Concretezza evangelica: un sacerdote racconta

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Una cosa in me è chiara: non mi sono fatto prete solo per risolvere semplicemente tutti i problemi economici e sociali dei poveri, ma per riconoscere Gesù sofferente in ogni persona che incontro lungo la giornata e vivere in modo tale che possa farsi strada lo Spirito del Risorto, capace di offrire luce e concretezza evangelica anche di fronte alle problematiche sociali e culturali.

È stato, infatti, l’amore a Gesù sfgurato dalla povertà e dal bisogno a darmi la forza di gettarmi a capofitto ad aiutare chiunque me lo chiedesse.

Con questo atteggiamento in cuore, sono diventato anche amico dei frequentatori di un bar nei pressi della parrocchia. In tanti momenti mi fermo a prendere con loro un caffè o mi presento con pacchi di viveri avuti in dono dalla Caritas o procuro qualche giornata lavorativa a chi ha maggiormente bisogno.

Alcuni di loro, appassionati di musica e dotati di “talento”, si sono offerti a collaborare per la festa patronale. Ne è nata una serata organizzata da loro, dalla gente del quartiere, in un clima di famiglia. I musicisti sono stati i veri protagonisti, tutti ne hanno approvate le qualità e loro si sono sentiti orgogliosi di poter servire il quartiere.

Non di rado il bene fatto viene ripagato con l’indifferenza e la povertà porta qualcuno a sfruttare la parrocchia, come è successo con un uomo caduto in chiesa che mi ha chiesto una forte somma quale risarcimento per un braccio rotto e, visto che l’assicurazione non voleva pagare, mi ha citato in tribunale.

Per tutta risposta io continuo a ospitarlo in parrocchia . . . Le persone della parrocchia hanno saputo di questa mia reazione ed hanno commentato: «Noi avremmo reagito in modo diverso, ma tu sei cristiano e questo ci piace». Penso che questa esperienza sul perdono valga più di molte prediche.

Gerardo Ippolito

Leggi l’esperienza completa sulla rivista Gen’s – 4/2016 pp.170-172

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