Coronavirus, gli anziani (non più) scartati

Possono gli anziani contagiati da coronavirus essere scartati dalla terapia intensiva perché con poche “speranze di vita”? L’esperienza del dottor Valter Giantin nel Comitato etico di Padova.

Gli anziani sono il suo mondo, il suo lavoro, il suo orizzonte di cura, anche in tempi di pandemia di coronavirus. Valter Giantin da 25 anni è un apprezzato geriatra e negli ultimi anni è vicepresidente del Comitato etico per la pratica clinica dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, dove nei reparti Covid sono stati ricoverati i primi contagiati al virus, dal primo focolaio di Vo’ Euganeo.

In Veneto i contagiati di coronavirus dall’inizio dell’emergenza raggiungono quasi quota 17 mila, circa 4 mila solo nella provincia di Padova, in gran parte anziani sopra i 74 anni con patologie pregresse.

Si cura solo chi può sopravvivere?

Un documento della Siaarti, la Società italiana di anestesia analgesica rianimazione e terapia intensiva, uscito il 6 marzo, su “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” lo allarma perché oltre a presentare alcuni spunti etici interessanti, ne propone altri molto discutibili. Si parla, in modo improprio, di “medicina delle catastrofi” assimilando la pandemia a una guerra o ad altre calamità naturali improvvise e disastrose. Si chiede di favorire l’accesso alla terapia intensiva dei «pazienti conmaggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la “maggior speranza di vita”». Si consiglia di fatto di curare non chi arriva prima in terapia intensiva ma solo chi, secondo un criterio anagrafico, ha più possibilità di sopravvivere. «Ma – chiosa ildottor Giantin – spesso l’età anagrafica non corrisponde all’età biologica. Ho visto alpini di 100 anni lucidi stare ritti in piedi per sei ore con una bandiera in mano. Non si può dare priorità solo in base all’età, anche se così hanno fatto in Francia e in Svezia dove i malati di Covid-19 sopra i 70 e 80 anni sono esclusi dalla terapia intensiva».

Problemi etici  

La pandemia pone dei problemi di tipo etico. Chi salvare? Quali sono i criteri? Può un medico non prendersi cura di ogni paziente? Il documento, inoltre non cita «altre possibili risposte alla pandemia – continua il dottor Giantin – che si potevano mettere in atto per evitare la scelta dei pazienti secondo priorità dei soli medici rianimatori. Ad esempio aumentare i posti nelle terapie intensive, creare più reparti di terapia semi-intensiva, dislocare in aree meno colpite dall’epidemia alcuni pazienti di terapia intensiva, ecc… Molte di queste risposte si sono poi concretizzate in effetti nel tempo, nelle regioni d’Italia più colpite dall’epidemia, come ad esempio la Lombardia ed il Veneto». Che fare allora? Lasciar perdere? O convocare il Comitato etico del suo ospedale mentre tanti medici sono in prima linea per la pandemia da coronavirus?

L’iniziativa del Comitato etico   

«All’inizio sono un po’ restio a mettere in atto una riflessione approfondita su questo autorevole documento, per lo sforzo che richiedeva e per le scarse possibilità che ritenevo ci potevano essere nella mia realtà aziendale . . . 

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Ristampa del libro: “Aurelio Lagorio”

di Alberto Ferrucci

Nell’anno di Chiara Lubich ci sembra importante proporre ai lettori, soprattutto giovani, uno dei primi bellissimi frutti del suo ideale: la storia e la figura di Aurelio Lagorio, il giovane focolarino che nel 1968, a soli ventidue anni è partito per il cielo, vittima  di un incidente stradale.

Aurelio era giunto a Genova dall’Uruguay, dove dopo la guerra la sua famiglia era emigrata e dove durante il liceo aveva conosciuto i focolarini: si era subito presentato alla nostra piccola comunità, tre giovani famiglie, alcuni ragazzi, un dirigente di industria ed il sacerdote che la aveva suscitata: il sagrato della sua chiesa era il punto di ritrovo.

Affascinato dall’ideale dell’unità, Aurelio era sempre pronto a “farsi uno” con gli altri, proteso verso di essi dalla sua notevole statura, sempre sorridente e senza problemi: ben presto ci comunicava la scelta di mettere da parte tutto, anche gli studi di chimica, per farsi focolarino, trasferendosi con altri giovani da tutto il mondo sulle colline di Firenze, a Loppiano, per costruirvi una città nuova basata sull’amore scambievole.

L’incidente stradale della sua partenza avveniva due anni dopo a Prato, dove Aurelio stava tornando ad incontrare industriali del settore tessile di cui aveva guadagnato la fiducia, per ottenere nuove commesse: con i suoi compagni aveva fatto nascere una azienda per la cernita per colore e qualità di ritagli di tessuto, che permetteva a quei giovani, che alternavano studio e lavoro, di essere economicamente indipendenti.  

Il libro racconta in particolare l’avventura di questi due anni partendo da quanto scritto anni prima da Alfredo Zirondoli, il medico anestesista scelto da  Chiara per la gestione della scuola di formazione di Loppiano, che aveva  condiviso l’avventura della costruzione della cittadella, che poi per anni si sarebbe chiamata Mariapoli Aurelia.

La rapida crescita della cittadella deve molto alle capacità anche imprenditoriali di Aurelio e dei suoi compagni, ma non sono questi talenti che maggiormente sono ricordati da chi lo ha conosciuto: meglio esprime Chiara nel suo diario del 27 giugno 1968:

“Mi arrivano moltissime lettere che mi
parlano d’Aurelio o meglio della scia di bene
senza fine che lui ha fatto.
Oggi m’è parso di capire il perché di
tanta soprannaturale influenza.
Non furono i grandi programmi che
lo fecero grande, né le grandi imprese, né le
azioni vistose, nemmeno le parole di sapienza
che pur aveva. No. Aurelio ha saputo rendere
grande il più piccolo atto della sua vita
perché, fatto con amore, per amore, essendo
amore, l’ha dilatato senza misura dandogli la
potenza, l’influenza del divino.
Di lui forse si può proprio dire che non
era lui a vivere ma Cristo in lui.”

————————————————————————————————–

Il libro sarà in vendita nelle librerie di Loppiano, dei Centri Mariapoli di Castengandolfo, Cadine, ecc., ma in questo periodo di Coronavirus potete richiederli e riceverli direttamente a casa: www.cittanuova.it , o scrivendo a: giannino.fasoli49@gmail.com (senza spese aggiuntive)
 




Coronavirus: «Sono guarito»

Toti Ingrassia, focolarino di Milano, si ammala di coronavirus. Dopo la terapia intensiva e 15 giorni di ospedale è guarito. Una storia di speranza e di solidarietà da cui molto s’impara.

La prudenza non è mai troppa. E Toti Ingrassia, 62 anni, educatore, con un quadro clinico non esente da altre malattie da tre settimane stava rinchiuso in casa, ben prima del lockdown. Poi, improvvisa, la febbre dirompente. Ne soffre non solo lui ma anche un altro compagno della comunità del focolare di Milano, mentre altri quattro sono messi in quarantena in casa per 15 giorni. La visita del medico di famiglia conferma che ci sono sintomi riconducibili al coronavirus. Toti e un altro focolarino sono portati nella stessa ambulanza al Policlinico di Milano.

Al pronto soccorso urla, agitazione, tensione attraversano le sale e i corridoi. Il coronavirus mette a dura prova uomini e strutture. La sua diffusione è in piena espansione e colpisce tutti. È una livella direbbe Totò che rende tutti uguali, fragili, passeggeri.

Il sentimento dominante di Toti è la paura di non sapere, di essere scaraventati di colpo in una situazione indecifrabile, di essere di fronte alla propria nudità esistenziale, nel non sapere se e quando si supera un punto di non ritorno. Oltrepassare le porte dell’ospedale al tempo del coronavirus è come varcare le colonne d’Ercole, il limite del mondo conosciuto. Si naviga a vista verso l’ignoto.

Del mondo di prima resta solo il cellulare e qualche effetto personale. Nel mondo di mezzo, nel reparto di terapia intensiva, Toti si ritrova in una pellicola di fantascienza. Viene allettato, nota i compagni di stanza intubati e con il casco posto intorno al capo per poter  respirare. Vivace, dinamico, abituato ad una vita attiva è preso dallo sconforto. Mai si immaginerebbe in quello stato di blocco totale, imprigionato, inchiodato al letto. Si agita. I medici se ne accorgono e lo addormentano con una puntura.

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Assemblea Focolari Italia 2020

Modalità nuove a prova di COVID per l’appuntamento del Movimento in Italia. Spirito di famiglia sperimentato al di là delle distanze.

Dal 17 al 19 Aprile il Movimento dei Focolari in Italia si è riunito – virtualmente – per l’Assemblea nazionale che precede, da Statuto, l’Assemblea Generale chiamata sì a rinnovare le cariche, ma soprattutto a tracciare un bilancio del mandato e le linee guida per i prossimi anni. Date le circostanze eccezionali, in piena crisi COVID19, le originali modalità di svolgimento sono state così approvate dal Dicastero dei Laici, Famiglia e Vita, e oltre 1300 partecipanti si sono ritrovati online. Una famiglia composita: dai più anziani che hanno familiarizzato con la tecnologia, ai giovani; dai religiosi, sacerdoti e un vescovo alle tantissime famiglie, ai rappresentanti delle varie espressioni dei Focolari presenti in Italia: Economia di Comunione, Movimento Politico per l’Unità, Città Nuova, dialogo ecumenico, interreligioso, con i non credenti, per citarne qualcuna.      

Maria Voce, al momento della convocazione dell’Assemblea generale, in un video collegamento internazionale (il 1° Febbraio scorso) aveva invitato tutti a intensificare l’amore reciproco, e invocare lo Spirito Santo per avere “luce nella visione e audacia nell’attuazione”, parole chiave che hanno dato l’incipit anche all’Assemblea italiana, tra le ultime a svolgersi dopo altre nelle varie parti del mondo.

L’Assemblea comincia sulla scia della partenza improvvisa per un’altra Vita di Silvano Gianti, focolarino, giornalista, nella notte del 15 aprile. A Genova, dove viveva da diversi anni, sono in molti a considerarlo come il proprio migliore amico. E qualcuno come un secondo padre. Per tanti poveri, soli ed emarginati è la mano tesa che ti aiuta a rialzarti.

