Time to Change: 600 ragazzi a Castel Gandolfo, l’onda del cambiamento continua

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L’Expo Fest conclude un percorso che ha coinvolto 1.300 giovani e 105 squadre tra Italia e Albania: azioni concrete di solidarietà, cittadinanza attiva, ambiente, inclusione e pace

Di Aurelio Molè

Non una semplice festa finale a chiusura di un percorso, ma la tappa visibile di un cammino costruito durante l’anno da centinaia di ragazzi in tutta Italia e in Albania, e già proiettato verso il futuro, puntando più in alto, col desiderio di coinvolgere tanti altri ragazzi, altre squadre e altre azioni nel prossimo anno.

Si è concluso a Castel Gandolfo, il 6 e 7 giugno, l’Expo Fest di Time to Change, percorso che ha coinvolto circa 1.300 giovani e 105 squadre, chiamati a mettersi in gioco con azioni concrete di solidarietà, cittadinanza attiva, cura dell’ambiente, inclusione e pace per il bene comune.A incontrarsi sono stati quasi 600 ragazzi di 52 squadre, provenienti da diverse regioni italiane e dall’Albania. «Ho preso più consapevolezza delle mie azioni e ho prestato molta più attenzione nei confronti di coloro che si trovano in contesti scomodi». «Ho capito quanto valgono alcune amicizie». «Porto nel cuore la bellezza di ciò che è nato e la forza silenziosa che questi giorni hanno generato». Sono alcune delle impressioni raccolte tra i partecipanti, protagonisti di un evento che ha dato voce non solo alle 9 squadre finaliste, ma a tutte le realtà coinvolte.

Nel corso della manifestazione si sono svolte le votazioni e la premiazione finale. La squadra Trento Gen Time to Change di Trento si è classificata al primo posto; seconda classificata Children of the Sun di Taranto; terza classificata Time to Change di Milano. Premi speciali sono stati assegnati alle squadre di Piemonte e Valle d’Aosta, al Liceo “Alfonso Gatto” di Agropoli e alla squadra albanese Alboomerang.

Attraverso momenti di condivisione, testimonianze, musica, danza, confronto, laboratori e flash mob, ogni gruppo ha potuto raccontare il proprio contributo al cambiamento. Al centro delle giornate, un ampio spazio è stato dedicato alle storie: quelle di ragazzi che hanno scelto di uscire da sé stessi per incontrare gli altri; di scuole che hanno trasformato l’educazione civica in esperienza concreta; di gruppi territoriali che hanno dato vita a doposcuola, iniziative artistiche, attività ambientali e gesti di prossimità verso chi vive situazioni di fragilità.

Time to Change si presenta così come molto più di un evento conclusivo. La giornata non è stata una semplice festa o una premiazione, ma la prosecuzione naturale di quanto vissuto durante l’anno. Da qui la scelta di far incontrare le squadre a due o a tre, perché ciascuna potesse raccontare la propria esperienza, anche se non finalista, lasciando spazio al protagonismo di tutti.

Le azioni raccontate mostrano un cambiamento vissuto nel quotidiano. Il Liceo linguistico Alfonso Gatto di Agropoli, ad esempio, ha realizzato il progetto “Noi tiriamo diritti”, dedicato alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Gli studenti hanno incontrato le persone per strada, proponendo domande sui diritti fondamentali, consegnando badge simbolici agli “amici dei diritti umani” e donando copie della Dichiarazione a chi desiderava conoscerla meglio.

«Ha significato – racconta il professor Vincenzo Pantalena – innanzitutto aprire il curriculum scolastico a iniziative di cittadinanza attiva. È stato un modo per invitare i ragazzi a guardare allo studio dell’educazione civica non come a una teoria, ma come a qualcosa che si concretizza nella vita di tutti i giorni».

