La storia di Paolo e Francesca – nomi di fantasia – racconta di un matrimonio messo alla prova: due figli adottati, un rene donato e la fedeltà di una vita insieme.
Di Aurelio Molè
«Non siamo né bravi, né speciali, né particolarmente coraggiosi». «È solamente la nostra storia, non avremmo mai immaginato in adolescenza quello che ci sarebbe accaduto». Paolo e Francesca, nomi di fantasia, ci rilasciano questa intervista chiedendo la cortesia, davanti a un caffè macchiato in una splendida giornata primaverile, di restare nell’anonimato. Lui è dirigente di una multinazionale, lei avvocato civilista. Sposati da 30 anni vivono in una città del Centro Italia, dove si sono trasferiti dopo il matrimonio. Provengono da una cittadina di provincia, «dove prima o poi tutti s’incrociano», e si conoscono da adolescenti in parrocchia, nell’ambito delle iniziative del Movimento dei Focolari. Non è stato un colpo di fulmine, il cantante Tullio De Piscopo direbbe un “andamento lento”, perché la loro conoscenza e frequentazione cresce nel tempo. Paolo d’acchito rimane colpito dalla bellezza di Francesca anche se a conquistarlo sono la sua determinazione, l’intelligenza e il forte senso di responsabilità e morale. Francesca, dal canto suo, apprezza l’ironia sorniona di Paolo, la sua pacatezza gentile e la capacità di guardare gli accadimenti da una certa distanza osservandoli in modo più oggettivo. Qualità che per lei, di carattere più critico e deciso, hanno sempre avuto un effetto rassicurante. La loro storia d’amore sboccia quando sono poco più che ventenni. Si sposano dopo vari anni di fidanzamento senza dichiarazioni memorabili da film romantico. Nel frattempo, le loro carriere lavorative, non prive di sacrifici, difficoltà, trasferimenti, decollano.
Il desiderio di essere genitori
Uno dei capitoli più delicati della loro storia è quello della genitorialità. I figli non arrivano in modo naturale e la situazione li mette davanti a una prova importante. «Non ho mai sentito – racconta Paolo – in maniera assoluta il bisogno di trasmettere i miei geni e non ho mai considerato la genitorialità biologica come l’unica forma possibile di paternità. Abbiamo, naturalmente, provato altre strade mediche ma avevano un prezzo molto alto anche da un punto di vista psicologico. E, poi, esistevano già tanti bambini che avevano bisogno di un padre e di una madre».
Per Francesca, invece, serve più tempo. «L’adozione – chiosa – non poteva diventare un ripiego o una compensazione. Volevo essere certa che il desiderio fosse vero, libero e profondo, e non dettato dalla sofferenza o da un senso di mancanza e di vuoto ancora non elaborato».
Dopo alcuni anni, qualcosa cambia. «Quando decido di fare una cosa – continua Francesca – non torno indietro. Insieme abbiamo avviato il cammino dell’adozione con AFN, Azione Famiglie Nuove e non c’è stato più alcun ripensamento».
Due figli, attesi e riconosciuti

Carlos e Rosa, anche se provengono dallo stesso Paese, non sono fratelli biologici, ma diventano da subito, nel cuore dei genitori, i figli attesi. «Quando li abbiamo visti e li abbiamo cullati nelle nostre braccia – raccontano Paolo e Francesca – la sensazione è stata che erano loro i figli che Dio aveva pensato per noi. Non una soluzione generica, ma un incontro preciso, quasi preparato nel tempo». Poi, naturalmente nella vita «si può vivere anche senza figli – ci mancherebbe – ma siamo contenti di essere quelli che siamo anche perché abbiamo adattato dei bambini».
Con il loro arrivo, la vita della coppia cambia radicalmente. Come per tutti i genitori, tutto si riorganizza: tempi, energie, lavoro, abitudini. Ma nell’adozione c’è anche un cammino ulteriore da compiere, perché i figli portano con sé domande profonde, ferite originarie, silenzi che emergono nel tempo.
Fare i conti con le proprie origini
Crescendo, Carlos e Rosa iniziano a confrontarsi con il tema dell’abbandono. Carlos esprime più apertamente rabbia e dolore; Rosa, più riflessiva e trattenuta, sembra custodire dentro di sé domande che faticano a trovare le parole giuste.