Nei tre giorni si alternano le parole della fondatrice – col suo dono di profezia per gli anni che le seguiranno, e in particolare sull’eredità che lascia alla sua famiglia spirituale, l’esercizio di una vita “con Gesù in mezzo” – a condivisioni profonde di questo popolo nato dal Vangelo, alle prese come tutti con le fragilità, le omissioni, i limiti che ci caratterizzano. E col desiderio profondo di convertirsi e ricominciare. Il dolore abissale in cui siamo immersi ne dà l’occasione. Tante le esperienze dirette e indirette legate alla crisi sanitaria, all’impatto del virus sul proprio corpo, al vivere per i fratelli e le sorelle che incontriamo sul nostro cammino. E arrivano così una richiesta di perdono da chi si è trovato faccia a faccia con la morte; la cronaca da una rianimazione Covid, con lo stupore di poterlo ancora raccontare dopo essersi ritrovato sotto il respiratore; per qualcuno il pensiero dei genitori anziani, soli e lontani. “Vivo ogni giorno come il primo e come l’ultimo di questa pandemia”, dice suor Carla. C’è chi avverte il tempo presente come “un tempo supplementare per ritornare al vero senso della vita”. In un’assemblea ci si mette anche al lavoro, e quindi non mancano gli interrogativi su come chi aderisce allo spirito dei Focolari riesca ad incarnarlo sul serio. Su un punto c’è consenso: il salto dal “modello organizzativo e dell’efficacia” all’ascolto dello Spirito Santo, che poi suggerisce strade da percorrere e metodi da seguire, sapendo che in questa spiritualità il primo e unico metodo è proprio la presenza di Gesù tra i suoi, da Lui promessa dove splende l’amore reciproco.

“Questo ritiro sembra sia entrato nelle case”, hanno detto in tanti. Quel clima di sacro, di raccoglimento, che spesso i partecipanti sperimentano negli incontri presso il Centro Mariapoli di Castelgandolfo, lo si è vissuto anche a distanza e mediato tecnologicamente. Ma ugualmente efficace. Questo appuntamento, come tanti altri, avrebbe infatti dovuto svolgersi presso la sede dei Castelli Romani. La contingenza lo ha reso impossibile, con conseguenze sulla sostenibilità di una struttura così grande. Per questo si è avviata anche una comunione dei beni straordinaria – a partire dai risparmi effettuati sui viaggi e sulla permanenza – sia per il Centro Mariapoli che per le persone in necessità a causa della crisi. Arriva l’invito a vivere con docilità i ruoli che di volta in volta ci vengono richiesti: a volte in prima linea, a volte in mezzo, a volte nelle retrovie, tutti ugualmente importanti. Qualcuno si è collegato da oltreoceano, perché – in visita alle famiglie – non è potuto rientrare per tempo a causa delle restrizioni nei viaggi.


Marc St. Hilaire e Margaret Karram, consiglieri del Centro Internazionale
, con uno sguardo particolare sull’Italia, hanno accompagnato l’Assemblea a cogliere le dinamiche del Movimento dei Focolari oggi:  Ma con una premessa: Possiamo fare tutta la nostra parte e dare il nostro contributo, coscienti però che si tratta di un’Opera di Dio e che è Lui il Signore della Storia. È Lui il punto di partenza di queste dinamiche e al quale sempre dobbiamo ritornare. 

Sono stati assolti anche i doveri assembleari, con le votazioni (attraverso un sistema certificato di votazione online) di coloro che – insieme ai delegati Rosalba Poli ed Andrea Goller – rappresenteranno l’Italia all’Assemblea Generale dei Focolari – prevista per Settembre, anche se si sta riflettendo su nuove possibili date in base all’evoluzione dell’emergenza COVID-19. Il 18 aprile sono stati quindi eletti: Antonia Testa, medico ginecologo al Policlinico Gemelli di Roma; Sara Manfredi, assistente sociale a Brescia; Lucia Fronza Crepaz, pediatra e formatrice alla cittadinanza attiva in una scuola di preparazione sociale a Trento; Carlo Fusco, avvocato a Roma; Federico Viara, bancario a Bologna; Andrea Ponta, ingegnere a Cuneo.

Le voci sono molteplici: oltre al gran numero di focolarini in senso stretto, ci sono anche i rappresentanti delle varie vocazioni, generazioni, e ambiti d’azione dei Focolari in Italia. L’appello di Luciana Scalacci incoraggia a non perdere di vista, anzi ad approfondire, la profezia di Chiara, che ha fatto del dialogo tra credenti e non credenti un asse portante del Movimento dei Focolari. I giovani presenti, con una freschezza e una profondità rigeneranti, fanno apprezzare la bellezza della reciprocità tra generazioni. Anche loro in prima linea con tutti a raccogliere l’eredità di Chiara e viverla nel mondo di oggi. Presentano a tutti le attività della Settimana Mondo Unito 2020 (1-7 maggio #InTimeForPeace) e danno appuntamento al  1° maggio per “Now Loading”.

Tra gli oltre 1300 collegati c’è anche Mons. Michele Fusco, vescovo di Sulmona, che – riprendendo una riflessione di Piero Pasolini, focolarino della prima ora, e il Vangelo della Domenica della Misericordia – esorta a riconoscere Gesù che si mostra agli apostoli con le ferite della croce, con la sofferenza. Ad incontrare quindi nel mondo, nel buio, nel nulla, il Crocifisso-Risorto.

Maria Chiara De Lorenzo




Palermo: “Andare oltre le frontiere”

Pubblicato www.unitedworldproject.org 
 
Chiuso tutto. Porte e serrande abbassate per la pandemia… anche a casa delle famiglie Rom.

Con la pandemia di Coronavirus si fanno i conti in diversi modi: con la morte in solitudine di tante persone, con lo strazio di famiglie costrette a casa, senza poter stare vicine ai loro cari. Queste sono le situazioni forse più crudeli che il virus sta generando. Ce ne sono poi altre, forse più subdole, che vengono in evidenza in un secondo momento, con la lotta quotidiana per affrontare le conseguenze economiche e sociali, particolarmente dure per chi vive già in una condizione di marginalità.

Carla Mazzola, insegnante e psicopedagogista, è la referente per gli alunni Rom dell’Osservatorio sulla dispersione scolastica dell’Ufficio Scolastico Regionale Sicilia. Abita a Palermo, una delle città italiane che vede crescere il malcontento sociale ogni giorno, ma dove, allo stesso tempo, si evidenziano quelle buone pratiche inclusive, di attenzione, che permettono al tessuto sociale di non sfilacciarsi, soprattutto nelle periferie, dove quella marginalità è più forte. Carla segue soprattutto alcune famiglie Rom che, al tempo del Coronavirus, vivono una condizione drammatica.

Carla, ci spieghi dove operi tu oggi?

«È un contesto di grande difficoltà, lo devo ammettere. Le famiglie di cui mi occupo sono arrivate soprattutto dal Kosovo, scappate dalla guerra poco più di vent’anni fa; in effetti non sono persone abituate al nomadismo, e una volta arrivate a Palermo non si sono più mosse, sono stanziali».

Sono persone integrate?

«Sono persone che non possono rientrare nella loro terra, per tanti motivi. Il Comune di Palermo ha assegnato loro una parte del Parco della Favorita dove è stato costruito il campo Rom, rimasto aperto dalla fine degli anni ‘90 fino al 2019. Come insegnanti sapevamo, fin da quel tempo, che la vera integrazione sarebbe partita dalla scuola: così ci siamo interessati presso le famiglie per incoraggiarle a mandare a scuola i ragazzi, in un momento in cui non c’era integrazione con le famiglie di Palermo, anzi, c’erano pregiudizi, divisioni, paure rispetto a questa realtà: grazie ad accordi di “rete” fra le scuole, e a un’attenzione continua verso le famiglie e i loro problemi, molti bambini e giovani hanno potuto studiare e raggiungere dei risultati. Chiaramente io non potevo pretendere di iscrivere un ragazzo a scuola ignorando il contesto in cui viveva: quello era un campo con la presenza di amianto e una grandissima precarietà: famiglie che vivevano in baracche, con allacci abusivi alla corrente elettrica: ricordo il cosiddetto “albero di Natale”: un palo della luce al quale tutti si attaccavano con mezzi di fortuna per prendere corrente. Questo per far capire che non c’è, nemmeno oggi, un vero diritto allo studio senza diritto alla salute, alla vita, al ripristino di una quotidianità nel rispetto delle situazioni; era necessario  favorendo, al contempo, un’integrazione scolastica anche con i bambini delle famiglie palermitane, attraverso percorsi di conoscenza molto forti, che hanno coinvolto negli anni i docenti volontari che seguivano il dopo scuola nel campo, svolgendo un lavoro eccezionale».

Con la pandemia cosa è cambiato per queste famiglie?

«Premetto che l’anno scorso il campo è stato dismesso e le famiglie vivono ora in modo “diffuso” in varie parti della città, senza più essere ghettizzate. Questo anche per mettere le “persone” davanti alle etnie. Ma i genitori continuano a vivere di espedienti, sono venditori ambulanti, molti irregolari, anche perché non riescono a ottenere certificati di residenza che permettano un lavoro diverso, con una dignità stabile. Con lo scoppio del Coronavirus, con l’isolamento forzato e la mancanza di sussidi e documenti validi, queste persone sono diventate gli ultimi degli ultimi, invisibili al resto della società».

Come vivono questa situazione?

«Con una grande paura e angoscia: non possono procurarsi nulla da mangiare, perché non escono di casa non avendo documenti, né tanto meno conti correnti: vivono alla giornata, principalmente di espedienti, aprendo un fortissimo rischio che su questa situazione di debolezza metta le mani la criminalità, che a volte diventa l’unica soluzione per poter mangiare».