«Gli obiettivi del progetto – commenta la Rete insegnanti Italia – sono stati raggiunti in pieno: creatività, protagonismo, entusiasmo dei ragazzi! Tutto di sprone per il prossimo anno per continuare a lavorare al cambiamento positivo, al bene comune, per un mondo migliore».

Dall’Albania erano presenti 18 ragazzi. Il percorso di Time to Change li ha coinvolti in attività di teatro e pittura per bambini, cammini ecologici, momenti di formazione e incontri con giovani accolti in case-famiglia. «Nella comunità – spiega Regjina Paluca– vivono ragazzi dai tre ai vent’anni; alcuni ci hanno raccontato di essere cresciuti in casa-famiglia: erano arrivati da piccoli e ora frequentano l’università. Per i nostri ragazzi è stato molto toccante. Hanno visto che quei trenta ragazzi vivono tutti nella stessa casa, mentre loro, a fine giornata, sarebbero tornati ciascuno nella propria abitazione. Per il futuro andremo avanti, perché questo progetto si sta diffondendo a macchia d’olio: i ragazzi hanno dentro una bellezza che desiderano condividere con i loro amici».

Una parte decisiva del percorso è stata dedicata anche alle fragilità personali. Le esperienze di Edoardo, Francesca, Victoria hanno raccontato isolamento, depressione, ansia, lutto, esclusione e riconciliazione. Non storie presentate come “risolte” in modo facile, ma cammini reali, in cui il dolore può diventare luogo di crescita, relazione, fede ritrovata e apertura agli altri.

A ispirare il cammino anche una poesia scritta nel 2005 da Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, che davanti «al lungo muro, alto, grigio» di Gerusalemme, «che avanza in mezzo alla città, dividendo quartieri, strade, terre e famiglie», rilegge il senso della propria vita alla luce di Gesù crocifisso e abbandonato, speranza contro ogni speranza.«È una poesia significativa – commenta Fernando Muraca, regista dell’evento –. Parte da un riferimento a una poesia di Chiara Lubich, ma Margaret Karram la rilegge attraverso la propria esperienza. Ha davanti il deserto della Galilea e il muro che divide palestinesi e israeliani. Quel muro diventa per lei l’immagine di Gesù Abbandonato. È una riflessione molto profonda. Ci siamo chiesti, con gli accompagnatori, se fosse opportuno condividerla con ragazzi così giovani. Ma, se ben seguiti, i ragazzi sono in grado di accogliere contenuti profondi che possono aiutarli ad affrontare le prove che portano sulle loro spalle».

Margaret Karram durante l’evento, dopo il concerto degli AsOne, ha consegnato una coppa itinerante alla squadra vincitrice, Trento Gen Time to Change: un simbolo che accompagnerà le prossime edizioni e che verrà affidato ogni anno alla nuova squadra vincitrice.

Nel suo breve saluto ha ricordato come occorra coraggio per vivere la pace, una pace che parte dal cambiamento personale. «La prima pace è Gesù – ha detto – che è morto per noi, ma è Risorto per darci la pace e per redimere ciascuno di noi».

In fondo, tutte le storie e le azioni di Time to Change parlano proprio di questo: redenzione, piccoli gesti, passi possibili nella vita quotidiana verso un mondo più fraterno, solidale e unito.

«Il cambiamento – sottolinea Diletta Cofler, presentatrice dell’evento – non parte necessariamente da grandi gesti. È, prima di tutto, un cambiamento interiore, uno sguardo diverso su ciò che accade e sulla realtà che ci circonda. Da lì, poi, nasce tutto il resto».

È questo uno dei messaggi più forti di Time to Change: cambiare il mondo cominciando dal proprio ambiente, dalla propria classe, dal proprio quartiere, da un’amicizia ricucita, da un bambino accompagnato, da una persona ascoltata.

La musica degli AsOne ha accompagnato diversi momenti dell’evento, offrendo non solo ritmo e festa, ma anche parole e valori capaci di parlare ai ragazzi. Attorno alla musica si sono intrecciati racconti, balli, condivisioni e un forte messaggio di pace.

