Il 4 luglio Papa Leone XIV visiterà l’isola di Lampedusa. Carla Locatelli, una focolarina, si è trasferita nell’isola dal novembre scorso. La sua esperienza.
Di Gabriele Amenta
Si sa quando si arriva. Non quando si parte. Un contratto a tempo indeterminato. La scelta di Carla Locatelli, focolarina, di trasferirsi a Lampedusa è stata radicale. È frutto di un discernimento personale, intimo con Gesù, nel suo cuore, dove si accede nel mistero dove nessuno può entrare. Poi è frutto di un discernimento comunitario, collettivo, di dialogo, confronto, conversazione nello Spirito, finché emerge una risposta frutto di una inquietudine, di una domanda che sgorga dopo un atto d’amore. Nel maggio dell’anno scorso. Carla Locatelli accetta.
Trascorre, così, un primo breve periodo nell’isola «durante i quali – racconta Carla – ho iniziato a rendermi conto di tante cose. Non si viene a Lampedusa “per vedere i migranti”, perché in realtà i migranti non si vedono. Per vederli bisogna andare al Molo Favarolo, ma occorrono dei permessi. Io li ho avuti grazie al Forum Lampedusa Solidale, una rete di accoglienza nata dal basso spontaneamente sull’isola. Riunisce associazioni, parrocchiani e cittadini che offrono assistenza e promuovono i diritti. E prima di ripartire mi è capitato di vivere uno sbarco di migranti al molo con una prima accoglienza».
La presenza di una comunità di focolarine è nata, quasi 2 anni fa, per una vicinanza a 360 gradi al servizio di tutti. «Noi vorremmo essere – chiosa Carla Locatelli- una presenza fraterna e dialogante, prossima tanto ai migranti quanto alla comunità locale dell’isola».
In passato le persone di Lampedusa hanno fatto molto per i migranti. Se si sono ritrovati per le vie di Lampedusa, sbarcati sulle loro spiagge. Gente di tutto il mondo, in fuga da guerre, migranti economici, che sono stati accolti nelle loro case con grande generosità, «però oggi – continua Carla Locatelli – hanno bisogno anche di una maggiore “normalità” di vita, di non vivere in continua emergenza e, soprattutto d’estate, il turismo è la loro principale fonte di reddito perché nell’isola non ci sono molte altre opportunità».
Dopo un primo periodo di circa due settimane dove ha cominciato a conoscere l’isola vista da vicino, attraverso i volti, le attese, le ferite e la quotidianità di chi la abita, Carla Locatelli torna a Napoli, dove abitava, ma, ad un certo punto decide: «Io do la mia disponibilità. Se serve, bene. Se non serve, sto bene dove sono». A novembre del 2025 si trasferisce definitamente a Lampedusa. Continua il suo lavoro da remoto, in smart working, collabora con il Centro Internazionale delle focolarine e, allo stesso tempo, dà la sua disponibilità a coprire dei turni di accoglienza dei migranti al Molo Favarolo quando ci sono gli sbarchi. Solo nel 2025 sono arrivate a Lampedusa circa 39.757 persone, spesso dopo viaggi lunghissimi e pericolosi.
«Sono arrivata in punta di piedi. Volevo mettermi in ascolto: dei nostri, della gente del posto e anche di questi fratelli che arrivano». Al molo, l’accoglienza è fatta di gesti semplici: offrire un tè caldo, distribuire ciabatte, accompagnare ai bagni, dare un sorriso, uno sguardo che non giudica.
«Mi colpisce sempre il momento dell’arrivo», racconta Carla. «Arrivano ragazzi spesso molto giovani. Sono contenti di essere arrivati. Hanno negli occhi la speranza di un futuro».
Una mattina sono sbarcati uomini provenienti soprattutto dall’Iran, dal Pakistan e da altri Paesi. Alcuni parlavano inglese. «Mi hanno detto che avevano fatto un viaggio lunghissimo e che erano felici di essere arrivati. Hanno usato proprio questa espressione: “Finalmente siamo salvi”».
Ma alla gioia dell’arrivo si accompagna subito un interrogativo doloroso. «Mi viene spontaneo chiedermi: che cosa li attende? Sappiamo che non esiste una vera politica di integrazione. Ci sono centri, c’è generosità, ci sono luoghi di accoglienza. Ma l’integrazione vera è un percorso complesso. E prevalgono politiche decisamente di più orientate alla sicurezza interna e al controllo dei confini rispetto all’accoglienza».