Qui siete entrati in gioco voi…

«Non riuscivo a dormire la notte pensando a tutto questo e a un certo punto è venuta l’idea: noi non possiamo uscire di casa, è vero, ma ci sono associazioni come la Caritas che si possono occupare di questo: se noi avessimo fatto un bonifico Caritas con una causale mirata per le famiglie Rom, fornendo nomi e indirizzi, spiegando le situazioni più difficili, loro gli aiuti li avrebbero potuti portare. Abbiamo messo in moto la macchina in accordo con “La Casa dei Diritti” del Comune di Palermo, con la Caritas, e dal 19 Marzo gli aiuti sono partiti, grazie alla generosità di tanti cittadini che hanno donato per queste famiglie».

Le necessità sono diverse da famiglia a famiglia?

«È stata realizzata una mappa che indica dove sono dislocate le famiglie, con il numero di componenti, le età, e noi volontari da casa facciamo da “navigatori”, con il telefono, ai volontari Caritas per spiegare loro le varie situazioni: hanno portato generi di prima necessità uguali per tutti e poi ognuno ha raccolto le necessità ulteriori di ogni famiglia particolare, per farla sentire accolta, amata in modo speciale. Mentre continuano le distribuzioni ci siamo mossi per far registrare queste famiglie al comune e ottenere i bonus che il governo ha promesso, sperando che tutto questo vada a regime».

A scuola però i ragazzi non ci vanno più…

«È uno dei problemi più grandi, perché l’istruzione, la scuola, portano integrazione e nuove possibilità, per tanti di loro è l’unica via di salvezza, di un futuro diverso riscattato dal male vissuto. Dobbiamo ricordarci, come ha detto un noto calciatore di origini Rom, che puoi levare un ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal cuore di un ragazzo. La legalità, imparata fin da piccoli, sarà l’unica possibilità di avere un lavoro e una casa. Per questo ci siamo attivati, con l’aiuto dell’associazione “In Medias Res”, per provvedere a dei tablet per questi ragazzi e così continuare a seguirli perché possano proseguire da casa il loro percorso».

A questi aiuti concreti, quanto conta l’aggiunta di un rapporto personale con le famiglie?

«Il rapporto è tutto. Con i ragazzi e le famiglie ci scambiamo continuamente messaggi, per loro è importante sentirsi pensati, sapere che c’è qualcuno che è dalla loro parte. Certo, da quando il campo è stato dismesso sono più tranquilla pensandoli in una casa vera, ma è nella relazione continua che poi arriva un cambiamento».

Cos’è la fraternità per te?

«Fraternità per me è andare oltre la frontiera, fare un passo più in là per scoprire in ogni persona la mia stessa umanità, tirare fuori i sogni dei sofferenti, dare una possibilità di volare a chi ne ha il desiderio. Per questo ci vuole perseveranza, costanza nel rapporto; la relazione non può essere uno spot ma è reciprocità: le famiglie Rom sono in grado di dare tanto, a me lasciano una ricchezza enorme ogni volta, in termini di fede, di capacità di relativizzare i problemi, ma anche in termini di sorrisi e accoglienza. Per me è questa la fraternità, anche al tempo del Coronavirus».

di Paolo Balduzzi Uni

Pubblicato www.unitedworldproject.org

 




Lo sguardo

Il nostro sguardo non è solo capacità visiva ma uno stato d’animo espresso.

E’ la prima cosa che il bambino chiede allo sguardo d’amore della mamma che l’ha generato, per sentirsi protetto. Quanti bei quadri hanno rappresentato questo momento, una richiesta di empatia che, nel tempo, diventa una domanda sospesa e spesso perduta.
Chissà se ci siamo mai fermati a meditare sull’importanza di questo aspetto dello
sguardo, la finestra sul mondo che da linfa vitale al nostro cuore. La società moderna, di
certo, non ci aiuta piena com’è di sguardi indifferenti e superficiali, sguardi restii ad ogni
empatia, che ci hanno resi “disincarnati” e poco partecipi della vita in comune.

Eppure il buon Dio, nella creazione, ci ha posti ”di fronte”, ben sapendo che
l’apertura del nostro sguardo non è a 360°. Abbiamo bisogno dello sguardo dell’”altro”
per vedere il mondo nella sua interezza.

La pandemia che ci ha colpiti ha fatto riscoprire quanto sia importante lo sguardo.
Ce lo ha fatto comprendere affidando il malato allo sguardo di qualcuno che non solo tiene in cuore il suo messaggio e ascolta le esigenze ma porta tutto a destinazione.
Tutto avviene al di sopra di una mascherina che nasconde gran parte del viso ma in compenso rende più intenso il linguaggio degli occhi.

Leggiamo in questi giorni tante esperienze che aprono il cuore. A medici e infermieri che l’avevano assistita, una signora dimessa ha detto che, quando li incontrerà di nuovo, non ricorderà distintamente i loro volti ma riconoscerà infallibilmente i loro occhi.
La scoperta di una nuova profondità dello sguardo che tocca l’anima è confermata dagli operatori che assistono da vicino i malati. Quando il malato va in grave affanno è tutto occhi attraverso i quali comunica non solo sofferenza e angoscia ma soprattutto implora una prossimità, qualcuno che si prenda cura, uno sguardo d’amore.
Uno sguardo carico di “umanità” cambia la vita nostra e dell’altro che ci sta di
fronte, e ci rende partecipi del mondo, ma soprattutto ci fa capire quanto sia importante
la misericordia, invocata per noi nella vita quotidiana ma spesso dimenticata per i
bisogni degli altri. Scrive Chiara Lubich. “Ho sentito di essere stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me”.

Proviamo ad immaginare una società che, in un momento di crisi da superare, non conosce l’amore reciproco, quell’amore che Gesù fa suo nello sguardo che rivolge al mondo.

Ecco, noi dovremmo riscoprire queste capacità dello sguardo che diventa dono.
In tal senso, da malato di SLA completamente immobile e senza voce, mi sento un fortunato. Circondato da persone amorevoli, tutto il mio sentire passa solo attraverso i miei occhi. Grazie ad un puntatore oculare posso anche lanciare messaggi e dar loro voce. La voce si chiama Vittorio, così dice il programma, ma io sono il mio sguardo, (Tito), rivolto al Cielo verso lo Sguardo misericordioso di Dio che ci accompagna tutta la vita, e verso il Mondo che mi circonda, dal quale arriva tanto amore.
Buona Pasqua di Misericordia e Resurrezione”.

di Tito Rocci – Abruzzo




La storia di Pia Fatica, diventata Mafua Nkong “Regina dell’Amore”

ORA DISPONIBILE IL VIDEO COMPLETO

IN ITALIANO – INGLESE – FRANCESE

Nel 1967, all’età di 38 anni, leggendo della necessità di un aiuto in Africa, Pia Rosa Fatica, ostetrica, parte dal Molise e si unisce al primo gruppo di medici e volontari che Chiara Lubich aveva inviato in Camerun per fronteggiare la drammatica situazione sanitaria del popolo Bangwa. 

Allora non c’erano telefonini e computer. “Qui era davvero un posto alla fine del mondo. Ma noi il mondo volevamo cambiarlo per davvero”. Afferma Pia in un’intervista.Con instancabile dedizione, nel giro di pochissimi anni riescono a sconfiggere la malattia del sonno e la mortalità infantile che minacciava di estinzione la tribù.Dotata di concretezza e di una grande capacità di dialogo con la cultura tradizionale, Pia stringe rapporti significativi con le madri, con le famiglie, con le autorità del posto. Si calcola che grazie a lei siano nati a Fontem più di 11.000 bambini.

Pia ha formato una generazione di ostetriche e infermiere che seguono la strada che lei ha avviato. Il mondo, lei e tutti quelli che a Fontem hanno lavorato e continuano a farlo, lo hanno cambiato davvero. Nel 2015 muore all’età di 86 anni e riposa dove ha desiderato, Fontem, con la sua tribù.

IL DOCUFILM
Il docufilm era inizialmente uscito come video-libro, ora è reso pubblico on-line.
È girato interamente a Fontem, Camerun anglofono.
Il filo conduttore segue la tradizione africana e cioè l’usanza che la storia della tribù viene trasmessa dagli anziani ai bambini. E nella storia del popolo Bangwa c’è Pia Rosa Fatica.

I LINK
(Dopo aver cliccato sul link, in “impostazioni” selezionare “Qualità”: 1080p HD)

MAFUA NKONG, ostetrica e regina (italiano)

MAFUA NKONG, midwife and queen (english)
https://youtu.be/vd_AAgouFfs

MAFUA NKONG, sage-femme et reine (français)
https://youtu.be/Ldy59XMaM5U

QUI SOTTO IL TRAILER

https://piafatica.wordpress.com

 

Oltre al video libro, è disponibile una biografia di circa 200 pagine. 

Per chi volessero saperne di più, scrivere a: ilariapedrini58@gmail.com




Contagiamoci con le buone pratiche di fraternità

La redazione del nostro sito ha pensato di attivarsi per far circolare delle buone pratiche di fraternità che molti dei nostri lettori vivono quotidianamente in questi giorni di emergenza e di quarantena.

Nel ribadire l’importanza di seguire con responsabilità le indicazioni del Governo italiano in merito all’emergenza del Cod-19 ci auguriamo tutti che, proprio attraverso i nostri gesti responsabili, finisca quanto prima questa dura prova per tutta la comunità. La tentazione però che può prendere tutti è quella di costruirci, proprio per difesa, una sorta di rifugio che ci allontana sempre più dagli altri. Ma da tante persone arrivano piccoli gesti di pura fraternità, gesti disinteressati e che ci spingono oltre i confini che ciascuno di noi sta innalzando e questo sta svelando un volto del nostro Paese che forse non conosciamo o non abbiamo apprezzato molto.

Pensiamo ad un gruppo giovani dei Castelli romani che si sono messi a disposizione per fare la spesa per quanti non hanno la possibilità di recarsi presso gli esercizi commerciali; oppure a tanti che con abnegazione continuano a lavorare presso le strutture ospedaliere o gli istituti penitenziari. Proprio in questi giorni sono scoppiate delle rivolte e in un istituto di pena, Adriana, vicedirettrice, ci chiede di pregare e pensarla perché riesca ad avere il coraggio dell’amore per andare avanti.