Time to Change, dunque, non si chiude con l’Expo Fest. Le squadre continueranno portando avanti le attività già avviate, immaginandone di nuove e coinvolgendo altri ragazzi e territori. L’obiettivo è far crescere un percorso capace di accompagnare i ragazzi nel tempo, valorizzando il loro protagonismo e la loro capacità di costruire bene comune. Le azioni realizzate e quelle future seguiranno tre pilastri. Il primo è l’incontro intergenerazionale. Il secondo è la trasformazione dei luoghi di sofferenza. Il terzo è il superamento dei pregiudizi: perché la convivenza pratica, come ricordano i ragazzi stessi, abbatte le barriere molto più velocemente di qualsiasi discorso teorico.

Il successo dell’Expo Fest è stato reso possibile anche dal lavoro silenzioso di tanti adulti: educatori, animatori, tutor, volontari, tecnici, artisti, organizzatori, giurati e collaboratori che durante l’anno hanno accompagnato i ragazzi nei territori, custodendo le loro idee e trasformandole in esperienze concrete.

Come ha scritto uno dei partecipanti, Time to Change «non si limita a parlare di cambiamento, ma lo rende possibile». E l’onda partita dai ragazzi ora continua.

«È stata un’esperienza molto positiva per i nostri ragazzi – concludono Claudio Gallinaro e Federica Ferrero, di Torino –. Il percorso funziona e, in questi giorni, abbiamo potuto allargare il nostro sguardo a una dimensione più globale, nel confronto con idee originali che possono stimolare la fantasia e generare nuove proposte».

A fare da sfondo, anche una suggestione di Dostoevskij tratta dal Diario di uno scrittore: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo». Un’immagine che sembra dialogare con lo spirito di Time to Change: unire, generare legami, dare forma concreta a un cambiamento possibile che inizia da noi. Puntando in alto.

Comunicato Stampa Conclusivo Expofest di Time To Change 6_7 giugno 2026

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3 Commenti

  1. Grata a Dio Amore, alla nostra Chiara che si è fatta Strumento di Dio, con le sue prime compagne, per l’ Ut Omnes, per questo Ideale Splendido, grazie a voi ragazzi/zze che prendete in mano il Testimone…che emozione e quanta Gratitudine per tutta questa Vita! … Verrà, verrà…quel giorno Verrà…

  2. Che bella iniziativa!
    Gesù renda merito a tutti gli organizzatori, volontari, a tutti i partecipanti al Time to change.

  3. Io ho potuto essere al Time to Change solo il sabato pomeriggio, come ammiratore. Mi è sembrata un’idea geniale e una buona riuscita la collaborazione con parrocchie, scuole…. altre organizzazioni. complimenti per la logistica, l’arredamento della sala A, sicuramente ci sono volute centiania di ore di lavoro, è importante presentarci ai ragazzi anche con la professionalità, espressione dell’amore, di quello che qualcuno chiama collegialità e che noi chiamiamo anche unità.
    Riguardo allo stupendo complesso musicale AsOne mi sembra che il talento artistico ci sia, c’è pure la voglia di comunicaree importanti contenuti che molto evidentemente i componenti hanno, dobbiamo ritenerci fortunati che esistono questi adolescenti. A me sembra che occorra lavorare un p’ sul sound. Con tutte le canzoni dove suonano sempre tutti gli strumenti e cantano tutti i cantanti dopo un po’ diventa uno spettacolo un po’ piatto. È meglio che ci sia qualche pezzetto a solo … affidarsi a qualche arrangiatore, poi i ragazzi capiscono sicuramente subito. Mi sembra che sia da sostenere moltissimo quel complesso anche perché potrebbe costituire un esempio per altri gruppi.
    Un gruppo musicale di adolescenti, di preadolescenti muove parecchie energie, non necessariamente di focolarini, e rende molto come immagine e come motivazioni.

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