Non si tratta di cancellare il dolore, ma di dargli un contesto, una memoria, un volto. È uno dei modi con cui l’amore dei genitori continua a generare.
La malattia, la scelta del dono, il trapianto
Quando i figli sono cresciuti, la vita presenta un’altra prova, ancora più dura. Paolo soffre di una malattia genetica ai reni. Per anni la situazione resta sotto controllo, poi peggiora. Le cure tentate non bastano più e si profila la dialisi. Si apre la possibilità del trapianto.

La decisione diventa realtà nel novembre 2020, in piena pandemia da Covid. È un tempo segnato dalla paura, dall’incertezza, dai rinvii dell’intervento, dal timore del contagio, da una pressione psicologica fortissima.
La sera prima dell’intervento sono ricoverati in stanze vicine e pregano insieme: si affidano a Dio. Il giorno dopo Francesca entra in sala operatoria per prima; il rene prelevato viene subito trapiantato a Paolo. L’operazione va bene e non ci sono crisi di rigetto.
Una vita condivisa
In quei giorni si intrecciano anche altre sofferenze: il padre di Paolo è ricoverato per Covid in condizioni gravi, i figli attraversano un periodo complicato per l’isolamento imposto dal post-trapianto che rende tutto ancora più pesante. Eppure, nel racconto di entrambi, accanto alla fatica emerge con chiarezza anche un’altra dimensione: quella della vicinanza.
La comunità dei Focolari, gli amici, i parenti, la preghiera condivisa, le persone che si fanno presenti nei modi più concreti diventano segni di una compagnia reale. Francesca racconta di aver sentito di essere stata accompagnata passo dopo passo, come se Dio l’avesse portata per mano fino a una soglia che da sola non avrebbe mai pensato di attraversare.
Paolo, guardando oggi a quella prova, parla addirittura di gratitudine. Non perché la sofferenza sia stata lieve, ma perché attraversarla lo ha cambiato, lo ha reso più vero, più consapevole, più umano.
Forse il cuore più profondo della loro storia è qui. Non in una somma di eventi straordinari, ma nel modo in cui li hanno vissuti: un passo alla volta. Senza pretendere di avere tutto chiaro dall’inizio. Senza sapere già dove li avrebbe portati la vita. Semplicemente, accogliendo il momento presente e lasciandosi interrogare da ciò che accadeva.
A vent’anni non avrebbero mai immaginato una vita così: vivere in una grande città, costruire carriere importanti, adottare due figli, affrontare un trapianto di rene nel mezzo di una pandemia. Eppure, è diventata la loro vita.
Non priva di ferite, ma attraversata da una fedeltà che ha saputo trasformare la prova in occasione di maturazione, di amore e perfino di grazia.
La vicenda di Paolo e Francesca ricorda che l’amore coniugale non si misura sull’assenza di ostacoli, ma sulla capacità di attraversarli insieme. Ricorda che la generatività può assumere forme inattese e che anche il dolore, se accolto e accompagnato, può diventare, in ogni occasione un’opportunità, un luogo di fecondità perché «l’amore vince tutto».


Grazie per aver condiviso la vostra vita. Fa bene conoscere le storie vere di coppie sane, penso che i nostri mass media dovrebbero portare alla conoscenza di tutti, storie così, non solo notizie negativo.
Una testimonianza forte, controcorrente che da tanta speranza. Grazie ed un saluto anche dal Perù!
Anche dallo scritto siete riusciti a trasmettere Vita, donazione, fedeltà,perseveranza, gioia, sì anche gioia nel dare e donarsi: Grazie. Salutati vostri figli.
Nel disorientamento che affrontiamo nelle nostre vite brillano i passi di chi ci accompagna nel cammino. È il non sentirci soli a sostenerci e la risposta di Dio alle nostre lacrime è anche la solidarietà tra i suoi figli. Grazie.