Giulia Chiara Guarracino, una giovane di Ischia, ha scritto:

Imparate a capire che questa è una lotta contro il nostro egoismo e non contro un virus.
Questa è un’occasione per trasformare un’emergenza in una gara di solidarietà.
Cambiamo il modo di vedere e di pensare.
Non sono più “io ho paura del contagio” oppure “io me ne frego del contagio”, ma sono IO che preservo l’ALTRO.
Io mi preoccupo per te.
Io mi tengo a distanza per te.
Io mi lavo le mani per te.
Io rinuncio a quel viaggio per te.
Io non vado al concerto per te.
Io non vado al centro commerciale per te. Per te.
Per te che per colpa del mio menefreghismo e della mia indifferenza sei dentro una sala di terapia intensiva.
Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia.
Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo. 

Vi prego, alziamo lo sguardo.
Non siete più forti o più bravi se mettete foto che vi abbracciate con scritto “Io sono più forte del coronavirus!”.
Io spero che in #ItaliaNonSiFerma la solidarietà.
Tutto il resto non ha importanza”.

Tante situazioni, tante difficoltà ma anche tante occasioni per provare ai fratelli e a Dio la nostra testimonianza ed estrema fiducia in questo percorso che stiamo tutti vivendo.

Aspettiamo quindi le vostre esperienze che faremo circolare attraverso questo sito, testimonianze, anche piccole, piccolissime ma che sono una goccia che può ridare a ciascuno la speranza, la libertà e il coraggio di amare e di vivere da figli di Dio. Scriveteci a: movimentofocolari.italia@focolare.org 

VEDI TUTTE LE ESPERIENZE PUBBLICATE SUL NOSTRO SITO




Un giorno regalato

In questo periodo segnato dall’emergenza Coronavirus, facciamo circolare delle buone pratiche di fraternità che si vivono quotidianamente.

“Se Dio è Amore, la fiducia completa in Lui non ne è che la logica conseguenza. Possiamo avere allora quella confidenza che porta a parlare spesso con Lui, a esporgli le nostre cose, i nostri propositi, i nostri progetti”.

“… di ventotto ce ne uno …” ma quest’anno sono ventinove per via dell’anno bisestile. Un giorno regalato, dunque. E in questi tempi, dove si sperimenta tutta la fragilità umana, la sua precarietà, forse ancor più ti rendi conto di come è fondamentale vivere bene il momento presente e usare bene il tempo che il buon Dio ci dona.

Che avrei fatto in questo giorno regalato visto anche il “fermo obbligato” a motivo del coronavirus che di fatto impedisce ogni attività? La risposta è stata immediata: importa solo amare, specie chi ha più bisogno. E così la mattina ho ben pensato di recuperare alcuni lavoretti che da mesi avevo promesso di fare a mamma e che non avevo più fatto e fargli così compagnia.

E nel pomeriggio sono andato a trovare D.(questo era ancora possibile alcuni giorni fa) da lui infatti ero stato altre volte, ma con altri, mai da solo. Così, sapendo che le visite erano limitate ad un solo famigliare al giorno per massimo un’ora (per via del coronavirus) e sapendo che lui famigliari stretti non ne ha, ho pensato di andare solo per amare.

E’ stato un incontro semplicissimo, ma molto profondo, dove ho respirato in D. una Sapienza che viene dall’alto e ho trovato un uomo profondamente riconciliato con sé stesso e con gli altri pronto a vivere bene nella volontà di Dio questa nuova tappa della sua vita.

Tornando a casa in macchina, recitando il Rosario (… il tempo non mi mancava!) ho ringraziato Dio per essere parte di questa famiglia e della gioia che mi da di poterla costruire per un piccolissimo pezzetto. Sulla via del ritorno, nel mio cuore, nel dialogo con Gesù, sentivo di poter dire poi tante cose al buon Dio in un clima di grande intimità e familiarità. Era frutto del forte Gesù in mezzo vissuto con D. Ancora una volta ho sperimentato che l’unione con il fratello ti porta all’unione con Dio.




Il Coronavirus è arrivato in Italia, in Lombardia . . . tra i miei parrocchiani!

In questo periodo segnato dall’emergenza Coronavirus, facciamo circolare delle buone pratiche di fraternità che si vivono quotidianamente.

Il Coronavirus è arrivato in Italia, in Lombardia, a Milano, a Gorgonzola . . . tra i miei parrocchiani!

In questo momento di incertezza (e di un po’ di indisposizione), sono nello stato d’animo di chi sa che potrebbe arrivare anche a sé. E ciò mi mette in quel “estote parati” (Siate pronti!) di cui parla il Vangelo. Da un lato confesso che un po’ ho paura. Non me ne vergogno. Dall’altro mi chiedo: e se fosse, cosa devi fare in questi che potrebbero essere gli ultimi momenti della tua vita? E mi rispondo: riempire d’amore ogni gesto ed ogni occasione. Fare tutto nell’amore, è così facendo sento screscere in me una grande pace e una rinnovata unione con Dio.

Ma cosa mi sta insegnando questo tempo , in queste quasi tre settimane ormai in cui abbiamo chiuso tutto? Prima di tutto un’occasione di conversione. Avevo preparato tutto bene: 91 adolescenti e giovani a Palermo, la Quaresima con tutte le sue attività, una più bella dell’altra; l’inizio del bicentenario della Chiesa con eventi, concerti, manifestazioni, celebrazioni… Ma forse correvo il rischio di uno sguardo sulla vita che vorrebbe avere tutto sotto controllo! Ma la realtà è più grande di noi e dobbiamo imparare a riscoprire, prima del nostro fare, dell’organizzare e del preparare, l’affidamento al vero Signore del mondo, creatore e Padre, nel gesto umile e intelligente della preghiera.

Questa situazione è occasione perché mi ricorda che sono un uomo, semplicemente e solamente. Come uomo, davanti ad alcune circostanze non posso fare molto. Ma – “fortunatamente” mi viene da dire – sono anche cristiano e proprio per questo posso dire, come il profeta Isaia: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15).

Mi ha insegnato che abbiamo bisogno di un luogo in cui essere Chiesa. Me lo ero dimenticato. Per questo Dio si è fatto carne in un luogo e in un tempo determinato. Abbiamo bisogno di fisicità, di incontro, di corpo, di luoghi che parlino.

Vivere la messa senza fedeli e sapere che i miei fedeli sono senza Messa mi mette molto a disagio. È un grande dolore, un volto di Gesù Abbandonato da abbracciare e scegliere come unico bene, fonte e culmine della mia vita di fede.

Mi fa guardare con gratitudine tutta la vita trascorsa, le persone amate . . . mi fa dire solo grazie, scusa, e mi lascia un gran bene nel cuore…. Mi fa capire che il Regno di Dio cresce come una pianta senza che l’agricoltore sappia come… per fortuna!

Don Paolo 

http://www.focolaritalia.it/2020/03/10/contagiamoci-con-le-buone-pratiche-di-fraternita/




Non ho scelto il sacerdozio, ho scelto Dio e questo mi basta!

In questo periodo segnato dall’emergenza Coronavirus, facciamo circolare delle buone pratiche di fraternità che si vivono quotidianamente.

La lettura della chiamata di Abramo (la prima della II domenica di Quaresima): “Vattene dalla tua terra . . . “, mi ha fatto ricordare un canto di tanto tempo fa e le tante esperienze personali vissute. Uno dei primi focolarini,  Giuseppe Zanghì da noi chiamato Peppuccio, nel cuore della trasformazione del seminario e dei nostri ideali giovanili ci aveva “spinti” con forza e convinzione (anche se con scarsi risultati!) a scegliere Dio solo e non il sacerdozio.

La prima volta che ci ho provato a farlo è stato il giorno dell’ordinazione quando ho avuto un pensiero fisso: “E se morissi prima che mi mettano le mani in testa?”. Meglio fare la Volontà di Dio ora … per tutto il giorno. Un secondo momento forte: dopo nove mesi dall’ordinazione mi chiama il vescovo e con ansia aspetto finalmente la destinazione, ma con sorpresa mi sento dire che per me non c’è accoglienza da parte di nessun parroco.

Entro in una cappella, ci rimango un’ora e quando esco torno nella mia stanza e scrivo: “Anche se in tutta la mia vita non dovessi mai più celebrare messa, esercitare nulla nel ministero, battesimi, matrimoni, predicazione … non mi importa nulla. Io non ho scelto il sacerdozio, ho scelto Dio e questo mi basta: Cristo niente e nessuno me lo potrà togliere”. Ancora oggi, davanti ad ogni taglio delusione o chiusura, posso dire con coscienza, che per grazia di Dio non ho più perso quella serenità, quella gioia e quella decisione.

Vivo questi momenti di sospensione legati alle varie circostanze del Coronavirus, consapevole della serietà e gravità della situazione, ma senza paura, cosciente di essere nelle Sue mani. Capisco che posso rischiare di sembrare insensibile e freddo, ma non posso rinnegare il dono di Dio.

Don Dante 

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Saper ascoltare

Di professione medico, mi sono circondato di ragazzi ai quali desideravo comunicare il “segreto” della mia felicità: Dio. Una sera sul tardi, però, mentre sono di turno in ospedale, ho un momento di crisi profonda, tanto da mettere in discussione tutto quanto finora ha dato senso alla mia vita.

D’un tratto un infermiere bussa alla mia stanza: un giovane desidera parlare con me. È uno dei ragazzi che seguo. Appena entrato, lui vuota il sacco: annaspa nel buio assoluto, si sente inutile e non capisce il perché dell’esistenza.

Mi domando fra me cosa potrei dirgli proprio io che mi trovo a mia volta a vivere un momento analogo… Ad ogni modo, cercando di mettere da parte i miei problemi, lo ascolto per oltre un’ora parlarmi dei suoi, che sono davvero tanti.

Quando finisce, vedendolo più sereno, scelgo di non dirgli nulla. Mi ringrazia felice e nel salutarmi aggiunge che, dopo essersi aperto con me, si sente rinfrancato… Ma anch’io, dopo averlo soltanto ascoltato come ero capace, mi accorgo che la “crisi” che mi attanagliava l’anima è improvvisamente scomparsa.