Quello che resta, più di tutto, sono i volti. Gli occhi. I gesti di gratitudine.
«Quando offro un sorriso, quasi sempre ricevo un sorriso in cambio, un grazie. Qualche volta questi ragazzi mi chiamano “mamma”: è il loro modo per dire grazie».
Tra gli episodi che Carla porta nel cuore c’è quello di una madre arrivata con un bambino piccolissimo, sporco, bagnato, in lacrime. «Ci siamo messe lì con lei per cambiarlo. Il bambino piangeva, era fradicio. Poi, quando lo abbiamo cambiato, ha smesso di piangere e ci guardava con due occhi grandi».
Un’altra volta una donna era talmente bagnata da battere i denti. In genere il vestiario viene distribuito dalla Croce Rossa all’hotspot, ma in quel caso Carla ha cercato qualcosa di asciutto: una giacca, un pullover, più indumenti possibili. L’ha aiutata a vestirsi. «Quando ha finito, mi ha preso e mi ha abbracciata. Sono gesti che dicono molto. La gratitudine esiste sempre nel cuore umano».
Ci sono poi i bambini, quando sono molto bagnati ci chiedono degli indumenti: utilizziamo ciò che si trova sul molo, anche se troppo grande. «L’altro giorno ce n’era uno completamente bagnato. Gli abbiamo messo addosso vestiti più grandi di lui, perché non avevamo altro, ma almeno erano asciutti. Lui era contento, ci guardava e sorrideva».
E ci sono i piedi feriti di chi arriva dopo un viaggio estenuante. «Quando diamo le ciabatte e vedo quei piedi, penso a Gesù che lava i piedi agli apostoli. È un’immagine molto forte».
Accanto alla tenerezza, però, c’è anche il senso di impotenza. Carla lo descrive senza retorica. È l’impotenza di chi vorrebbe fare di più e non può. Di chi deve restare dentro un perimetro preciso, rispettare regole, non oltrepassare competenze.
«Vorresti renderti utile in un modo più grande, più concreto. Poi però ti rendi conto che puoi compiere solo piccoli gesti. E allora mi dico che niente è piccolo, se è fatto per amore. Questo mi rimette nella pace».
L’impotenza nasce anche dal contesto in cui avviene l’accoglienza. «Al molo ci troviamo in un’area militare: sono le autorità a concederci l’accesso e possono anche negarcelo discrezionalmente».
Carla sa che il suo compito non è interrogare, né indagare. «La mia competenza è offrire un sorriso, uno sguardo accogliente, dare il tè o una bevanda calda, le ciabatte, accompagnare ai bagni. Questo posso fare».
Anche accompagnare una donna ai servizi può diventare un gesto carico di dignità. Una volta Carla ha accompagnato una signora con il velo. Il bagno non aveva acqua corrente. La donna aveva bisogno di un’altra bottiglietta d’acqua, ma faticava a chiederla. «Ho percepito il suo disagio e gliel’ho data subito. Mi sembra umiliante arrivare in Europa e non poter usare un bagno con l’acqua corrente. Sicuramente lo sarebbe per me».
Spesso i migranti chiedono di telefonare ai familiari. In questo caso dobbiamo informare che all’hotspot ci sarà il Wi-Fi, che potranno lavarsi, cambiarsi, comunicare con casa e ricevere indicazioni per le pratiche legali. Quando ci sono interpreti, tutto diventa più semplice. Quando non ci sono, restano i gesti, gli sguardi, qualche parola in inglese o in francese.
«A volte riesci a dire qualcosa, altre volte no. Però capisci quanto sia importante tranquillizzare le persone, far loro sapere che non sono sole».
Di immigrazione, secondo Carla, si parla poco. O forse non se ne vuole parlare abbastanza. Alcuni giornali e alcune realtà ecclesiali continuano a tenere accesa l’attenzione, ma la narrazione pubblica resta parziale. Le notizie emergono soprattutto davanti alle tragedie: una bambina arrivata morta, un naufragio, i corpi recuperati in mare. Poi il silenzio torna a coprire tutto.
«Gli sbarchi continuano, spesso quasi ogni giorno. Ma se ne parla poco. E quando se ne parla, non sempre si riesce a restituire tutta la complessità di quello che accade qui».
Per Carla, Lampedusa è diventata un luogo di ascolto. Un luogo in cui abitare le domande, più che trovare risposte immediate. Un luogo dove la fraternità si misura nella concretezza dove anche un piccolo gesto è il tutto che si può fare.
