esperienze di vita, convegni, giorni di profondità nella spiritualità dell’unità fatta vita vissuta nel presente. Grazie.

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