(Tratto da Il Vangelo del giorno, Città Nuova, anno VI, n.2, marzo-aprile 2020)




Dall’interno della frattura, esperienze di vita e proposte

Pare impossibile che da esperienze di dolore possa nascere qualcosa di bello per sé stessi e per gli altri, eppure lo abbiamo visto e sperimentato nei tre giorni passati insieme a Castel Gandolfo (RM) dal 14 al 16 febbraio 2020. Siamo ormai al terzo appuntamento nazionale e dopo due edizioni ad Assisi, quest’anno abbiamo voluto anche noi “incontrare” Chiara Lubich, a casa sua, nel territorio che ospita il centro pulsante del Movimento dei Focolari, proprio in occasione del centesimo anniversario della sua nascita.

Il primo giorno, al nostro arrivo, un attento osservatore avrebbe scorto 130 storie distinte di separazione, vissute spesso all’ombra del dolore e di tanti “perché” senza risposta. Ma il terzo giorno, nel momento della condivisione finale, ciascuno ha potuto riscontrare una nuova forza, una luce che ha sconfitto o almeno attenuato il proprio buio interiore e abbiamo ben presente i volti di tanti che si impegnavano, una volta fatto ritorno a casa, ad essere sostegno e motivo di speranza per chi intorno a noi vive di sofferenza. E gli sguardi e i sorrisi fissati nella foto finale di gruppo testimoniano che non si trattava solo di un sentimento passeggero…

Il programma è stato intenso e ricco di spunti di riflessione, e i relatori che si sono succeduti sul palco hanno toccato molti “punti caldi” senza timori, accolti da un ascolto della sala attento e critico.

Erano presenti anche un buon numero di coppie che “camminano insieme” ai separati con  iniziative comuni e momenti di incontro nella varie Regioni, per testimoniare che anche le esperienze di separazione fanno parte della vita di famiglia e che portandole avanti insieme possono essere meno buie.

A questo proposito, le testimonianze, intercalate agli interventi, sono state come sempre dei punti luminosi e un dono per tutti, pur rappresentando storie e situazioni dure, di sospensione, ma vissute nella riscoperta del rapporto con Dio e del sostegno dei fratelli.

Abbiamo parlato di matrimonio, paradossalmente proprio con i separati… Monsignor Bonetti ci ha ricordato con forza il significato del sacramento che certo non scompare con la separazione dal coniuge e per chi sceglie di rimanere fedele testimonia una continuità di risposta alla vocazione originaria col donare e diffondere un amore unitivo, frutto di una ferita, a essere ovunque “colla” in tutte le situazioni di conflitto. Il separato – dice ancora Bonetti, è una persona che viene lanciata verso le nozze definitive con Dio, mentre ha ancora un corpo da gestire sulla terra. In forza dello Spirito Santo ricevuto nel matrimonio vive una vita che lo porta a testimoniare un amore, crocifisso, oltre ogni limite. Infine un appello: i separati possono, anzi, “devono” condividere la loro esperienza, essere un annuncio e una testimonianza per i fidanzati, le giovani coppie, gli sposi di ogni età, per le persone consacrate per preannunciare la Vita Eterna,  la vita accanto al Padre, la realtà della famiglia dei Figli di Dio.

Ci hanno poi molto colpito le immagini e le suggestioni collegate a due episodi del Vangelo proposte da padre Marco Vianelli: la guarigione della suocera di Pietro e l’incontro di Gesù con Zaccheo. Il primo brano aiuta a riflettere su come la guarigione non è un cammino individuale, esige  una lotta con il nostro uomo vecchio ed ha sia una dimensione privata, sia una dimensione pubblica. La suocera di Pietro,  una volta guarita,  si mette a cucinare; questo ci insegna che Gesù viene per rigenerarci, liberarci e rimetterci a disposizione del mondo per servire.

La seconda immagine è quella di Zaccheo che pur di vedere Gesù,  sale su un sicomoro,  dai rami fragili.  Si rende così vulnerabile,  ma è proprio la vulnerabilità che rende efficace l’incontro: la rigenerazione è lasciarsi raggiungere dallo sguardo di Gesù così come siamo e il fine della rigenerazione è l’Amore. Quindi tutti i fallimenti sono per riabilitarci ad amare

Entrando nel tema della fedeltà, padre Marco ha evidenziato come questo è un punto di arrivo e per poterci mettere in cammino abbiamo bisogno di Cristo, dei suoi occhi.  Se non riusciamo,  non siamo sbagliati,  il cuore va educato e occorre un cammino, possibilmente insieme ad altri.

Ezio Aceti è stato “incontenibile” nel trasmetterci la sua passione per l’educazione dei bambini e dei  ragazzi e di quanto possiamo fare noi adulti. Ha fatto molti esempi calandosi nei panni e in molte situazioni vissute dai separati, ma quanto ci ha trasmesso ha un valore universale per tutte le famiglie.

Ci ha spiegato come deve essere l’ascolto verso i nostri ragazzi e come il prendersi cura dei figli voglia dire aiutarli a dare significato alla sofferenza della separazione e a sostenerli nel percorso educativo. Ha sottolineato che nella vita non c’è niente da buttare, ma tutto è da prendere in mano e trasformare e le cicatrici sono il segno che tu ce l’hai fatta; i figli hanno bisogno di noi, così come siamo… Educhiamo di più con le nostre fragilità che non con le grandi idee e se anche ci rendessimo conto di aver sbagliato con i nostri figli,  ma troviamo la forza di ricominciare, quest’amore rimane perché un singolo atto d’amore può recuperare un mare di sbagli. Infine, da non dimenticare: riuscire a trasmettere ai figli la bellezza di avere un rapporto personale con Gesù è il regalo più bello che possiamo fare loro.

Aceti si è soffermato poi sull’importanza della “parola” che, se corretta, può fare miracoli. Occorre però imparare ad usare un linguaggio “trinitario”, dicendo tutto nella verità, ma ricordando tre concetti fondamentali: entrare in empatiacon chi parliamo (l’empatia rappresenta il Padre), rappresentare la realtà – dicendo le cose come stanno nella verità (la realtà rappresenta il Figlio), fornire sempre un sostegno e una prospettiva di fiducia (il sostegno è lo Spirito Santo).

I coniugi Scotto ci hanno dato una carica di concretezza per uscire dal buio e fornito qualche elemento per saper gestire la solitudine, ricordandosi il valore dell’auto stima e il potenziale immenso della nostra sessualità – anche negli aspetti più intimi delle pulsioni sessuali – che può diventare un motore di slancio e di fiducia verso noi stessi e verso gli altri. Infatti, si può sconfiggere il buio con gesti di tenerezza, riconciliandosi con se stessi e da qui arrivare a conciliarsi con gli altri, attraverso la cura di sé, del proprio aspetto, cogliendo le possibilità che ci

offre la vita. Possiamo sperimentare che il dolore può essere uno spazio creativo, che ci può aiutare a comprendere meglio gli altri e a guardare in alto per coltivare un rapporto personale con Dio.

Oltre ai momenti di incontro abbiamo vissuto anche un pomeriggio “speciale” in visita al Centro del Movimento a Rocca di Papa. Siamo stati accolti da alcuni focolarini e focolarine che attraverso la loro presenza, alcune immagini e una visita guidata ci hanno fatto conoscere meglio la figura di Chiara Lubich in una prospettiva nuova, diversa, più intima e famigliare. La visita alla sua casa è stata un’occasione per incontrare Chiara attraverso la sua vita quotidiana: nella cappella abbiamo potuto soffermarci su quel crocefisso che è memoria della sua consacrazione a Dio… Forse proprio per quel simbolo ci siamo sentiti sulla sua stessa lunghezza d’onda e guardati in modo speciale da lei dal Cielo.

Nei saluti finali, oltre ad una bellissima condivisione, ci siamo presi un impegno attraverso un segnalibro che è stato consegnato a tutti con una striscia di Gibi e DoppiaW: vogliamo ricordarci sempre che siamo un dono gli uni per gli altri e che negli incontri che facciamo con ciascuno possiamo sempre sottolineare il positivo. Nel prossimo incontro ci racconteremo come è andata…

Rosalba e Andrea Ponta

con tutta l’equipe preparatoria dell’incontro

Gli esperti che sono intervenuti:

  • Don Renzo Bonetti: “Il sacramento del matrimonio è dono anche nel vivere la separazione”
  • padre Marco Vianelli: “ri-costruiti dall’Amore “
  • Ezio Aceti: “Genitori sempre”
  • Maria e Raimondo Scotto: “Il buio sconfitto”



Cittadini attivi per una riqualificazione del quartiere

Affacciarsi dal balcone della propria abitazione per prendere consapevolezza della realtà del proprio quartiere e agire per seminare bellezza: è cosi che nasce l’impegno di Lia e Angelo per la riqualificazione di alcuni spazi di Villaseta, frazione del comune di Agrigento.
In un pomeriggio d’estate decidono così di rendersi protagonisti di un possibile cambiamento del loro paese.
Da molto tempo si aspettava che il Comune prendesse l’iniziativa in quanto si era impegnato a ripulire la piazza del quartiere, ormai ingombrata da troppe erbacce e che costituivano un pericolo per l’incolumità dei passanti.
Così, all’imbrunire, Lia e Angelo, forniti di semplici attrezzi, iniziano a pulire e diserbare, sotto lo sguardo curioso dei vicini di casa e di alcuni ragazzi. Qualcuno offre la propria disponibilità a collaborare e così tutti insieme riescono a ripulire la piazza.
Qualche giorno dopo, insieme ai ragazzi e alle associazioni desiderose di collaborare, decidono di riqualificare anche uno spazio attiguo trascurato da anni. In seguito all’autorizzazione del sindaco e al sopralluogo del vicesindaco e di due assessori, iniziano a lavorare e questo spazio diventa così un luogo di aggregazione per giovani e famiglie. Tante persone collaborano mettendo a disposizione alcune pedane di legno per la creazione di panchine, uno scivolo per bambini, anche pneumatici da dipingere per creare delle fioriere. “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”, sembra proprio il concretizzarsi delle parole dette dal Beato Padre Pino Puglisi.




Diffondiamo a tutti l’antivirus della fraternità

In questo periodo segnato dall’emergenza Coronavirus, facciamo circolare delle buone pratiche di fraternità che si vivono quotidianamente.

26 febbraio 2020

Oggi alle ore 13, su iniziativa del sindaco di Gorgonzola, io parroco insieme al sindaco e alla presidente della Proloco, accompagnati dal capo dei vigili urbani di Gorgonzola, siamo andati ad incontrare i sindaci di Codogno e di Casalpusterlengo, al limite della zona rossa.

