La comunità di Episcopio e gli amici dall’Ucraina

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foto Pixabay
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Chi sono Andrea e Maria Rosaria? Vogliamo conoscere una recente ‘pagina’ della loro storia? Sì, perché ascoltando i loro racconti si intuisce subito che le ‘pagine’ del loro ‘diario di vita’ sono molte… e probabilmente una più interessante dell’altra.

Passiamo dunque la parola a loro: “A marzo il nostro vescovo ci ha fatto una proposta: collaborare alla gestione dell’accoglienza di un gruppo di rifugiati ucraini. Abbiamo risposto affermativamente senza farci tante domande. In realtà non c’era nessuna chiarezza su come, chi e che cosa fare. Ma per il ‘quando’… ne avevamo colto chiaramente l’urgenza. Da quel primo istante, abbiamo fatto l’esperienza che se qualcosa è nel cuore di Dio, alle difficoltà ci pensa Lui stesso. Capita infatti che si cominci con l’esperienza, tipicamente evangelica, del dove due o tre (Mt 18,15-20), ma – continuano lanciandoci uno sguardo disarmante – ci si ritrovi molti di più! Quasi per contagio”.

E raccontano come, in poco tempo, siano arrivate molte disponibilità dalle persone di Episcopio, dai parrocchiani di San Michele Arcangelo di Sarno, dal Movimento Parrocchiale di Sant’Anastasia e di Casavatore. E come ogni impegno preso si sia trasformato in un vero caleidoscopio di realizzazioni e contributi.

Ci parlano della condivisione di tempo, denaro, forze, mezzi, arti, mestieri, ingegno, fantasia, cultura e concludono “…una vera maratona di amore.”   Maratona: camminare, guardare avanti, insieme. Sembra retorico ma come dirlo in altri modi?

“Puntualmente” precisano, come chi sapeva che sarebbe successo, “pochi giorni dopo aver accolto il gruppo ci eravamo già trovati in difficoltà economica: la spesa, come pagarla? E le bollette della struttura che li accoglie? Qui serve costruire una rete. Si fa sera, è tardi, ma riceviamo una chiamata del vicesindaco di Sarno che ci comunica che abbiamo a disposizione dei buoni da spendere in supermercati e farmacie del paese. Ci servono cinque accappatoi: un giro di messaggi e ce ne consegnano il doppio. Nuovi. Ma anche i desideri che sembrerebbero di secondaria importanza e certamente fuori dal budget di spesa vengono soddisfatti: un amico ci consegna di persona una cassetta di dolci avocado”.

Questo vivere il ‘dare to care’, prendersi cura, non si esaurisce in solidarietà o meritevoli iniziative a senso unico. Anzi. Produce altro, molto altro. Produce effetti di valore aggiunto: “Abbiamo iniziato a vederci tutti come una sola grande famiglia”. E dagli sguardi si comprende che è accaduto realmente. “È interessante tra l’altro quanto ora i nostri ospiti siano diventati parte della nostra vita e di quella delle nostre famiglie. E come per osmosi si siano approfonditi e rinsaldati legami e relazioni con le stesse persone che conosciamo da sempre in parrocchia o nel quartiere”.

Poi li invitiamo a raccontarci, sinceramente, come va ora, a distanza di qualche tempo …

“Gli amici ucraini, ventisei in tutto, sono qui con noi da un po’: circa tre mesi di fratellanza vera. A volte ci pare una vicenda incredibile soprattutto quando la loro gratitudine ci fa rendere conto che per potenza e profondità questo mosaico non può dipendere da noi. Non solo. Lo stesso ritorno di affetto continua a stupirci. Di esempi ce ne sono molti. Per il compleanno di Andrea hanno preparato un video nel quale ciascuno di loro si è sforzato di esprimere in italiano un messaggio di auguri e anche di prenderlo in giro per i suoi simpatici intercalari dialettali. Quando ero in quarantena mi sono ritrovata un gruppo di loro sotto casa con un mazzolino di fiori”.

“È un fatto che emergono continuamente problemi di vario genere, siamo sinceri. Ma è altrettanto un fatto che appena ci pare non resti che gettare la spugna il cielo sembra schiarirsi. Appena la stanchezza o la delusione ci attanagliano avvertiamo dentro un sostegno inaspettato nell’anima. Come quando Max, quattro anni, fece capire ad Andrea che doveva prendere il telefono per tradurre quello che gli voleva dire. Max parlava e sul display appariva la traduzione: Tu sei la mia gioia!”

Ci raccontano poi che con il vescovo e con il sindaco è cresciuto con semplicità un solido rapporto di fiducia e di identità di valori che si traducono in azioni reali di collaborazione e di cittadinanza attiva nell’ambito dell’intera comunità.

Anche “Pietre vive”, il gruppo di giovani della parrocchia, si è attivato con nuovo entusiasmo per attività sportive, corsi di lingua ed uscite per alleggerire l’animo di questi amici che le circostanze hanno posto in un disagio interiore enorme.

“Insomma – sottolineano – le nostre comunità hanno davvero ‘alzato l’asticella‘ del cuore”.

“Tra i momenti che più hanno toccato l’anima di tutti ci sono i giorni delle festività pasquali: abbiamo infatti condiviso con gioia e sacralità le nostre diverse usanze.  Abbiamo pregato insieme durante la veglia del giovedì santo ed il gruppo ucraino ha allestito il tryhver, l‘albero pasquale’ con le uova appese, per noi. Ci tenevamo che potessero tener fede alle tradizioni ortodosse e avessero a disposizione gli oggetti per rappresentarle e gli ingredienti per i cibi tipici. E che in questo modo la comune festa della Pasqua potesse diventare un’occasione di reciprocità. Bello scoprire che, guarda caso, in lingua ucraina la Pasqua viene chiamata VeliKden, il ‘Grande Giorno’.

‘Khrystos voskres!’: ‘Cristo è Risorto!’  Proprio vero”.

Intervista a cura di Andreina Altoè

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2 Commenti

  1. Grazie per queste belle esperienze che riempiono il cuore. Io pure sono stata coinvolta in una esperienza con gli immmigrati per insegnar loro l’italiano. Complimenti

  2. Grazie , per questa bellisima esperienza…con il sapore dei primi cristiani….sono con voi a vivere concretamente , le parole del Vangelo !! Grazie per dare gioia !!

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