«Cosa mi muove? Una scelta che ho fatto e che faccio ogni giorno, e che si può riassumere in queste parole: “Tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro”. E poi nel Vangelo è scritto: “Avevo fame, avevo sete, ero forestiero e mi avete accolto”».



Grazie. Non è importante fare grandi cose, si testimonia quel che si è, soprattutto, nelle piccole cose e con gesti semplici e umani. Grazie
Grazie Carla. Un saluto a te e alla comunità di Lampedusa
Grazie : è una testimonianza che apre cuore e testa. Con lo sguardo di Carla possiamo guardare la vita e il corpo dei migranti. Le occasioni non mancano in nessun luogo dove viviamo .
Avevo fame, avevo sete ,ero forestiero, ero nudo…ogni volta che fate questo ai miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me e chi più piccolo di loro! grazie carissima Carla per tutto l’amore.
Grazie di cuore Carla, attraverso di te pissiamo far arrivare anche il nostro sorriso, la nostra carezza, quel piccolo servizio che fa sentire accolti.
Cara Carla è una grazia grande ritrovarti in una delle prime linee dell’amore vissuto dei tempi nostri! L’accoglienza dei migranti, avvisarli al l’integrazione per quanto possibile, sono le fondamenta della fraternità universale! In piena Unità Elena Contucci da Montepulciano
Se Chiara fosse ancora qui con noi farebbe la stessa cosa che stai facendo tu nei confronti di questi/e fratelli e sorelle immigrati, in cerca di dignità e di accoglienza.
Grazie da parte di tutti noi.
Sergio
Mentre leggevo la tua esperienza lì a Lampedusa.mi sono immedesimata in te.come dici tu ci si parla con lo sguardo.con le persone che arrivano speranzose di trovare quella serenità che da dove vengono non c’è più.e la speranza è nel luogo dove sono approdati.di trovare cose che non sempre troveranno.sei meravigliosa e Gesù ti darà sempre la grazia di accogliere quelle povere persone con un Sorriso e donando loro il minimo necessario.Dio sia con te Sempre
Grazie di cuore Carla di questo amore semplice, disinteressato, gratuito! Del tuo si in questa avventura divina.
Un abbraccio a te e tutte voi
Grazie Carla per questa scelta coraggiosa che hai fatto e per tutti i gesti d ‘amore che fai per chi è nel bisogno .Sei testimonianza di una carità che si dona e di una Speranza che si alimenta.Un abbraccio
Carla carissima grazie per ogni tuo “piccolo gesto” come tu dici, che arriva al “ cuore “ grande e commuove.
Grazie per donarci la realtà concreta che li’ si vive,
Grazie per ogni tuo sguardo e ogni sorriso che sanno di Vangelo.
Grazie
Il tuo raccontarti e raccontare mi fa essere presente in questo enorme problema spesso rifiutato e nascosto… forse potremmo
lanciare un grande ed esteso progetto di integrazione coinvolgente di persone gruppi chiese religioni e di orientamento diversi …
Grazie
Ciaoo
Carla ;
Che bello sentirti e vederti!!!! anche insieme ad altre focolarine
Molto Bello tutto quello che fai e ci racconti
E L amore che si tocca con mano che stai distribuendo a tutti questi
Prossimi in Gesù e’ un esperienza
Che riempie il cuore di gioia !!
Sono contenta x te e ti pensiamo sempre .
A risentirci con un grande abbraccio . Maria e Nicola
Grazie Carla,
che bello avere tue notizie e vedere il tuo impegno che ci porta lì con te.
Grazie Carla, mi sono commossa e voglia di essere li con te
Pregherò
Grazie Carla mi ha fatto emozionare la tua esperienza…! Sei sul posto dove più si ama e i piccoli gesti sono grandi gesti per chi li riceve! Grazie per essere lì, grazie per accogliere Dio bisognoso ogni giorno a Lampedusa! Grazie perché lo fai anche per tutti noi… Sei/siete nel mio cuore e nelle mie preghiere. Grazie!
Carissima Carla, grazie 1000! Che forte e bellissima esperienza…! Possa la famiglia di Nazaret, che ha vissuto anche essa l’esperienza di fuga, esservi sempre vicina per continuare per aiutarvi ad accogliere con amore questi nostri fratelli! Contate sulle mie piccole preghiere! Grazie!
Grazie di questa bellissima testimonianza! Continuiamo ad essere unite nel costruire il nostro tassello di mondo unito