Siamo andati per consegnare loro quattro forme di gorgonzola come segno: segno della vicinanza della nostra gente alla popolazione della zona rossa. Segno per me di voler donare un antivirus, l’antivirus della fraternità, perché con il corona virus rischia di diffondersi oggi fra le persone un virus più pericoloso, ed è il virus dell’indifferenza, del sospetto e dell’individualismo.

Per questo ci sembrava importante dire che siamo vicini alle popolazioni colpite; siamo vicini con un segno di solidarietà, di vicinanza, di attenzione, di fraternità. Abbiamo invitato i due sindaci a venire a Gorgonzola per la sagra del gorgonzola. Loro sono stati molto, molto contenti.

Hanno detto che è stata la prima delegazione ufficiale di un comune di un parroco ad andare da loro per manifestargli un segno di vicinanza. Erano quasi commossi tanto erano contenti e non finivano mai di ringraziarci; di ringraziarci non tanto per quattro forme di gorgonzola, ma ringraziarci per questa vicinanza, per questa attenzione alla loro situazione.

Chiaramente abbiamo parlato a due metri di distanza con tutte le mascherine, con tutte le precauzioni che la legge impone anche se loro non sono infetti e non hanno alcun problema. E’ stato credo davvero un momento molto bello, direi proprio un segno grande, un segno di fraternità, un segno d’amore. 

L’attenzione che dobbiamo avere per non contagiare va vissuta non nella forma del sospetto, ma nella forma di un atto d’amore reciproco che ci doniamo vicendevolmente. E allora anche le privazioni che ci sono richieste, credo sia importante viverle proprio come atto d’amore nei confronti dei fratelli. Diffondiamo a tutti l’antivirus della fraternità.

don Paolo Zago – parroco di Gorgonzola (MI)

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A scuola di ecumenismo – Una testimonianza

Contributo di Biagio Pitarresi

A scuola di ecumenismo – Incontro di Formazione per educatori e insegnanti

Organizzato dall’uff. Diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso di Caltanissetta 16 gennaio 2020

Buon pomeriggio a tutti!

Mi chiedevo quale migliore contributo potevamo dare noi membri del Movimento dei Focolari a una scuola di ecumenismo se non la testimonianza? I membri del Movimento dei Focolari su consiglio della stessa Fondatrice Chiara Lubich hanno da sempre privilegiato l’amore concreto verso i fratelli e poi la parola. Metto quindi in comune con voi la mia esperienza in 7 tappe, riguardante il dialogo ed il rapporto con i fratelli di altre chiese, che ho iniziato da circa 15 anni, nella speranza che la troviate utile.

1) La prima tappa: la mia conversione all’ecumenismo.

Prima di conoscere e seguire il carisma di Chiara Lubich, io “vedevo” i cristiani evangelici: nemici della Chiesa e di Dio, poi man mano, il desiderio della “fratellanza universale” e  le parole di Gesù “Tutti siano una cosa sola” (Gv 17-21), che sono il cuore del carisma del Movimento dei Focolari, mi hanno cambiato profondamente e hanno fatto cadere dal mio cuore il giudizio e i pregiudizi e li ho sentiti fratelli. Le parole di Gesù: “Chi non è contro di voi è per voi” (Lc 9-50) mi aiutarono ancora di più a capire che ogni cristiano è per Gesù e mi diedero un motivo in più per impegnarmi con la mia vita affinchè “tutti siano uno”.

2) La seconda tappa: il come iniziare l’approccio con questi fratelli.

Non avevo una grande preparazione per incontrare i fratelli di altre confessioni ma dopo aver a lungo pregato capii che dovevo principalmente amare: amare per primo, amare senza aspettarmi nulla in cambio, amare sempre, amare senza guardare le differenze. Con questo spirito iniziai i primi contatti e cominciai ad avvertire che questi fratelli, amavano tanto Gesù e pur se vi erano alcune differenze da un punto di vista dottrinale o liturgico, il loro amore a Gesù era sincero e forte, tanto da farli divenire martiri se necessario. Quindi oltre ad amarli, cominciai a nutrire per loro grande stima e a fare mie le parole illuminate e rivoluzionarie che Chiara Lubich spesso ci ripeteva: “Amare la Chiesa altrui come la propria”.

3) La terza tappa: il come trasformare questi rapporti.

Inizialmente i nostri rapporti erano limitati ai momenti ecumenici ufficiali, molta facciata, ma ancora poca amicizia e ancor meno rapporti veri. D’accordo allora con Zina mia moglie ed alcuni amici del movimento dei Focolari, invitammo a casa nostra alcuni pastori con le mogli e alcune famiglie appartenenti alle loro chiese. Di norma, dopo un momento di incontro e di riflessione congiunta su alcuni aspetti sulla carità e sull’amore vicendevole, si cenava insieme e spesso si cantava e si scherzava. Pian piano il clima divenne familiare e molto fraterno per la presenza fondamentale e determinante di Gesù in mezzo a noi, secondo le parole di Gesù: (Mt 18-20), tanto che un pastore pentecostale un giorno mi disse: se i miei fratelli, conoscessero l’amore con cui voi focolarini portate avanti l’ecumenismo, l’unità sarebbe già una realtà. Un giorno durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il pastore Luterano e il reverendo Anglicano: hanno fatto come una scenetta nella quale dichiaravano che a Palermo a casa dei Focolarini avevano conosciuto il vero ecumenismo, definendolo: l’ecumenismo del cuore. Ciò era condiviso da diversi pastori e fratelli e sorelle di varie chiese. Una di esse, ci disse un giorno, io non riuscivo a entrare in una chiesa cattolica nemmeno se si sposavano dei miei parenti intimi, adesso da quando vi ho conosciuto, non solo che vi entro per queste occasioni ma anche solo per pregare, inoltre sto leggendo con grande beneficio i libri di papa Francesco.  Anche il clima e il lavoro della commissione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso diocesana, di cui facevamo parte, migliorò notevolmente e i lavori divennero più proficui. Una chiesa evangelica che ancora non faceva parte della commissione diocesana allargata alle altre chiese, che partecipava ai nostri incontri, chiese di farne parte.

4) La quarta tappa: i rapporti apparentemente difficili.

Un giorno uno di questi pastori ci invitò presso alcune famiglie della sua chiesa che non ci conoscevano, noi per non pesare portammo il nostro pranzo, ma quelle famiglie che non avevano mai avuto rapporti con i cattolici, ci fecero capire in tutti i modi che non eravamo graditi. C’è voluto tanto amore e tanto pazienza, Zina con tanto amore e tanta festa, fece loro assaggiare alcune particolarità che aveva cucinato e pian piano riuscimmo a farci accettare e potemmo pranzare insieme. Dopo il pranzo, cominciarono a evidenziare i difetti che loro vedevano nella nostra chiesa cattolica, cose che sembravano loro orribili. Noi non controbattemmo anzi dicevamo loro: ma qualunque difetto, qualunque differenza fra le nostre chiese, ci può impedire di volerci bene? Restarono meravigliati, abituati a continue diatribe e combattimenti e una risposta cosi li disarmò per un attimo, ma poi passarono ad altre accuse, sempre più gravi a loro dire. Ma noi non scendevamo in questa guerra verbale, ma continuavamo a ripetere che niente ci poteva impedire di volerci bene. Dopo un po’ smisero di accusare e cominciammo a parlare del vangelo e di ciò che ci univa che è sicuramente molto ma molto di più di ciò che ci divide. In quel momento scese una presenza di Gesù in mezzo molto forte. I cuori si sono talmente infiammati che non ci siamo resi conto che il tempo passava. Venuto il tempo di salutarli, non volevano più che andassimo via e ci supplicavano di restare ancora, A quel punto abbiamo proposto di pregare il Padre Nostro, durante il quale abbiamo avvertito forte la presenza dello Spirito Santo. Poi ci fecero promettere che saremmo ritornati perchè intendevano farci conoscere tutto il resto della comunità. Così è stato in tutti questi anni.

5) La quinta tappa: la consapevolezza della necessità di conoscere la dottrina e il pensiero della propria chiesa e di quella altrui.

Di norma non cerchiamo ne accettiamo mai discussioni teologiche o similari che lasciamo sempre volentieri agli incaricati, esperti delle rispettive chiese, ma alle volte è necessario fare o rispondere a delle domande specifiche di una persona amica per desiderio di conoscenza e non per diatriba o altri motivi. Mi è capitato in alcune occasioni ed ho risposto per non mancare nella carità ma ho cercato di essere breve e conciso.

a) Un giorno un pastore alla fine di un incontro ecumenico diocesano mi si avvicinò e mi chiese, così a bruciapelo: Biagio, cosa pensi di Maria? e qual è il tuo rapporto con Maria? Io non avendo una risposta preparata dissi ciò che avevo veramente in cuore: Maria è per me mia madre, gli dissi, e come tale le ho chiesto in questi giorni di pregare Gesù per la salute di mia figlia (che aveva avuto un tumore), nello stesso modo come l’altro giorno l’ho chiesto al sacerdote ortodosso. E lui subito: ma così è condivisibile! Era palesemente contento della mia risposta.

b) Un altro presbitero che avevo invitato a dare una testimonianza ecumenica in Mariapoli: poco prima del suo intervento mi chiese il significato della parola Mariapoli. Non mi aspettavo questa domanda in quel momento ma risposi subito: Qual è la cosa più importante che ha fatto Maria? ha data Gesù al mondo. Noi in questo convegno che chiamiamo Mariapoli, cioè Città di Maria, vogliamo imparare ad imitarla e portare Gesù al mondo. Rimase sorpreso e compiaciuto di questo significato ed intento.

c) Una coppia di amici evangelici, un giorno mi chiesero: perché considerate Maria divina? dissi subito: vi sbagliate, Maria è una creatura, non è divina. La risposta li stupì e mi chiesero se tutti i cattolici la pensassimo così o solo noi del movimento dei focolari. No dico: questa è dottrina della chiesa cattolica. Rimasero contenti della risposta semplice, informarono poi il loro pastore. Molti evangelici pensano che i cattolici considerino Maria Divina e l’adorino al pari di Dio.

