Il 9 maggio a Roma e il 13 maggio a Bruxelles non hanno rappresentato due momenti distinti, né due semplici ricorrenze inserite nel calendario della Giornata dell’Europa. Hanno delineato, piuttosto, le tappe complementari di un medesimo percorso: da un lato, la riflessione sulle radici, sulle fragilità e sulle promesse dell’Europa; dall’altro, la traduzione di tale consapevolezza in responsabilità pubblica, dialogo istituzionale e impegno condiviso.
Promossi nel solco della rete Insieme per l’Europa, entrambi gli incontri hanno espresso una convinzione tanto semplice quanto esigente: l’Europa non può essere soltanto uno spazio politico, economico o normativo. Per restare viva, ha bisogno di una coscienza. Ha bisogno di ritrovare la propria anima, non come formula astratta o nostalgica, ma come capacità concreta di generare pace, riconciliazione, cooperazione democratica e fraternità tra i popoli.
A Roma, presso il Teatro Rossini, l’evento “Una luce per l’Europa nel crepuscolo globale” ha dato forma a questa esigenza in un tempo segnato da guerre, frammentazioni, polarizzazioni e nuove spinte nazionalistiche. Il titolo stesso dell’incontro suggeriva una postura: non negare il buio del presente, ma scegliere di accendere una luce. Non una luce ingenua, incapace di leggere le crisi, ma una luce consapevole, radicata nella memoria storica e spirituale del continente.

È proprio qui che la presenza dei giovani di Ut Omnes ha assunto un significato particolare. Non sono intervenuti come semplice “quota giovanile” all’interno di un programma già definito, ma come voce capace di interrogare l’Europa a partire dal suo presente e dal suo futuro. Gli interventi hanno attraversato alcuni dei nodi più profondi del progetto europeo: le fragilità della cittadinanza europea, la sua bellezza, le radici storiche e spirituali del continente, le differenze interne, le tensioni dell’integrazione, il sentimento di cittadinanza come orizzonte comune e, infine, la necessità di procedere verso una cittadinanza universale.
Ne è emerso un punto essenziale: la cittadinanza europea non è soltanto appartenenza giuridica, ma esercizio di responsabilità. Non basta sentirsi europei; occorre imparare a vivere l’Europa come spazio di relazione, di corresponsabilità e di apertura. In questo senso, il contributo dei giovani ha mostrato che l’identità europea non si conserva chiudendola in una definizione, ma rendendola capace di dialogare con le differenze, con le ferite della storia e con le sfide del mondo.

In un continente spesso tentato dalla contrapposizione, questo gesto ha ricordato che l’unità non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla loro trasfigurazione in relazione.

Il passaggio è decisivo. Spesso si parla di giovani e politica in termini simbolici: i giovani come futuro, come speranza, come immagine di rinnovamento. Ma il Patto Intergenerazionale ha cercato di andare oltre questa retorica. Ha affermato che i giovani non sono soltanto destinatari delle decisioni, ma soggetti già presenti nella costruzione dell’Europa. E, allo stesso tempo, ha rifiutato l’idea di una contrapposizione sterile tra generazioni.

In queste parole si trova forse il cuore più profondo dell’intero percorso: l’Europa non si rigenera opponendo giovani e adulti, memoria e futuro, istituzioni e società civile. Si rigenera creando ponti. Si rigenera quando l’esperienza delle generazioni precedenti incontra il coraggio, l’inquietudine e la creatività delle nuove generazioni.

Anche il percorso preparatorio di Bruxelles ha avuto un valore importante. La visita alla Casa della Storia Europea, i momenti interculturali e i workshop dedicati alla speranza per l’Europa, alla vocazione del continente e al potere dei giovani hanno mostrato che la partecipazione non nasce dal nulla. Ha bisogno di formazione, memoria, dialogo, spiritualità e confronto. Ha bisogno di un lessico comune, ma anche della libertà di far emergere domande nuove.

Il legame con Insieme per l’Europa appare, in questo senso, naturale e fecondo. Entrambe le realtà condividono l’intuizione che l’Europa non possa essere compresa soltanto attraverso i suoi trattati, le sue istituzioni o i suoi confini. L’Europa è anche una promessa relazionale: un popolo di popoli chiamato a trasformare la diversità in comunione, la memoria in responsabilità, la fede in servizio, la cittadinanza in fraternità.

La risposta emersa da queste giornate non è un programma chiuso, ma un impegno aperto: custodire l’anima dell’Europa rendendola concreta nelle relazioni, nella partecipazione, nella pace e nel dialogo tra generazioni. Perché l’Europa non vive soltanto quando viene celebrata. Vive quando qualcuno sceglie di farsene responsabile.
Angele Mulibinge Kaj
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RIVEDI L’EVENTO DI ROMA


l’Europa nel suo lontano passato è stata una terra che ha “accolto genti” provenienti da tutte le latitudini… Ceppi umani (due-tre o più?) I Romani hanno “conquistato e assoggettati tanti popoli” Era un primo tentativo di Ut Homnes? I Romani,da ciò che è rimasto della loro presenza (Archeologia!) non hanno solo fatto “conquiste,”hanno portato il loro modo di vivere! Le Radici Cristiane degli Europei sono la Strada dell’Ut Homnes!
Prima di tutto vi ringrazio,
è Bello guardare il mondo con I vostri Occhi.
Si il mondo apartienne a tutte le generazioni, c”è chi ha cominciato, chi fa oggi ed chi farà domani ma con la stessa Anima, Anima di Dio Creatore d’ogni cosa, in altre parole Padre di tutti noi.
Prego per voi,autori di questi pensieri Nobili.
Mi dà molta gioia constatare che questa ” nuova luce nel crepuscolo globale” sia partita proprio da Roma per continuare a Bruxelles, e ringrazio tutti gli attori che hanno lavorato con instancabile fiducia e Speranza per costruire questo meraviglioso “evento” intergenerazionale. Non importa quanto tempo ci vorrà, è un primo tassello nella costruzione della vera Nuova Europa che tutti sogniamo.