Queste esperienze mi hanno portato alla convinzione che dobbiamo cercare di conoscerci più approfonditamente ma senza pregiudizi, senza paura, senza accomodamenti, ognuno deve rimanere fedele alla dottrina della propria chiesa, senza annacquarla e rispettare nello stesso tempo la dottrina altrui. Penso che la conoscenza reciproca amorevole farà cadere nel tempo tanti muri.

6) La sesta tappa: la cooperazione tra cristiani.

Pian piano con quasi tutte le chiese tradizionali: Ortodossa, Anglicana, Valdese, Avventista, Luterana, riuscimmo ad avere rapporti belli e proficui. Non tutte le confessioni cristiane erano però aperte ad un rapporto, anzi le più numerose: molte delle comunità pentecostali, non volevano questo rapporto. Il Signore ci illuminò la via. Il Concilio Vaticano secondo, già dal 1964 aveva approvato un documento: “Unitatis Redintegratio” che affermava che il dialogo con le altre chiese cristiane, non doveva limitarsi allo studio e alla preghiera ma si dovevano allacciare rapporti di cooperazione concreta in vari campi a favore dell’uomo, della società, nell’ambito della salute, della promozione sociale ed economica, della scuola, della casa, dell’approvazione di buone e sane leggi, ecc. fu una rivelazione e cominciammo ad avvicinare queste chiese con alcuni progetti. Quale fu la nostra sorpresa nel vedere che erano felici di cooperare con i cattolici in questi campi. Pian piano sono nate cooperazioni per i carcerati, per i rifugiati, per le leggi a favore della famiglia, per le mense dei poveri, per la casa, ecc. Tante altre sono in cantiere. Sono sicuro che la cooperazione porterà pian piano, l’amicizia, la conoscenza, e infine il dialogo.

7) Settima tappa l’ecumenismo oggi e domani.

Un pastore pentecostale di una grande chiesa che aderiva alla cooperazione, quasi a giustificarsi, ci disse che lui e la sua comunità non accettavano l’ecumenismo, in quanto non volevano diventare cattolici. Era fermo al concetto di ecumenismo della Chiesa Cattolica prima del Concilio Vaticano II cioè l’Unità nell’uniformità, cioè tutti dovevano ritornare alla chiesa cattolica. Gli parlai allora del nuovo concetto di ecumenismo condiviso da tutte le chiese: “l’unità nella diversità”, dove la diversità di una chiesa non viene vista più come un ostacolo all’unità ma come una ricchezza, un apporto; ne fu favorevolmente sorpreso. Non conosceva neanche i passi avanti teologici, quali ad esempio la firma tra la chiesa cattolica e la chiesa Luterana sulla dottrina della giustificazione, rimase contento. Per questa chiesa una breccia nel muro dell’isolamento e della diffidenza è stata aperta. Mi chiedo quanti anche tra gli stessi cattolici, vivono ancora questo stesso isolamento, nostro compito è far conoscere, avvicinare all’ecumenismo anche gli stessi cattolici per allargare gli orizzonti del cuore secondo le nuove indicazioni del Magistero.

Conclusione – Cercare ed evidenziare quello che ci unisce o ci può unire e non quello che ci può dividere, e farlo con amore, pensando che ogni persona che abbiamo davanti è Gesù: ecco l’insegnamento di Chiara Lubich che ha portato e porta frutti incredibili. Allora andiamo avanti insieme: con la preghiera fiduciosa, promuovendo il bene dei fratelli, con la parola umile ma calorosa di carità, a realizzare quello che sta a cuore a Gesù: che tutti siano Uno.




Forza nella mitezza: Mattarella a Trento ricorda Chiara Lubich

Si può essere molto forti pur essendo miti e aperti alle buone ragioni degli altri”, anzi, “soltanto così si è veramente forti”: questo l’insegnamento di Chiara Lubich nelle parole di Mattarella, che coglie l’invito di Maria Voce all’“estremismo del dialogo”

Il capo dello Stato, al Centro Mariapoli “Chiara Lubich” di Cadine (TN), ha partecipato con un intervento appassionato al ricordo della fondatrice dei Focolari nel centenario dalla nascita. Ad accoglierlo Maria Voce, presidente del Movimento, e le autorità locali, insieme alla cittadinanza: oltre 400 erano le persone presenti in sala, circa 500 nelle altre sale collegate a Cadine e a Trento, e oltre 20 mila le visualizzazioni dello streaming. La dimensione artistica, per la regia di Fernando Muraca, ha fatto da sfondo alla narrazione, ripercorrendo i tratti più significativi della vita di Chiara come donna in relazione.

© Domenico Salmaso – CSC Audiovisivi

Tra suoni e immagini, si sono intrecciate le voci delle autorità civili ed ecclesiali. Il presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha sottolineato come Chiara rappresenti, insieme a figure come De Gasperi, “l’eccellenza di questa terra”. Un territorio, il Trentino, di cui ha messo in luce tre caratteristiche: la forza di volontà, il Movimento cooperativistico, l’essere terra di frontiera. “Chiara ha saputo interpretare questa appartenenza – ha affermato – che è poi un tratto distintivo della nostra autonomia, della nostra specificità”. L’arcivescovo di Trento mons. Lauro Tisi, ringraziando il suo predecessore Carlo De Ferrari che all’epoca colse “il dito di Dio” nella spiritualità di Chiara Lubich, ha ricordato come “se oggi il carisma abbraccia l’intera umanità lo dobbiamo a questo vescovo, che lo ha protetto”; e ha indicato nella provocazione di “Cristo abbandonato” la sua grande attualità. Alessandro Andreatta, sindaco di Trento, ha espresso la sua gioia nel ricordare “la ragazza che quasi ottant’anni fa si mise al servizio dei poveri” e che “continua ancora oggi a invitarci all’apertura, all’accoglienza, all’impegno per gli altri e con gli altri. Perché fin dall’inizio quella di Chiara non è stata un’esperienza personale, isolata, solitaria ma un impegno che si comprende solo se visto alla luce del paradigma della relazione”.

© Domenico Salmaso – CSC Audiovisivi

Sono poi state portate numerose testimonianze, che dicono la tenacia nel quotidiano di persone che sono state, e sono, ispirate da Chiara e dal suo carisma nel proprio agire: come Amy Uelman, docente di etica e diritto alla Georgetown University di Washington, che forma i suoi studenti ad affrontare argomenti divisivi evitando scontri; gli imprenditori Lawrence Chong e Stanislaw Lencz, che con le loro aziende contribuiscono ad un’economia solidale e sostenibile; Arthur Ngoy e Florance Mwanabute, medici congolesi che si dedicano alla cura dei più deboli e alla formazione sanitaria; e la storia da Yacine, migrante algerino, accolto come un fratello da alcuni giovani italiani dopo il difficile viaggio attraverso i Balcani. Ma anche quella dell’ex sindaco di Trento, Alberto Pacher, che insieme ad insegnanti e studenti ha accolto l’invito – la telefonata di un bambino – da cui sono nati i progetti Tuttopace e Trento, una città per educare.

© Domenico Salmaso – CSC Audiovisivi

“La luce donata a Chiara supera i confini del Movimento dei Focolari e va ad incoraggiare e ad ispirare tanti, donne e uomini di buona volontà in ogni parte del mondo, come questo anniversario sta a manifestare”, ha affermato la presidente dei Focolari Maria Voce. “Come ciascuno di voi, sento Chiara viva, presente, attiva, vicina ogni giorno. Lei ci spinge ad andare al largo con coraggio”. E ha spronato tutti: “A questa società che sembra senza radici e senza meta, occorre rispondere con radicalità, con l’«estremismo del dialogo», alimentato dalla cultura della fiducia”.

© Domenico Salmaso – CSC Audiovisivi

A concludere la serata, il lungo e appassionato intervento del Presidente della Repubblica; che ha individuato in particolare nella fraternità, applicata all’agire civile e politico, la cifra distintiva della spiritualità di Chiara Lubich – riservando un caloroso ricordo anche ad Igino Giordani, che Mattarella conobbe, e che di questa spiritualità fu interprete di prim’ordine. Una fraternità che è “fondamento di civiltà e motore di benessere”, in quanto senza di questa “rischiamo di non avere la forza per superare le disuguaglianze e sanare le fratture sociali”. Chiara Lubich, proponendo con vigore la cultura del dono e del dialogo, in particolare interreligioso che “in questa stagione storica è decisivo per la pace”, aveva intuito “con spirito di profezia” quale fosse la strada da seguire. Un insegnamento che prova come “si può essere molto forti pur essendo miti e aperti alle buone ragioni degli altri. Anzi per dirla tutta con sincerità, come dimostra la vita di Chiara Lubich, soltanto così si è veramente forti”.

Stefania Tanesini

focolare.org

Rivedi l’evento:

Intervento del Presidente Mattarella 




Centenario Chiara Lubich: intervista a Margaret Karram

Il 20 gennaio 2020 è stata intervistata dalla Tv Rai Italia – canale Rai che trasmette per gli italiani del mondo – Margaret Karram, focolarina della Terra Santa. 




Centenario di Chiara Lubich: messaggio di Maria Voce

Il 22 gennaio 1920 nasceva a Trento Chiara Lubich.

Il messaggio della Presidente dei Focolari, Maria Voce, in occasione del centenario.

Ufficio informazione focolari, pubblicato su www.focolare.org




Documentario: “Chiara di Trento: i primi passi”

In questo Documentario inedito, Marco Tecilla, il primo giovane che seguì Chiara Lubich fin dal 1945, ci conduce nei luoghi più significativi di Trento legati a Chiara e la nascita del Movimento dei Focolari. I siti visitati fanno da sfondo agli episodi fondanti, presentandoli nel contesto storico e geografico della Trento del tempo. I testimoni intervistati e i ricordi di Chiara, arricchiscono la narrazione degli eventi accaduti tra il 1920 e il 1944.

L’itinerario si conclude con la visita virtuale in 3D del primo focolare di Piazza Cappuccini.

I DVD si possono trovare: a Trento, al Centro Mariapoli di Cadine, al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, al Centro del Movimento dei Focolari a Rocca di Papa e nella cittadella di  Loppiano.



Il martedì sera

Ad Ancona un gruppo di giovani in azione per i più bisognosi

“Eravamo 4 amici al bar”, dice così la canzone di Gino Paoli. L’intento di quei ragazzi era “cambiare il mondo”. Oggi a distanza di quasi 30 anni sono tanti i giovani e ragazzi che provano a cambiare il mondo mettendo in azione mani, mente e cuore. E’ il caso di liceali e universitari che ad Ancona si ritrovano un martedì sera al mese. Appuntamento alle 19 puntuali. Nulla a che fare con momenti di riflessione, qui si tratta di adoperarsi in prima persona per la propria città, per la propria gente.

Ed eccoci allora nella cucina della parrocchia di San Giuseppe Moscati nella periferia del capoluogo marchigiano: c’è chi mette l’acqua sul fuoco, chi apre i pacchi di pasta, chi prepara il sugo, chi il te, chi conta le porzioni da preparare. “Ci ritroviamo per cucinare della pasta per i più bisognosi – spiega Eleonora, una giovane studentessa di medicina; tante volte ci domandiamo cosa possiamo fare per chi è in necessità… questo vuol essere un piccolo contributo, eppure per noi è importante ricordarci che concretamente dipende da noi il cambiamento che vogliamo vivere nella nostra società”.

Il clima è gioioso: si scherza, si parla degli esami da affrontare, si sognano grandi progetti e iniziative; tutto con la semplicità di una famiglia dove l’ultimo arrivato è importante e protagonista quanto il veterano del gruppo.

“Siamo pochi – racconta Edoardo, anche lui studente universitario –, meno di una decina ma per noi non è importante; questo appuntamento è fisso e chi può e vuole viene con noi”. L’obbiettivo è preparare circa 50 porzioni di pasta che poi verranno distribuite dalle 20 in poi ai più bisognosi che dormono lungo i porticati di Ancona o sui marciapiedi. Si cercano, si scambia qualche battuta ma soprattutto ci si assicura che abbiano un pasto caldo e una bevanda calda.

“Tutto è nato dal cercare risposte alle sfide di oggi – spiega Ornella del Movimento dei Focolari. Ci siamo resi conto che abbiamo spesso buone intenzioni ma non le mettiamo in pratica e deleghiamo alle istituzioni o alle associazioni quello che possiamo fare anche come gruppo di amici. Questa idea oramai è un’iniziativa concreta che va avanti da alcuni anni e siamo contenti che i protagonisti siano i giovani che davvero vogliono cambiare il mondo”.

Il freddo inizia a farsi sentire e questo piccolo contributo, anche se non risolve i problemi, riscalda i cuori… di chi dona e di chi riceve.

Tiziana Nicastro




Echi dalla Mariapoli Europea 2019 (2)

Un pre-giudizio nascosto…

Tutto passa così velocemente che davvero resta solo l’amore dato o ricevuto, che ti costruisce dentro e dunque rimane, come mattone dell’anima, della personalità propria e del legame interpersonale!

Mariapoli Europea: in mezzo a 300 persone in albergo, 600 partecipanti dislocati nella valle di Primiero in maggioranza sconosciuti provenienti da tanti Paesi europei e altrettante lingue e fisionomie, sei bombardata quotidianamente da impressioni e sentimenti che sorgono istintivi: quello ti attira, quell’altro ti incuriosisce o ti irrita, uno ti stupisce per la gentilezza ed apertura, un altro per la serietà e chiusura; ti infastidisce la confusione, ti devi adattare al ritmo diverso ed entrare nella comprensione del programma, con le sue diverse opzioni e scegliere in armonia con le esigenze di mio marito. Ma sono tutte occasioni per metterti in gioco e devi superare la tentazione di giudicare, la pigrizia nel metterti in gioco, gli imbarazzi, la sicurezza di stare sempre nello stesso posto a tavola o con le stesse persone. Con mio marito Alberto abbiamo fatto scoperte bellissime e tante conoscenze nuove, ci siamo sentiti sempre più fratelli nella grande famiglia europea!

L’altitudine gioca lo scherzo ad Alberto di procurargli un po’ di fatica nel respirare durante i primi due giorni, siamo sempre sul chi va là per i dolori che lo assalgono e lo limitano, ma è anche stimolato a stringere i denti, offrire, andare avanti, a cogliere come un dono tanti momenti: un panorama, una passeggiata portata a termine, il buon cibo, una chiacchierata intima, una meditazione o l’esempio senza parole di chi sta visibilmente peggio nel fisico di lui e che fa con fatica e dignità quello che può per partecipare a tutto.

La visita ai luoghi dove ha vissuto Chiara Lubich è stata commovente e si è incisa nell’anima, come l’esser presenti allo storico momento di intitolazione della Via Chiara Lubich a Tonadico. Molto arricchente il momento di dialogo con gli amici, i  gruppi di condivisione per lingua, il dare un passaggio a chi ne aveva bisogno!

In particolare mi resta impresso l’aiuto che mi hanno dato i partecipanti alla Mariapoli provenienti dalla Romania nel superare in me uno stupido pregiudizio, inespresso ma ben annidato, verso le persone di quel paese che identificavo con i badanti conosciuti e gli zingari. A cena, malgrado la difficoltà della lingua, abbiamo fatto conoscenza con una bella famiglia giovane. Mamma e figlia sembravano sorelle, belle, gioiose e nello stesso tempo serie, ciò che altre volte avrei visto come chiusura lo vedevo ora come innata regalità! Il papà, un giovane imprenditore che era nel mio gruppo il primo giorno, aveva chiesto come poteva fare per restare in contatto per essere nutrito dalla spiritualità dell’unità nella vita quotidiana di lavoro. Che sete e semplicità nell’esprimersi! Ora prego sempre per questi miei fratelli, rimasti nel mio cuore.

Elisabetta Recami – Firenze

 




Echi dalla Mariapoli Europea 2019 (1)

Pubblichiamo la prima di una serie di testimonianze arrivate in redazione da alcuni partecipanti alla Mariapoli Europea, che si è tenuta durante questa estate a Tonadico, sulle Dolomiti.

Dal 14 al 21 luglio 2019, un gruppo di seminaristi da tutta Italia, con i loro formatori ed alcuni altri sacerdoti, hanno deciso di partecipare insieme alla prima settimana della Mariapoli Europea. Ecco la testimonianza di G., un giovane seminarista in cammino verso il sacerdozio.

“Non è semplice spiegare cosa sia l’esperienza di una Mariapoli Europea, cosa si è vissuto e scoperto. Sono venuto a conoscenza della Mariapoli durante un incontro organizzato dal Movimento di Focolari a Loreto a gennaio 2019. Pur non avendo chiaro cosa fosse una Mariapoli ho deciso di aderire alla proposta di parteciparvi per conoscere e approfondire meglio la spiritualità di Chiara. È stata un’esperienza totalmente nuova, trasformante e rivitalizzante. C’erano persone da tutta Europa e ciascuna parlava la propria lingua… Ciononostante questo non è stato un impedimento, anche per me che parlo solo italiano, per creare momenti di dialogo, fraternità e amicizia con tutti. Le giornate erano scandite da un programma che lasciava grande margine nella scelta delle attività proposte. 

Si è avuto modo di approfondire l’esperienza di Chiara avuta nel 1949 e di come questa esperienza non abbia cambiato semplicemente la sua vita, ma abbia dato vita ad un movimento e abbia contribuito a far nascere una nuova realtà nella chiesa. Uno dei momenti comunitari più belli è stato pregare insieme il giovedì: eravamo cristiani di tante confessioni diverse che pregavano insieme lo stesso Signore! Se dovessi definire l’esperienza della Mariapoli la definirei come unità e gioia, fede e cultura, semplicità e famiglia. Io ero alloggiato presso la baita Don Bosco più esattamente in una struttura autonoma proprio sotto le montagne. Ogni mattina aprendo la finestra lo spettacolo della natura toglieva il respiro con i suoi alberi e le sue alte montagne, con gli animali e i profumi della natura. Scendere per colazione e poi recarsi al luogo dell’appuntamento per dare inizio alla giornata era altrettanto bello. Ho avuto modo di conoscere altri seminaristi e subito si è creato un clima di fraternità, di condivisione semplice e di amicizia. La maggior parte di loro era alloggiata in un appartamento autonomo che è diventato il piccolo focolare dove ritrovarci per momenti di condivisione e di approfondimento, di risate e di scherzi. Essere uniti nelle cose semplici e quotidiane, come del resto essere uniti in molte attività, ci ha fatto scoprire la bellezza di essere insieme, ma ancor di più è stato sorprendente scoprire che in questa semplicità Gesù era realmente presente e quasi si percepiva. Ogni attività proposta nei vari workshop avveniva in un clima di fraternità e di gioia.

Nulla sembrava artificiale! Personalmente sono stato toccato soprattutto dai momenti di approfondimento della spiritualità di Chiara che hanno generato in me molte domande, ma hanno anche fatto luce su alcuni aspetti della mia vita. Torno a casa da questa Mariapoli con un desiderio rinnovato di impegnarmi in quello che già vivo, nella fraternità del mio presbiterio e nel desiderio di essere sempre più unito a Gesù. Torno a casa con il legame con nuovi fratelli. Un legame che spero possa continuare al di là della distanza. Torno nella mia diocesi avendo intuito che la via che Gesù ci propone e che la sua chiesa ci propone passa attraverso l’esperienza “dell’essere uno”. Non ho raccontato delle passeggiate, non ho spiegato in ogni dettaglio il workshop e neppure i programmi di ogni singola giornata, ma spero che sia passata la bellezza e la ricchezza di un’esperienza umanizzante che almeno dal mio punto di vista è stata fondamentale per ricentrarmi sul mio “sì” detto a Gesù, alla chiesa, alla mia diocesi e a tutti i fratelli il giorno della mia ordinazione diaconale”.

E alcune righe di A., seminarista indiano studente in Italia:

“La mia esperienza di Mariapoli Europea.  in questi brevi giorni posso dire che non sono solo, ma ho una grande famiglia di Focolari con me. Mi sono piaciuti molto i membri del comitato organizzativo nel modo in cui hanno organizzato le cose. Vorrei far conoscere questo Movimento nel mio Stato perché nessuno nel mio Stato conosce questo movimento. Questa esperienza della Mariapoli rimane sempre  rimane sempre nella mia vita”.